Le posizioni sono importanti

Da quando ho cambiato casa, ormai qualche mese fa, ho dovuto rinunciare alle gioie (si fa per dire) derivanti dal possedere una televisione; di conseguenza, è parecchio tempo che non guardo un telegiornale: tale periodo di allontanamento si è casualmente interrotto ieri sera quando, per una serie di circostanze che non ritengo necessario raccontarvi, mi è capitato di assistere all’edizione serale del TgLa7 (che ammetto di non aver seguito per intero).

Mentre non ci frequentavamo, il format non ha mutato di struttura (se si esclude che ora alle 20.30 non va più in onda il direttore Enrico Mentana); il servizio (o, per meglio dire, la serie di servizi, tutti dedicati allo stesso argomento) con cui l’edizione si è aperta l’ho tuttavia ritenuto meritevole di attenzione, a dispetto del tema che affrontava: la repentina intesa tra Cinque Stelle e Lega, per un futuro governo in coabitazione (che gli eventi odierni hanno dimostrato non essere più prossimo di quanto non fosse venerdì).

Su tale serie di servizi vorrei fare una considerazione (in realtà, di considerazioni avrei voluto farne tre: ma per rendere più o meno leggibile la prima ho avuto bisogno di 1104 parole, e quindi le altre due me le risparmio, magari, per un altro post).

Non penso di dire nulla di innovativo, affermando che, nell’ambito della comunicazione, ciò che si dice è assai meno importante di come lo si dice; lo ha segnalato, ad esempio, Christian Raimo in un interessante articolo sulle fake news e, d’altronde, tutti sanno che ciò che più rende divertente una barzelletta è il modo in cui la si racconta. Scegliere come dirlo significa, innanzitutto, scegliere come disporre ciò che si deve comunicare; in altri termini, le posizioni sono importanti.

Lo sanno bene gli psicologi, che hanno scoperto l’effetto cornice ed hanno dimostrato quanto sia efficace nell’indurre le persone a compiere determinate scelte piuttosto che altre. Lo sanno bene, pure, per antica esperienza, i giornalisti: che, avendo imparato che assai sfuggente è l’attenzione dei propri lettori (o spettatori), ancor di più ai tempi nostri, in cui numerosi e frequentissimi sono gli stimoli che possono distoglierla, tendono a concentrare all’inizio dei (tele)giornali che scrivono le notizie importanti (o, sarebbe meglio dire, le notizie che ritengono importanti). Appunto questa era la posizione occupata dalla serie di servizi di cui stiamo trattando.

Tale scelta mi è parsa singolare, nel giorno in cui a Parigi si piangevano le vittime di un nuovo attentato; il quale, come tutti i precedenti, è tanto drammatico quanto insensato: perché no, la radicalizzazione, il terrorismo, l’integralismo non spiegano il gesto compiuto da Khamzat Azimov, così come non spiegano quelli del commando che assaltò la redazione di Charlie Hebdo o del gruppo di uomini che fecero irruzione nel teatro Bataclan; d’altronde, come si può spiegare (ossia, cercare di trovare un minimo di senso) un evento del genere? Volendo spingere il discorso ancor più in là: come si può spiegare l’omicidio? Come si può spiegare la violenza, qualche che essa sia? Se ne può tracciare, magari (ma questo è un altro discorso), l’origine; tempo fa, credetti di individuare l’origine di quella che si era abbattuta sugli spettatori del concerto di Ariana Grande a Manchester o sui turisti che passeggiavano per la Promenade degli Anglais di Nizza nella povertà, nel razzismo e nell’esclusione sociale; questo mio punto di vista sull’argomento ho avuto modo di esporlo varie volte (qui, ad esempio), ed in questa sede non ho intenzione di ripeterlo.

Piuttosto, vorrei riflettere sui libri di storia; sui libri di storia del futuro, per la precisione, di quel futuro in cui forse gli alunni delle scuole elementari studieranno i giorni in cui si discuteva del “terrorismo internazionale di matrice jihadista” (per l’anno 2100, credo, sarà stata finalmente abbandonata quella fallacia logica che vuole che il terrorismo sia conseguenza naturale dell’essere islamici, e viceversa) e di come si sbagliassero tragicamente, quei governanti occidentali che avanzavano varie proposte (tutte militari, in una misura o nell’altra) per sconfiggerlo: alla fine, i miliziani del Califfato non vennero sconfitti, racconteranno i maestri, dalla (evidente) superiorità bellica di chi giurava di volerli spazzar via dalla faccia della Terra, ma dall’assuefazione.

Da quando la disperazione di alcuni ragazzini europei, storditi dalla martellante propaganda dell’ISIS, ha iniziato a divenire follia omicida, molte (troppe) sono le frasi fatte che sono state coniate da taluni individui che hanno un bisogno patologico di attenzione; una di queste, una delle poche che contiene in se una verità, è: scopo del terrorismo è farci cambiare le nostre abitudini. Può essere curioso notare che tale è pure lo scopo di chi annuncia di volerlo sconfiggere e, anzi, la portata degli attentati dell’undici settembre si misura, anzitutto, nell’indifferenza che accolse le misure liberticide che George Bush fece approvare negli Stati Uniti dopo quel giorno. Indifferenza che si manifesta in tutta la sua fragorosità, considerando quanto quelle misure mutarono la vita quotidiana di milioni di persone.

Quella supina accetazione di un sopruso è la prova che quegli attentati furono, dal punto di vista di chi li commise, un successo; successo che allora, sbagliando, attribuimmo alla grandezza di quell’attacco (quasi tremila persone uccise ed oltre seimila ferite) ma che, invece, è piuttosto conseguenza della sua novità: mai era accaduto, da dopo Pearl Harbour, che qualcuno attaccasse gli Stati Uniti (e quindi, metaforicamente, l’intero Occidente che ad essi faceva capo) in casa. Quando i ricchi occidentali si erano uccisi, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’avevano sempre fatto tra di loro.

Lo stesso vale, pure, per l’affaire Charlie Hebdo; credevamo (in parte, ci venne fatto credere) che esso fosse epocale perché ad esere assaltate non erano state solo delle persone, ma anche uno dei pilastri della storia d’Europa: la libertà d’espressione (ma questa schematizzazione poteva essere accettata solo nella semplificazione giornalistica ed i fatti erano assai più complessi di così). Oggi possiamo dirlo: la verità è che se ne parlò tanto a lungo soltanto perché era la prima volta che un attentato terroristico colpiva l’Europa, dopo quello compiuto a Londra quasi dieci anni prima. O, almeno, questa deve essere la verità, se si osserva come, oggi, si accoglie la notizia della morte di due persone e del ferimento di altre quattro (e due persone morte sono un’enormità): con lo stesso senso di quotidianità con cui noi guardiamo ai soldati in armi che pattugliano strade, stazioni, siti di interesse turistico; con cui, in altri termini, accettiamo di star vivendo una guerra che noi abbiamo dichiarato. Il terrorismo in atto adesso non sta mutando le nostre abitudini; è il terrorismo precedente che le ha già mutate: i giovani resi folli da un’Europa che con loro ha fallito hanno forse un successo mediatico, ma sicuramente non comunicativo. Guardiamo a loro con la stessa morbosa e superficiale curiosità che ci porta ad interessarci agli accadimenti di cronaca nera, che vogliamo ci vengano raccontati, e nei loro particolari più sordidi, ma certamente non nelle prime pagine dei (tele)giornali: quelle spettano alle notizie serie, tipo le crisi di governo, o le loro soluzioni ormai lì, ad un passo (ma, resta di stucco, è un barbatrucco!).

Perfino Di Maio e Salvini, che devono parte del proprio successo politico ad eventi come quello capitato sabato a Parigi e, soprattutto, ai sentimenti che, anche grazie al loro aiuto, essi sono riusciti a suscitare negli italiani, non hanno ritenuto necessario affidare un loro pensiero alle agenzie di stampa; a quanto mi risulta, anzi, neppure dai social network è giunto alcun segnale di vita, in questo senso. D’altronde, che un uomo, in Francia, abbia accoltellato alcune persone colpevoli soltanto di trovarsi nel proverbiale posto sbagliato nel proverbiale momento sbagliato, è ormai notizia di così scarso peso specifico che nessuno si è premurato di chiederglielo, cosa ne pensassero.

E considerando che si tratta degli stessi che stanno parlando di incrementare “la sicurezza” aumentando i rimpatri, costruendo nuove prigioni e legalizzando la “legittima difesa domiciliare”, forse è meglio così.

 

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6 thoughts on “Le posizioni sono importanti

  1. Gaber
    Tanta carne al fuoco.
    Ho letto con attenzione questa volta.
    Non vi è più nulla di epocale: c’è stata una violenta assuefazione e credo che questo non sia neppure così drammatico Perché l’alternativa sarebbe stata chiudersi sotto una campana di vetro.
    Il punto focale è che si sia assopito totalmente quel senso di compattezza e si agisca individualmente trovando proprie risorse senza rendersi conto di essere teleguidati Certamente sulla base di alcune peculiari preferenze che si formalizzano seguendo questo o quel pifferaio magico di cui i media trasmettono il messaggio. Venghino venghino!

    Mi sa che sono andata fuori tema colpa tua sempre ea prescindere.

    Sherabientot grazie

    • Certo che è colpa mia, ma non credo che tu sia andata fuori tema: il problema secondo me è che non riesco a capire da dove origini questa assuefazione. La morte ed il dolore dei nostri simili non dovrebbero mai assuefarci, perché l’empatia è una delle cose che ci rende umani, e che ci ha permesso di sopravvivere in un ambiente ostile come questa terra. Cos’è che d’improvviso l’ha uccisa, cos’è che ci ha fatto dimenticare che, per avere una possibilità, dobbiamo, come dici tu, abbracciarci stretti stretti? Me lo chiedo. Ma non trovo risposta.

      • È sparito dai nostri orizzonti il ‘sol dell’avvenire’ : ‘Pensammo una torre/scavammo nella polvere’. È un verso di una poesia di Pietro Ingrao e per me sta a significare che non c’è mai una ricostruzione logica e razionale di quello che succede ma è L’intreccio di tanti eventi che ci modifica o che comunque incide modificando i più.
        Empatia poi è qualcosa di unico E basterebbe anche soltanto immedesimarsi nell’altro.

        sheraquasibuongiorno

      • Dovremmo e potremmo farlo: la natura ci ha notato di cellule cerebrali che stanno lì apposta. È come se di punto in bianco scegliessimo di smettere di parlare.

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