Il caso e la necessità (ma senza Jacques Monod)

Come consigliatomi dal mio amico ammennicolidipensiero, sto leggendo L’opera del tradimento.

Il volume è piuttosto impegnativo (per inciso, anche venirne in possesso lo è stato) ed io non l’ho consumato che per metà: mi astengo, dunque, almeno per ora, da qualunque giudizio complessivo su di esso.

Ne ho letto abbastanza, tuttavia, da essere costretto ad ammettere, in barba ad ogni mia precedente asserzione sull’argomento, che è davvero possibile costruire rapporti solidi in un mondo votato all’impermanenza ed alla labilità come quello della Rete: conosco infatti ammennicolidipensiero da più di quattro anni e, in questo lasso di tempo, non l’ho visto che una volta (quella volta l’ho raccontata qui); pure, solo una persona che mi conosceva veramente bene poteva consigliarmi con cognizione di causa un libro del genere.

L’opera del tradimento, infatti, è un’opera degli anni Settanta di Mario Brelich, giornalista che aveva già ricavato una certa fama da creazioni simili, il cui scopo è dare una risposta ad un quesito che dovrebbe turbare i sonni dei credenti più di quanto non faccia: ma per quale assurdo motivo Giuda Iscariota finì per tradire Gesù di Nazareth? O, almeno, questa è la domanda esplicita da cui questo curioso tomo prende il via; la verità, però, a mio modesto parere, è che esso tenta piuttosto di fugare un dubbio assai più intrigante, e cioè: ma se Giuda mostrava già degli indizi, che permettevano di immaginare (ancor di più ad uno che, essendo figlio di Dio, possedeva il dono della prescienza) che avrebbe tradito, allora perché Gesù lo scelse come suo apostolo?

La mia aspirazione (che resterà frustrata) è quella di essere un uomo colto; una delle mie frasi preferite del mio scrittore preferito, Jorge Luis Borges, è la seguente: ogni uomo colto è un teologo e, per esserlo, credere a Dio non è necessario. Potete ben immaginare, dunque, con quale entusiasmo mi sia gettato ne L’opera del tradimento; ancor di più, quando ho scoperto che essa non apparteneva al genere del saggio, ma a quello del giallo deduttivo: per dipanare il mistero, infatti, Brelich decide di affidarlo nientemeno che al cavaliere Auguste Dupin, il personaggio inventato da Edgar Allan Poe che ha permesso allo scrittore di Baltimora di inventare il racconto poliziesco.

Se devo dire la verità, ho apprezzato tale scelta meno di quanto sarebbe stato lecito attendersi (sono infatti un grande estimatore sia di Poe, che del genere che ha reso famoso Sherlock Holmes); o, per meglio dire, l’ho trovata pretestuosa: Dupin, infatti, in questo scritto sembra più un teologo medioevale, che un maestro della deduzione. Si può ben dire che qui egli non sia neppure più il personaggio, fondamentalmente bidimensionale, che Poe volle creare, bensì un simbolo: il simbolo della “ragione ordinatrice”, della ferrea logica che Brelich vorrebbe il lettore percepisse essere alla base delle sue conclusioni.

Non bisogna tuttavia essere eccessivamente severi con l’autore: questa è infatti una tendenza invalsa. Ogniqualvolta qualcuno si sia trovato ad affrontare il problema del tradimento di Giuda (e, come giustamente sottolinea Brelich, sono stati in molti a farlo), lo ha fatto partendo dal presupposto che le sue azioni obbedissero, appunto, ad una logica, che seguissero un piano, naturale o sovrannaturale, che era possibile, se non proprio seguire e ricostruire, quanto meno intuire ed indovinare. Alla luce delle mie scarsissime conoscenze, nessuno ha mai considerato che nell’opera del tradimento potesse avere un qualche peso il caso.

Da non credente, molti sono i meriti che riconosco a Gesù di Nazareth; di sicuro, tuttavia, non si può dire che seppe capitalizzare in senso economico un messaggio che, a voler dare ascolto ai Vangeli (ed è rischioso: sarebbe come ricostruire la storia del Movimento 5 Stelle attraverso i post del blog di Beppe Grillo), incontrava un vasto consenso di pubblico. Non lo fece perché non lo volle, e giudico stimabili le sue opinioni radicali in merito alla vendita delle idee; non di meno, la sua politica su questo argomento dovette condurre quelli che gli erano più vicini, e soprattutto i suoi apostoli, sull’orlo della morte per fame: e nessuno era in condizione migliore, per accorgersi di questa condizione, che Giuda, il cui compito era tenere la cassa comune.

È troppo immaginarsi un Giuda che lavori indefessamente, nel tentativo di tirar fuori da questa angosciosa condizione se stesso, i suoi compagni e, forse, addirittura quello che considera essere il Messia? Avrebbe peccato, in questo caso, di superbia: ma assai diverso è il vizio capitale della superbia, dalla colpa inescusabile di aver consegnato a morte certa il più grande beefattore del genere umano. Pietro era contemporaneamente vigliacco e violento, due peccati assai più gravi della superbia: pure, la chiesa lo riconosce come santo e come suo padre fondatore. Ecco, dunque, l’Iscariota che, a questo fine, ardentemente devoto al suo maestro ed in perfetta buona fede, accetta un qualche compito dietro compenso, senza rendersi conto che ad averglielo assegnato sono stati i sacerdoti e che esso condurrà alla cattura e morte di Gesù…

Fantasie di un uomo innamorato del narrare, e che ha scelto di giocare (come già in passato) con la storia ed il personaggio più noti della letteratura mondiale o, almeno, di quella occidentale; non si pensi, tuttavia, che questo mio gioco abbia intenti blasfemi: ho smesso da tempo (da quando sono uscito dalla pubertà, più o meno) di irridere una fede che non possiedo e non comprendo. La mia “versione di Giuda”, per citare ancora una volta Borges, la ritengo anzi perfettamente ortodossa; è anzi l’unica che, a volerla considerare dal punto di vista del credente, rende obbligatorio l’intervento di Dio e, per di più, rimuove anche lo scomodo “paradosso di Giuda”, per cui assai di più di Cristo, che è morto in croce, ma è poi risorto il terzo giorno ed ora siede alla destra del Padre, per la salvezza dell’umanità ha pagato Giuda, che soffre ed eternamente soffrirà nella più profonda voragine dell’inferno.

Ad ogni modo: per chi crede che Gesù sia il Cristo, la sua nascita a Betlemme, il suo magistero, il tradimento di cui fu fatto oggetto, la sua morte in croce (volendosi limitare unicamente agli eventi della sua vita di uomo) sono non semplici accidenti, ma necessità: non poteva esserci la redenzione, se tutte queste cose non fossero accadute; d’altronde, trovare un senso, appartenga esso a questo mondo oppure no, a questi eventi, e segnatamente all’opera di Giuda, significa, in un certo senso, sottrarla al comando di Dio: le cose sono andate così non perché l’Onnipotente aveva previsto che così andassero, ma per una serie di motivi ricostruibili. In questo senso, ho affermato che solo consegnare la storia di Cristo, ed in particolare del tradimento di Cristo, al regno del caso, permette di dare a Dio quel che è di Dio, come ebbe a dire proprio Gesù: perché solamente un Dio può far derivare qualcosa dal suo contrario; solamente un Dio può far emergere un progetto, quello della salvezza umana, da un caso, che è ciò che ha condotto Giuda a tradire Gesù.

Ripeto che non sono credente. Tuttavia, “un essere che è in grado di far emergere un progetto dal caso” mi sembra una bella definizione, per Dio.

O, quanto meno, per un Dio.

Lo so: i tempi che corrono richiedevano che, forse, oggi si dovesse parlare di un altro argomento, fosse la clamorosa contraddizione che i fatti hanno voluto dare all’ultimo articolo che ho scritto o le dichiarazioni infelici di alcuni ministri appena insediati. Non ho scelto questa via per tutta una serie di motivi: uno, perché dovevo ringraziare ammenicolidipensiero per il consiglio che mi ha dato, e non sarebbe stato carino farlo ricordandogli che viviamo in tempi oscuri; due, perché è da quando ho iniziato questo blog che il mio riferimento è Umberto Eco e, in particolare, la sua Bustina di Minerva, in cui il grande intellettuale parlava, ogni settimana, di ciò di cui gli andava di parlare, e di nient’altro; tre, perché ho sempre invocato il mio sacrosanto diritto al frattempo, come lo chiamano i Wu Ming: prima di scrivere qualcosa, voglio prendermi il mio tempo, studiare, osservare, comprendere. Solo perché gli altri iniziano ad urlare prima che tutte le sinapsi del cervello siano collegate, non significa che dobbiamo farlo anche noi.

Tutto questo per dire che è possibile che ne scriva in futuro, quando forse la maggior parte di quelli che oggi esultano, o si scandalizzano, avranno dimenticato questi giorni.

In effetti, ci sto già lavorando.

 

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6 thoughts on “Il caso e la necessità (ma senza Jacques Monod)

  1. caspita, addirittura un post prima di concludere il libro! onorato! conclusione che, per altro, aggiunge ulteriori elementi e che, a quanto so, inzialmente aveva suscitato perplessità in ambiente vaticano (non spoilero, promesso. a memoria era però forse la parte che, per quanto bella, mi aveva convinto di meno rispetto al resto del libro).
    “a voler dare ascolto ai Vangeli (ed è rischioso: sarebbe come ricostruire la storia del Movimento 5 Stelle attraverso i post del blog di Beppe Grillo), incontrava un vasto consenso di pubblico”: un parallelo come questo vale il post intero, comunque.

    • Te lo meritavi:-).

      Ad ogni modo, il parallelo non è tutta farina del mio sacco: c’era un video di Alessandro Barbero (appena pesco una connessione più stabile te lo linko) che segnalava come sono stati i cristiani medievali, e segnatamente i francescani (gente, cioè, che imparava tutto ciò che sapeva da quei libri lì) ad inventare il marketing.

  2. È partito il commento ma comunque Giuda Iscariota non è stato altro che lo strumento.
    Non è necessario essere teologi per interessarsi alle religioni tanto è che nella libreria di mia madre ho potuto attingere ha molti libri e saggi.
    Se ti interessa confrontare la figura di Giuda e conseguente analisi del tradimento ti suggerisco il libro di Amos Oz il Vangelo secondo Giuda.
    Shera

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