Perché dobbiamo occuparcene noi? – Episodio 1 di 2

“Chi è?” chiese, dall’interno, la voce dell’altro.

I primi tempi in cui si erano serviti di quel posto, si era stupito del fatto che, pur avendo cancellato tutto il resto, l’addestramento a cui entrambi erano stati sottoposti non fosse riuscito a sradicare quel semplice automatismo; dopo dieci anni di collaborazione (durante i quali, ovviamente, non aveva mai imparato il suo nome, né si era mai sognato di chiederglielo), aveva rinunciato all’idea di insegnargli, lui, quel che non era stato in grado di fargli comprendere un istruttore venuto da non ricordava neppure quale paese del Medio Oriente e, quindi, aveva smesso di ricordargli, ogni volta che varcava quella porta, cosa prevedeva la “procedura di intrusione” (un cantilenante: chiedi la password, raggiungi il nascondiglio, attendi). Aveva inoltre imparato, col tempo, che l’altro trovava più congeniale occultare un cadavere, che star nascosto dentro un bugigattolo come quello che, convenientemente, nella stanza accanto era celato dietro un armadio di metallo.

“Chi vuoi che sia?” era la risposta che ora gli dava sempre, e che gli diede anche quella volta, dopo aver chiuso la pesante porta (va bene tutto, ma la prudenza non è mai troppa). “Ce le abbiamo solo noi, le chiavi di questo appartamento”. Sentì l’altro tirare indietro la sedia e farglisi incontro col suo passo strascicato; come sempre, quando comparve nel vano della porta, la prima cosa che notò di lui fu la voglia a forma di stella che aveva sul collo. Era, contemporaneamente, la più evidente e la più anonima tra le sue “caratteristiche salienti”: era impossibile non ederla, per dire, ma al tempo stesso non era mai facile farsi venire in mente un suo particolare che la distinguesse da un neo dalla forma singolare. A volte, quando ci pensava, faceva fatica anche a ricordarsi se fosse sulla parte destra o sinistra del collo.

“Ciao” gli disse l’altro. “Ci hai messo un po’. Problemi?”.

“Nessuno… cioè, solo cose personali. Non so se capisci”.

L’altro si strinse nelle spalle; probabilmente no, non capiva, ma non gli importava granché. “Dai vieni dentro” gli disse. “Così mentre parliamo finisco di leggere una cosa”. Si avviò, trascinando le assurde pantofole di Homer Simpson che usava per muoversi là dentro e che, lo riconosceva, erano assai più adatte alla segretezza rispetto agli anfibi che portava lui (certe abitudini sono dure a morire). Oh, be’: vista la velocità con cui gli inquilini andavano e venivano, in quel palazzo, nessuno avrebbe mai avuto modo di farsi domande, rispetto a quel che accadeva in quell’appartamento. L’avevano scelto per quello, d’altronde.

Che poi, chiamarlo appartamento non era neanche corretto; da quel che ne sapeva lui, non possedeva i requisiti minimi per essere qualificato con quel nome su nessun documento catastale (e per altro, nessun documento catastale ne rivelava l’esistenza). Probabilmente, quello spazio doveva essere stato ricavato abbattendo il muro che separava i ripostigli dei due appartamenti vicini; conveniente, visto che i ripostigli non avevano finestre. Il dizionario, poi, gli aveva una volta detto che un appartamento è un aggregato di più camere che formano un’abitazione libera, e quello non ci provava nemmeno, a dare l’impressione di essere stato costruito per abitarci. C’erano un letto e un cesso, sì, ma dormire e pisciare non significa vivere; l’unica concessione alla vita normale era il computer dove l’altro passava la maggior parte del tempo che stava lì dentro, e davanti al quale stava seduto, con la pagina Web di un quotidiano aperta davanti (come avevano fatto a portarci la connessione, restava un mistero) quando lui gli disse: “Dobbiamo occuparci di Michele Cudia”.

L’altro sbuffò; in dieci anni, aveva imparato che quello era il massimo del disappunto che fosse capace di esprimere. “Così, alla fine, tocca che dobbiamo occuparcene noi?” disse, senza staccare gli occhi dallo schermo e senza nessuna inflessione nella voce. “Speravo che lassù in alto avessero un po’ più di fantasia”.

“La fantasia non è la loro specialità… è la nostra, semmai, e sai che con Cudia la situazione è piuttosto delicata…”.

“Certe volte non mi piace per niente essere il migliore, sai?” lo interruppe l’altro. “Ci ho lavorato, con Cudia, un paio di volte. M’è simpatico, sembra uno apposto”. Lo sguardo fugace che gli lanciò voleva dire, più o meno: per quanto possa essere apposto uno di noi, e comunque troverei più piacevole occuparmi di te.

“Non è lavoro nostro, discutere” disse alla sua nuca (quell’articolo doveva essere particolarmente interessante, pensò, con solo un briciolo di irritazione). “Non piace neanche a me, fidati, ma se è questo che dobbiamo fare…”.

“Mi piacerebbe solo sapere perché dobbiamo farlo. Ogni tanto potrebbero pure dircelo”.

“Dai, in questo caso non ce n’è bisogno. Avrai sentito le voci, no?”. Erano almeno due mesi che si diceva che Cudia volesse saltare il fosso, e che alla fine qualcuno (non sapevano ancora chi, ma scoprirlo non era loro competenza… sarebbe stata competenza di Cudia, piuttosto) gli avesse fatto la proverbiale offerta che non si può rifiutare. Era strano, magari, che avessero aspettato tutto quel tempo per chiedere loro di intervenire. “Pare che l’ordine sia partito dal Grande Capo in persona”.

L’altro si voltò. Di solito quello era un argomento assai convincente, per lui; ma, stavolta, un’ombra di dubio persistette nel suo sguardo: Cudia doveva proprio piacergli. “E che motivo avrebbe, per andarsene? Fa quello che gli piace, senza conseguenze, e per di più lo pagano, e bene”.

“Ho sentito che gli hanno offerto qualcosa che noi non possiamo dargli”.

“Cioè?”.

“Una vita normale”.

L’altro lo fissò, stavolta a lungo, stolidamente. Che significava? Che c’era di anormale nella vita che facevano loro due e Cudia?. “D’accordo” disse, infine, scuotendo leggermente la testa da una parte e dall’altra. “Come ce ne occupiamo, allora?”.

(continua)

Advertisements

3 thoughts on “Perché dobbiamo occuparcene noi? – Episodio 1 di 2

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s