Gaber Ricci, autore dell’Universo

L’opera visibile lasciata da questo autore è di facile e breve enumerazione. Sono pertanto imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un elenco ingannevole che un certo giornale la cui tendenza protestante non è un segreto per nessuno, ha avuto la sconsiderazione di presentare ai suoi deplorevoli lettori. Gli amici veri di Gaber Ricci hanno visto questo catalogo con allarme, ed anche con una certa tristezza. Non è molto (e sembra ieri) che ci riunimmo dinanzi al marmo finale, tra i cipressi infausti, e già l’Errore cerca di appannare la sua Memoria… decisamente una breve rettifica si impone.

Ho detto che l’opera visibile di Gaber Ricci è facilmente enumerabile. Non mentivo. Durante la sua vita (che egli stesso definì “di una lunghezza ben eccedente i miei meriti”, fin dalla prima occasione in cui lo conobbi) egli non pubblicò che due racconti in antologie collettive (una e due, NdC). Espresse il desiderio di partecipare ad altre, simili operazioni editoriali; vistosi rifiutato, tentò la via (sempre perigliosa, lo dico a beneficio delle giovani generazioni) dell’autopubblicazione. I tariffari che gli vennero presentati resero impraticabile anche quell’opzione. Egli finì, così, per dedicarsi alla velleità di tutti gli scrittori di scarse pretese, scarse amicizie e scarse disponibilità: si affidò alla clemenza dei lettori. Per citare le parole di un suo inedito, questi reagirono con educata indifferenza; il che gli consentì una prolificità inusuale, dettata forse dall’inconsapevolezza, forse dalla disperazione, forse da entrambe le cose.

Come altri prima di lui (pensiamo al caso di Enoch Soames, giustamente ignorato dai suoi contemporanei e curiosamente divenuto famoso solo come personaggio letterario… o al mio), Gaber Ricci scelse di mascherarsi dietro una modestia che alcuni combatterono ed altri incoraggiarono. Ventiquattro parole soltanto contava una sua autobiografia, ed in un’occasione mi disse che gli sarebbe piaciuto che fossi io, infine, a raccontare quel poco che valeva della sua vita. Queste note, sia chiaro, non sono state scritte per ottemperare a quel desiderio.

Non so se sia lecito fidarsi di questa umiltà. Perché se, tolti alcuni falsi d’autore, poco fedeli ed involontariamente irriguardosi, la sua opera visibile si ferma a quanto poc’anzi ricordato, la sotterranea, che è forse pure – ahi, l’umano! – l’incompiuta, di cui tratterò a breve, rischia di rilevare una progettualità decisamente più ambiziosa. Oltre che degli effetti imprevedibili.

So che altri, prima di me, hanno avuto modo di passare in rassegna l’intero corpus di quello che, almeno a sentir lui, Gaber Ricci voleva fosse consegnato alla gloria dell’oblio. La speranza di costoro, suppongo, era di ricavarne un testo che qualcuno, ingannato dai necrologi, avrebbe finito per acquistare come strenna natalizia. Ad ogni modo: se la loro attività si è spinta appena poco oltre quanto sia lecito attendersi da dei professionisti giudiziosi, certo non sarà loro sfuggita la prima (ma non l’unica) delle costruzioni esoteriche di Gaber Ricci: e cioè, l’invenzione di un personaggio che si chiama Gaber Ricci (ma che avrebbe potuto, pure, chiamarsi Pierre Menard o forse Almotasim), che in molte cose non gli assomigliava affatto e che, pure, parlava in suo nome.

Si potrà dire, forse con un briciolo di rimpianto o, piuttosto, di fatalismo, che questa è già un’operazione notevole. Non la considerava affatto tale Gaber Ricci che, citando le elucubrazioni di un suo oscuro connazionale (Pirandello, mi pare) asseriva che questa è, in fin dei conti, l’occupazione cui tutti gli uomini dedicano, escluso il breve lasso di tempo in cui non hanno coscienza di loro stessi, l’intera esistenza.

Forse con più interesse si dovrebbe considerare, dunque, la decisione di non far agire nel qui ed ora il personaggio di cui, presa in mano la penna, indossava la maschera, ma di creare attorno a lui un Universo (almeno culturale) in cui potesse muoversi. Si tratta pur sempre di un’opera di letteratura, ed assai spiccia, per altro; ma, quanto meno, è qualcosa di più di quanto di visibile egli fece mai.

Ho davvero usato la parola spiccia? Sono stato ingeneroso. Embrionale, probabilmente, è un termine più adeguato. Dicono che quattro pareti bastino, per fare una csa; Gaber Ricci doveva pensare che tre personaggi (con lui stesso come quarto), contemporaneamente troppo vaghi e troppo dettagliati, bastassero per fare un mondo. Il quale, date queste premesse, non poteva essere che ingarbugliato e, per così dire, autoreferenziale.

Tale, spopolata realtà è infatti abitata solamente da:

a. Robert Zimmermann, cantautore dai gusti ambigui, divenuto noto in gioventù grazie alla sua adesione ad un movimento controculturale assai convenzionale, ed in seguito, sotto lo pseudonimo di Bob Dylan, assurto al rango di vera e propria icona della musica popolare; metamorfosi resa possibile dal tentativo, coronato da successo, di introdurre in quest’ultima gli elementi caratterizzanti di quel movimento. Di alcuni dati biografici che Gaber Ricci inventò e volle trasmetterci su Zimmermann è lecito dubitare (che scrisse Blonde on blonde, la più bella raccolta di canzoni della storia della musica, e che vinse un premio Nobel); viceversa, credo sia meritevole di attenzione il fatto che di lui abbia scritto pure “è per l’invenzione del personaggio Bob Dylan e per la sua straordinaria coerenza che si sarebbe meritato il Nobel” e “Blonde on blonde era il disco che girava, una delle prime volte che ho fatto l’amore”;

b. un mio omonimo, Jorge Luis Borges, che come me è argentino, come me è destinato alla cecità, che come me ha ispirato il personaggio di un romanzo giallo e che come me è, di mestiere, uno scrittore. Gaber Ricci mi assicurò questa essere una coincidenza più fortunosa che fortunata, avendo inventato il mio omonimo (nella finzione, assai più anziano sia di me che di lui) numerosi anni prima di conoscermi, dopo aver trovato in un’oscura biblioteca un libro che non era mai più riuscito a rintracciare in seguito (Dell’uso degli specchi nel gioco degli scacchi, ne ricordava perfettamente il titolo, anche se non la trama), firmato a tale nome. Egli rappresenta l’immagine dello scrittore che Gaber Ricci avrebbe voluto essere, e che non fu mai (e non solo, dovrei… ma non anticipiamo i tempi);

c. Philip K. Dick, che occupa il posto d’onore in questo assai desolato Pantheon, e che potrebbe non essere un personaggio fittizio o, quanto meno, non del tutto: egli, infatti, è la figura tanto del ben noto scrittore di fantascienza, quanto dell’omonimo personaggio che Dick stesso inserì in Radio libera Albemuth, il suo ultimo romanzo, concluso poco prima della sua morte, avvenuta in circostanze misteriose mentre era detenuto in attesa di giudizio per possesso di droga, nel 1978.

Tale ultimo dettaglio era comunque recisamente negato da Gaber Ricci. Egli accettava, come alcuni studiosi californiani, l’ipotesi che quel misterioso trio di romanzi, apparsi alcuni anni dopo la sua morte a nome Timothy Archer, fossero piuttosto da attribuire a Dick, non benché, ma poiché parevano tanto contrastanti col suo stile; rifiutava, tuttavia, l’ipotesi che da questa derivava, quella secondo cui Dick era morto nel 1982 di infarto miocardico. Sosteneva infatti di averlo incontrato a Brescia, e che lui gli aveva rivelato di essere riuscito ad inviare, al se stesso che ancora viveva nel passato, ciò che aveva visto, perché questi se ne servisse per divenire uno scrittore di fantascienza di successo.

Credo che tale convinzione gli fosse necessaria per spiegare accadimenti che non comprendeva fino in fondo o che, addirittura, non comprendeva affatto; non di rado, poi, Dick divenne la scusante invocata più spesso, per colmare le contraddizioni che, inevitabilmente, emergevano man mano che egli aggiungeva particolari al suo scarno Universo.

In un’occasione, ad esempio, Gaber Ricci mi raccontò di aver sognato di compiere un atto riprovevole, in plurimi sensi; di aver poi sognato di essersi svegliato, e che qualcuno lo ricattava per il sogno precedente; di aver assistito a vari, falsi risvegli, in uno dei quali si era trovato intrappolato in una casa in cui era assai semplice entrare, ma impossibile uscire. Incapace di trovare una spiegazione che non chiamasse in causa il dottr Freud, pensai di rivolgermi, piuttosto, al signor De Lapalisse, e risposi che un sogno, in fin dei conti, è solo un sogno; il suo rimprovero per la mia superficialità (giustificato, lo riconosco) si interruppe a metà, quando disse: “Ma certo, è stato lui, il buon vecchio Phil”.

La sua tesi coinvolgeva lo spray Ubik ed una versione tascabile del satellite di cui i misteriosi abitanti di Albemuth si servivano per distorcere i sogni degli esseri umani; forse, come il Dick che riteneva di aver conosciuto, stava solo parlando per enigmi e, a chi avesse ascoltato quella conversazione, lo sciocco potrei essere sembrato io. Ma ciò non importa, perché fu quel giorno che, da quell’Universo, quel concetto emerse.

Gaber Ricci vi accennò solo di sfuggita. Era giunto a scoprirlo, disse, leggendo, nel modo in cui gli antichi rabbini lessero la Bibbia per ricavarne la Cabala, Un oscuro scrutare. Come molte delle cose inventate da Dick, la riteneva meno profonda che utile, perché grazie ad essa era possibile spiegare, letteralmente, tutto ed il contrario di tutto.

Non accennò mai più, dopo quel giorno, alle realtà parallele; almeno, non in mia presenza. Forse, aveva compreso; compreso che, seppure non vi credessi, vi speravo. Ero, allora, un modesto scribacchino già quarantenne; il mio destino non mi appariva dissimile da quello che, già lo intuivo, avrebbe atteso Gaber Ricci, che, a parte quell’opera visibile (che allora già esisteva) non avrebbe consegnato null’altro ai posteri, i quali lo avrebbero dimenticato in meno di una generazione. Presi, allora, ad immaginare quei mondi in cui ero divenuto famoso; presi ad immaginare di averlo fatto, scrivendo quei personaggi che si chiamavano (o avrebbero potuto chiamarsi) Pierre Menard o Almotasim.

Fu a furia di immaginarli, che li scrissi davvero. E, da qualche parte, un Gaber Ricci assai più giovane di me li lesse.

15 thoughts on “Gaber Ricci, autore dell’Universo

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s