Kurt Vonnegut, il signor F. ed io

In On writing, Stephen King racconta che, un giorno, il suo editor andò a trovare Kurt Vonnegut e, nel suo cestino della carta, trovò tutta una serie di pagine 49, che il grandissimo romanziere aveva scritto e riscritto, a volte semplicemente spostando una virgola o cancellando un aggettivo, fino al momento in cui era riuscito a rendere quella pagina (che forse era la 49, e forse no) perfetta.

Lascio a voi il compito di decidere se questo aneddoto sia vero oppure no; personalmente, ritengo che sia troppo bello per preoccuparsi della sua veridicità.

Quel che è certo, è che è verosimile: chiunque abbia cercato, almeno una volta, di scrivere qualcosa, foss’anche semplicemente un tema scolastico, sa quante bozze e riscritture sono necessarie per raggiungere non dico un risultato perfetto (che è quello a cui possono puntare unicamente Vonnegut e taluni altri eletti), ma quanto meno accettabile; e, in questo senso, la più grande fortuna delle foreste amazzoniche è che io abbia deciso di mettermi a scrivere un blog, e non un libro; che, se non fosse stato così, oggi invece della lussureggiante giungla del Mato Grosso, ci sarebbe l’arido deserto del Mato Grosso.

L’articolo che state leggendo, ad esempio, è stato virtualmente stracciato e dato alle fiamme almeno un sette, ottocento volte; addirittura, alcuni mesi fa lo iniziai, al solo scopo di non concluderlo. Ancora adesso, che pure l’ho pubblicato, non ho la minima idea di come entrare nell’argomento di cui vorrei parlarvi (e sì che ho già scritto cinquecentodue parole). Forse, cominciare dall’inizio potrebbe essere una buona idea.

Nei primi tempi in cui vestivo, in questo teatro virtuale, la maschera di Gaber Ricci, mi capitò di esprimere (qui, per la precisione) un giudizio forse eccessivamente severo sulla psichiatria e su chi la pratica; in particolare, rimproveravo agli psichiatri di essere esposti (per “deformazione professionale”, diciamo) ad un grave rischio: scambiare per un disturbo di personalità quello che è, semplicemente, un carattere di merda.

Ho poi scoperto, quando ho smesso di essere uno studente di medicina ed ho cominciato a fare il medico, che il pericoloso miscuglio di pietà e preoccupazione che proviamo per i nostri pazienti ci spinge tutti ad un errore simile: considerare “normali reazioni alla patologia” una serie di dispetti e vendette che talune persone non vedono l’ora di avere una scusa per commettere.

Questo è uno dei motivi (anche se non il principale) per cui sono felice di aver incontrato il signor F.

Quando, tempo fa, precipitò su uno dei letti di cui mi occupavo insieme ad altri quattro colleghi (tutti più in gamba di me), rimasi stupito, leggendo l’incredibile, vario ed apparentemente infinito elenco di sfortune che lo avevano colpito nel corso dell’anno precedente; ancor di più, rimasi stupito constatando come questo inspiegabile accanimento della sorte non avesse minimamente guastato il suo carattere: il signor F., di fatti, dimostrava un’intelligenza, una grinta ed una simpatia che ben di rado mi è capitato di apprezzare, tutte insieme ed in tal copia, in persone assai più giovani di lui e perfettamente in buona salute. Per questo, e per una particolare battuta che fece proprio al momento giusto, giunse rapidamente a concorrere per il titolo di mio paziente preferito di tutti i tempi.

(Lo so che un bravo medico non dovrebbe fare preferenze tra i suoi pazienti, allo stesso modo in cui un bravo genitore non dovrebbe fare preferenze tra i suoi figli; so pure che questa è l’unica condizione in cui un medico è autorizzato a comportarsi con i propri pazienti come un genitore si comporta con i suoi figli).

Poi, ovviamente, venne la serata di quel giorno da cani.

Avevo visitato il signor F. al mattino; il suo cuore, mi era sembrato, era un po’ meno affaticato di prima, ed in quanto al resto, be’, potevamo farci poco ed avrebbe dovuto imparare a conviverci. Dal sorriso che mi aveva fatto (che era, poi, lo stesso sincero sorriso che ci regalava tutte le mattine) mi era parso di capire che fosse d’accordo con la mia valutazione, e badate che la sua opinione contava, visto che nessuno conosceva la condizione in cui versava il suo corpo meglio di lui. Lo avevo dunque lasciato alle sue occupazioni (parole crociate, divertite chiacchiere col vicino, esercizi di fisioterapia, a cui si applicava con particolare impegno), e mi ero dedicato ad una guardia che si era rivelata più complicata di quello che era lecito attendersi. Immaginate, dunque, con quale sorpresa accolsi l’infermiera che venne a dirmi che il signor F. stava male.

Quando arrivai nella sua stanza, non lo trovai: l’uomo che stava penosamente semiseduto sul suo letto, e che, contrastando con tutta la forza di cui era capace un affanno che, palesemente, stava avendo la meglio, non era quello che avevo salutato, con una pacca sulla spalla, al mattino. Gli appoggiai il fonendoscopio sulla schiena, tentando di capire cosa diavolo era successo in quelle poche ore; mentre gli tiravo giù la maglietta, il signor F. mi afferrò un polso e mi guardò.

“Dottore, ho paura”, mi confessò. “Anche io, signor F.”, gli risposi. Credo di non essere mai stato altrettanto sincero con nessuno dei miei pazienti.

Non so dire perché abbia voluto raccontarvi questa storia (che, come sempre, era assai più bella dentro la mia testa); forse, perché da tempo progetto di scrivere una storia della paura (ne ho parlato qui, ad esempio), di cui questo articolo vuole essere il primo episodio. O, forse, semplicemente, perché dovevo chiudere un vecchio conto con Remus Lupin, e con quella frase massimamente sciocca che, con una sicumera che non gli è propria, rivolge ad Harry Potter in uno dei capitoli de Il prigioniero di Azkaban: “Hai paura della paura stessa, e questo è molto saggio“, o qualcosa del genere.

No, Remus, non è affatto saggio aver paura della paura; anzi, ci sono delle situazioni in cui si deve sperare che essa ci piombi addosso e spazzi via dalle nostre menti la superficialità e la sicurezza con cui approcciamo le situazioni a cui (apparentemente) siamo preparati: è perché abbiamo paura di aver paura, che mettiamo in pericolo la nostra vita e, quel che è peggio, la vita di quelli che hanno avuto la sola colpa di essersi trovati vicino, al momento sbagliato, con la persona che si ricorda il passo sbagliato di quella grande opera che è la saga di Harry Potter.

Quando chiesi due fiale di diuretico ed una di morfina, per trattare quello che credevo essere un edema polmonare, non lo feci con la voce ferma che attribuiamo al medico che sa quello che sta facendo; quando mi affacciai di nuovo alla porta della stanza del signor F., fu col timore, neppure troppo segreto, di trovare al suo posto di nuovo lo sconosciuto che poco prima lo aveva sostituito; quando, alla fine, andai a casa, mi accompagnò il terrore di non ritrovarlo nel suo letto, il mattino dopo.

Sì, ho detto proprio terrore, professor Lupin; e no, non mi pento di averlo scelto come compagno di vita; ancora meno, quando penso che fu (anche) grazie a quel terrore che, una settimana dopo, il signor F. riuscimmo a mandarlo a casa. Sulle sue gambe, e non dentro una bara, come avevamo pensato tutti, ad un certo momento.

Ecco, questo è il motivo principale per cui sono felice di aver incontrato il signor F. Perché mi ha permesso di rispondere ad una domanda che mi attanaglia da quando una professoressa, in virtù dei poteri conferitile dal rettore, mi proclamò dottore in medicina e chirurgia: cosa fa di un medico un bravo medico?

Le sue paure.

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4 thoughts on “Kurt Vonnegut, il signor F. ed io

  1. Io mi sono sempre auto-considerato un po’ pauroso, non nei confronti di qualcosa di specifico, ma più a causa di qualche mio complesso di inferiorità.
    Inoltre le cose ‘ignote’ mi mettono a disagio, forse proprio per questo motivo cerco sempre di avere tutto pianificato e sotto controllo.

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