Absit iniuria verbis – Forse un’introduzione

E così, alla fine, limati gli ultimi particolari, appianate le ultime divergenze, sacrificate le ultime vergini (sto scherzando: le divergenze non sono affatto state appianate), il governo a trazione Lega-Movimento 5 Stelle (ricordate che le posizioni sono importanti) ha finalmente preso il via. Ed ha già ottenuto un risultato importante: quello di candidato di diritto al ruolo di peggior roba verde-oro ad aver visto la luce dai tempi della nazionale brasiliana del 2014.

Ad ogni modo, ancorché fosse chiaro che questa conclusione fosse la meno probabile (o, forse, poiché era chiaro che lo fosse), oggi tutti si sentono in diritto di esprimere la propria opinione su di esso: da ciò deriva, avrebbe detto il signor De Lapalisse, che tutte le opinioni vengono espresse ed io, da par mio, mi permetto di aggiungere che, quando ciò avviene, di solito il livello di quelle opinioni si stabilizza su quello delle meno condivisibili. Questo convincimento, figlio della mia modesta esperienza di vita, è il motivo per cui, nei giorni scorsi, piuttosto che di Antonio Paolo Giuseppe Conte e della sua “squadra”, ho preferito occuparmi di Giuda Iscariota.

Per questo, e perché speravo che, evocando il dodicesimo apostolo, per una specie di macumba, sarei riuscito ad indurre Giorgetti a limonare Salvini nel bel mezzo dell’emiciclo, prima di votargli contro insieme a tutto il suo partito.

Così, purtroppo, non è avvenuto; e, al frastuono tutto sommato prevedibile che sempre accompagna la formazione di un nuovo governo, si sta ora sostituendo la “falange silenziosa” di quelli che insistono con l’antico mantra del lasciamoli lavorare. Per tirarmi fuori da questa compagnia, sto scrivendo questo post.

Circa un anno prima della sua morte, in un articolo diventato famoso, Pier Paolo Pasolini scriveva:

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Ebbene, non sono necessari i mezzi di un intellettuale del suo calibro (e nemmeno, se è per questo, i mezzi di un intellettuale quale che sia), per sapere, anche senza lasciarlo lavorare, dove e, soprattutto, come andrà a parare il nostro nuovo governo: per farlo, è sufficiente conoscere i personaggi che ne fanno parte. Ed è impossibile, se si è vissuto in Italia nell’ultimo anno e non si è stati graziati dal Signore coi provvidenziali doni della cecità e della sordità, non conoscerli, alcuni di quei personaggi: la recente campagna elettorale (intendo, quella ancora in corso) è stata infatti fortemente basata sulla personalizzazione; anzi, potrebbe apparire addirittura paradossale che, dopo essersi continuamente proposti come uomini che incarnavano tutti i valori ed i desideri del proprio partito, dopo aver tentato in tutti i modi di farsi conoscere, oggi Luigi Di Maio e Matteo Salvini abbiano accettato tanto pacificamente di non farsi riconoscere, di non vedere il proprio nome, in nessuna maniera ufficiale, associato al governo appena entrato in carica. Eppure, questo è probabilmente il loro più grande successo.

Gli storici sono abbastanza concordi nel ritenere veritiero, un adagio antico e piuttosto maligno a proposito della Democrazia Cristiana: “il furbo fa il segretario di partito, ed il fesso il presidente del consiglio”. Non so dire se Di Maio e Salvini, i quali in un modo o nell’altro hanno costruito la propria fortuna politica additando la Prima Repubblica come quanto di peggio la storia italiana avesse mai prodotto (dopo la Boldrini, ovviamente), conoscessero questo aforisma; se sì, devono averlo tenuto ben saldo in mente, quando decidevano di affidare la guida del governo e la maggioranza dei ministeri a degli illustri sconosciuti (che sono, rispetto a loro, gli altri del governo).

Il compito di questo esecutivo, di fatti, non è dettare la linea politica della maggioranza: ci sono fior fior di documenti ed accordi tra le due parti in causa, a questo scopo; una legge elettorale che permette con facilità di imporre ricatti politici, e la sostanziale insignificanza di chi si è seduto, senza sapere come, alla guida di un dicastero, rendono parlamentari e ministri del tutto incapaci di opporsi alle decisioni che vengono prese (che sono già state prese) in altro loco, a meno di non voler diventare dei paria, di non volersi porre, all’interno della maggioranza Lega-Movimento 5 Stelle, nella stessa posizione che Gianfranco Fini occupava nella maggioranza di centrodestra intorno al 2010. D’altronde, il destino di questi altri è già segnato, perché il loro compito, a volerla dire semplice, è quello di prendersi la colpa; di preservare la verginità politica di chi, un giorno, potrà davvero guidare un governo monocolore.

Graziano Delrio, pensando evidentemente di prodursi in un commento salace, durante la discussione che ha preceduto il voto di fiducia, ha definito Conte un pupazzo: non si è reso conto di avergli così fatto quasi un complimento. I pupazzi, di fatti, sono sì manovrati da qualcun’altro ma, quanto meno, esprimono una personalità ed un carattere; il minimo, insomma, per poter essere definiti dei personaggi. Conte, e lo dimostrano le sue prime, imbarazzanti uscite pubbliche, non esprime nemmeno questo minimo di approfondimento: si tratta, letteralmente, di uno spaventapasseri, piantato in un campo per impedire alle opposizioni di mangiarsi il granturco; uno spaventapasseri deve chiedere il permesso di parlare di un certo argomento al parlamento che deve votargli la fiducia o che non può trattenersi a parlare con i giornalisti più di quanto il suo portavoce non ritenga opportuno.

Alcuni commentatori, ed un ampia fetta del “popolo dei social network”, si sono aggrappati a queste palesi dimostrazioni di inadeguatezza, convinti che esse svelassero qualcosa: ma la verità è che le umiliazioni di cui è stato e verrà ancora fatto oggetto, in futuro, Giuseppe Conte, servono, piuttosto, complice il fastidioso cicaleccio che ormai segue qualunque starnuto compiuto da una personalità pubblica, a celare qualcosa; più precisamente che, col “governo del cambiamento” che Di Maio e Salvini tengono saldamente in pugno, senza neppure preoccuparsi di nasconderlo, è tornata al potere, trionfante, la più laida delle destre berlusconiane: quella del partito-azienda fondato da un miliardario; del legame diretto col popolo, chiamato a ratificare le decisioni già prese dal caro leader; della colpevolizzazione costante di “qualcun’altro”, sia esso un comunista, un omosessuale, un immigrato; della sostanziale alleanza con i grandi patrimoni, dimostrata, ad esempio, dalla pervicacia con cui si persegue il progetto Flat Tax…

Alla luce di queste considerazioni, fin d’ora considero inutile e, anzi, potenzialmente dannoso qualunque commento sulle dichiarazioni rese da un ministro del governo Conte, così come qualunque giudizio di merito sulle proposte di legge che esso depositerà in parlamento: le prime, sono il consueto fumo negli occhi (ed alle voci sdegnate di chi protesta contro un leghista che dice di non riconoscere le famiglie omosessuali si dovrebbe rispondere con un sonoro “BUONGIORNO!”); le seconde, non sono che l’applicazione pedissequa di quella serie di provvedimenti su cui Salvini e Di Maio si sono accordati, e che hanno inserito nel contratto di governo che hanno firmato insieme: se si vuole dare un giudizio lucido ed impietoso su questo governo, è da lì che si deve ripartire; o, almeno, così credo: e, se non fosse così, non avrei creato Absit iniuria verbis, la rubrica in cui mi propongo di fare, appunto, questo, analizzare punto per punto quel che in quel contratto c’è scritto, nello stesso spirito con cui analizzai, tempo fa, le parole con cui Berlusconi accolse la sua prima condanna definitiva, o quelle del Programma di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli

Non so se porterò mai a termine questo compito; quel che è certo, è che ci sarà da divertirsi. Ospite della prima puntata, redpoz. State connessi.

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2 thoughts on “Absit iniuria verbis – Forse un’introduzione

  1. Cui prodest
    Nonstante la simpatia affettuosa con la quale riesco a leggerti tutte le tue argomentazioni mi risultano fastidiose non per come le esprimi (e condivido) Ma per gli oggetti, gli ufo di cui tratti.
    Ecco! Intendo dire che pur essendo estremamente attenta su quanto sta succedendo e che mi inquieta molto) non posso che prenderne atto ma certamente non spendermici oltre.

    Io non sono tra coloro che pensano di stare a guardare di lasciarli lavorare preferirei che stessero il più fermi possibili perché già così stanno facendo danni.

    Una cosa non mi trova d’accordo io credo che sia Salvini che Di Maio si stiano mangiando i gomiti perché con la loro smania di protagonismo la Presidenza del Consiglio era ambita da entrambi e per fortuna questa almeno la abbiamo scampata perché il pupazzo si presenta bene…

    Il loro contratto sarà un po’ come quello o quelli non ricordo siglati da Berlusconi da Bruno Vespa. Salvini ha già incassato il primo sbarco di ‘farabutti’…

    Ciao Gaber!
    Shera

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