Le colpe dei padri

Le colpe dei padri non ricadono sui figli.

– Detto popolare

“Signore”.

La voce gli giunse come da fuori il mondo; per prima cosa, alzò gli occhi al cielo, senza neppure sapere bene perché, e subito dopo li posò sul figlio, che pure doveva aver sentito, perché si era fermato, con la palla tra le mani e la  tunica che ondeggiava, leggera, nel vento. La figura stessa dell’attesa, e della fiducia.

La sua voce, abituata ad impartire ordini, inclinò a quella che, un tempo, era stata una ben conosciuta nota di tenerezza, e domandò: “Publio, sei stato tu a parlare?”.

“No” rispose il bambino, sorridendo “Quando mai ti ho chiamato signore, papà?”.

Il padre, che il tempo aveva finito per trasformare nel più banale dei ritratti di un vecchio arcigno, si  avvicinò e gli accarezzò la testa; iniziò a dire: “Non l’hai fatto mai, è vero, ma qui…”. Si interruppe. Dove siamo, qui?

Non pareva alcun luogo che ricordasse di aver visto; pur non potendolo escludere del tutto, anzi, riteneva che un posto del genere non potesse neppure esistere: non sembrava un vero prato, quanto piuttosto una stanza, una scena di teatro che la natura aveva voluto allestire. La quercia, rattrappita quasi quanto le sue mani, e più o meno dello stesso colore; il fiume, il colore dell’erba, il calore del sole, così diverso da quello cui era abituato, che seccava le piante e faceva scoppiare le epidemie, e quel vento che gli carezzava il viso con la stessa dolcezza con cui lui continuava ad accarezzare i capelli del figlio… Cosa importa, si rispose, infine; si scosse, ed abbassò gli occhi ad incontrare quelli del bambino che, da quando lui si era interrotto, lo fissava curioso. “Qui, Publio”, riprese “ci siamo solo tu ed io. Chi può essere stato a parlare, allora?”.

“Non lo so, papà” rispose il bambino, stringendo le spalle “Forse ce lo siamo immaginato tutti e due”. Ruotò leggermente il capo. “O forse è solo il vento”.

“Sì” fece il padre, pensieroso “forse è il vento, il vento che fa musiche bizzarre”. Una smorfia ne alterò i tratti: per qualche motivo, pronunciando quella frase aveva ricordato che, in fin dei conti, era un soldato; gli aveva fatto balzare in mente la vita del campo, le tende luride piene di pulci e piattole, e le puttane, quanto odiava le puttane, seppure… Fu solo un attimo, stavolta. Quella visione svanì subito, e non ebbe neppure bisogno di ricomporsi, prima di concordare: “Sì, Publio, è solo il vento. Non pensiamoci più, d’accordo? Torna pure a giocare”.

“E tu, papà, cosa farai?”

“Io mi siederò un poco qui all’ombra e ti guarderò, se non…”

“Signore”. La voce risuonò potente come il rombo di una buccina, tanto che Publio lasciò cadere la palla e si portò le mani alle orecchie; ma fu nulla, rispetto a quel che accadde dopo.

Il sole divenne nero quanto un tizzone, e l’aria ne fu come risucchiata; il cielo cedette, si accartocciò, si riempì di crepe come una vecchia pergamena, e dalle crepe iniziò a cadere fuoco, e poi grandine, e poi sangue; di sangue si fece l’acqua del fiume. Un tremore squassò la terra e la incendiò; ogni stelo d’erba si mutò in fiamma, e l’albero si seccò e precipitò nelle viscere del mondo: si aprì al suo posto un abisso che iniziò a vomitare fumo tanto denso, che quasi rese impossibile al bambino vedere il vecchio, ed al vecchio vedere il bambino.

Eppure quest’ultimo riuscì a trovare la strada per andare a cingere le ginocchia all’altro, urlando: “Ho paura, papà! Che cos’è? Che succede?”

“Non lo so, figliolo”. Lo strinse, incapace di difenderlo altrimenti. E per questo disse: “Ho paura anch’io”.

Al terzo “Signore” il sogno andò in pezzi, e, nell’oscurità, il vecchio aprì gli occhi.

Publio. Dannazione, aveva sognato di nuovo Publio. Erano quindici anni ormai che l’aveva perso, ed eccolo che continuava a tornare, del tutto casualmente (e questa, ovviamente, era la cosa peggiore), a visitare i suoi sonni, a renderli lieti quel tanto che bastava per far divenire il risveglio un supplizio peggiore della crocifissione (c’era da fidarsi, sapeva quello che diceva), e che ancora era nulla, rispetto a quella domanda.

Perché io?

Sapeva benissimo che quel quesito aveva finito per infrangere la sua sanità mentale; glielo diceva la risposta che aveva deciso di darsi (perché una aveva dovuto darsela), che sapeva folle, ma a cui credeva ciecamente: erano stati gli dei, era chiaro.

Erano stati gli dei (o il Dio, non contava) che si erano divertiti, prima a strappargli il figlio, e poi a metterlo di fronte, di continuo, al suo fantasma; erano loro (o Lui, qual era la differenza), e non lo facevano per punirlo degli ordini demenziali che impartiva ai soldati che comandava, o delle condanne a morte che aveva fatto eseguire per ira, o semplicemente perché aveva mal di testa: lo facevano per crudeltà. Lo facevano per noia. Lo facevano perché erano bastardi. Se solo fosse esistito, un modo per vendicarsi; per fargli provare, anche solo un poco…

Chi l’avrebbe pagata, al posto loro, sarebbe stato quel centurione, questo era chiaro; quel centurione che era andato a svegliarlo in modo tanto brusco, e per il quale già  meditava una punizione esemplare, mentre diceva: “E sì che avevo ben detto che non volevo essere disturbato”. La frase fuoriuscì dalle sue labbra del tutto atona; forse era quel residuo di sonno che ancora non l’aveva lasciato, ma l’altro, sapendo cosa indicava, di solito, non riuscì a non tremare (e lui se ne accorse, con soddisfazione), prima di riferire: “C’è un prigioniero inviato dal Sinedrio, signore”.

“E dunque? Non può attendere fino a domattina?”

“Mi scusi signore, ma…”

“Ma? Non è più d’uso obbedire agli ordini, ora?”

Bastò. Il centurione mormorò un poco marziale “Sissignore!”, e fece per ritirarsi; il vecchio si era già voltato, incerto sulla sua volontà (desiderava che il sogno riprendesse, o no?), quando fu scosso da una specie di tremito: era un dubbio, o forse un presentimento. “Aspetta” disse. “Come si chiama, questo prigioniero? Da dove viene?”

“Si chiama Gesù, signore. È di Nazareth”.

“Nazareth? È lontano, da casa sua. Cosa ci fa qui?”.

“Questo c’entra con la sua imputazione, signore”.

“Ed allora dimmi la sua imputazione, tu, razza…”. Interruppe l’insulto a metà: non andava bene, si stava spazientendo. Però… c’era qualcosa, lo sapeva.

“Ecco…questo Gesù sarebbe una specie di profeta. Ufficialmente è accusato di essersi dichiarato re dei Giudei, ma in realtà il processo è per blasfemia: in un’altra occasione, infatti, avrebbe anche detto di essere figlio di Dio e…”.

Il vecchio balzò in piedi, afferrando il mantello, tanto in fretta che il vecchio cane cieco che, fino a quel momento, aveva sonnecchiato sotto il suo letto, corse via guaendo. “Fallo portare nella sala delle udienze! Subito!” ordinò al centurione, che, metà per ubbidire, metà per la paura, già correva via.

Pochi attimi dopo, anche lui a passo spedito, dal  grande arco che separava i suoi appartamenti privati da quelli in cui esercitava la sua carica, sorridendo e fregandosi le mani, lo seguì il quinto prefetto della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.

Più o meno così, scrivevo alcuni anni fa (ma ho ritenuto necessarie alcune modifiche); non so, perché ho voluto riproporvi questa mia breve storia: forse perché, a dispetto di molto di ciò in cui credo (e non credo) molto mi affascinano i protagonisti di essa; forse, perché essa contiene, per speculum et in aenigmate, alcuni temi di cui ci siamo occupati in quest’ultimo periodo.

Spero comunque che l’apprezzerete.

 

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