La mia voce

A pensarci ora, quando Matteo Renzi è l’uomo più intelligente su un mucchio di cenere (cit.), parrà incredibile; eppure, c’è stato davvero un tempo (neppure troppo lontano) in cui non solo quel che diceva veniva ritenuto meritevole di attenzione, ma in cui l’ex presidente della provincia di Firenze, ex sindaco di Firenze, ex rottamatore, ex presidente del consiglio, ex segretario del PD (la smetto, giuro) era uno capace di far tornare d’attualità perfino Joseph Conrad.

Ciò accadeva, orientativamente, intorno al 2011; dovrebbe essere stato proprio in quell’anno, infatti, che la Leopolda (all’epoca, non ancora una stanca antonomasia, ma qualcosa di cui si occupavano i telegiornali della sera, e non le pagine locali di quotidiani che nessuno legge più) ebbe come slogan una frase tratta da La linea d’ombra; questa frase, per la precisione:

Solo i giovani hanno di quei momenti.

Quando mio fratello, grande appassionato di Conrad, lo venne a sapere, andò fuori dai gangheri. “Ma che cazzo!” mi disse. “Questo dimostra solo una cosa: e cioè, che Renzi La linea d’ombra non l’ha letto”.

“Perché?” chiesi io. “Quella frase non c’è?”. Se c’è qualcosa che di solito mi fa difetto, quella è la perspicacia; pure, avevo all’epoca già compreso che da Renzi avrei potuto aspettarmi questo ed altro.

“Certo che c’è” mi rispose lui. “È l’incipit del romanzo… ma credo che Renzi non abbia letto molto di più. Altrimenti avrebbe scoperto che è l’ultimo romanzo che Conrad ha scritto, a settant’anni; e che l’ha scritto appunto per dimostrare che sono quei momenti dei giovani a causare delle tragedie”.

Vi racconto questa storia non per irridere l’ex [eccetera eccetera], che riesce benissimo in questo compito da solo; ma per chiarire, fin da subito, che sono ben consapevole (al contrario di Renzi) del rischio che si corre a citare, decontestualizzandole, frasi di romanzi che non si sono letti. Ciò nonostante, mi è capitato spesso (qui, ad esempio) di citare una frase, attribuita da una fonte attendibile (un segnalibro acquistato in una Feltrinelli) a Marcel Proust:

Un viaggio di scoperta non consiste nel vedere cose nuove, ma nell’avere nuovi occhi.

benché non abbia mai neppure pensato di leggere un suo romanzo.

Il mio sprezzo del pericolo, anzi, si spinge ancora oltre: non solo quella frase l’ho citata, ma continuerò a citarla. Infatti, essa torna spesso straordinariamente utile; in questo preciso momento, ad esempio, potrei servirmene per rivelarvi che la breve escursione che, domenica scorsa, ho compiuto a Modena, è stata, appunto, un viaggio di scoperta.

Non penso ci sia neppure bisogno di chiarirlo, ma questo giudizio non dipende in alcun modo da ciò che ho visto; non dipende in alcun modo dal fatto che, finalmente, allo straniero che mi chiederà “Ma cosa c’è da vedere a Modena?”, potrò rispondere qualcosa di diverso da “Il notevole duomo romanico dedicato a san Geminiano e patrimonio dell’UNESCO, frutto del genio dell’architetto Lanfranco e dello scultore Wiligelmo”, come una qualsiasi, pessima guida turistica. No, esso dipende, piuttosto, da un unico pensiero, che ho avuto mentre ero a metà dell’ascesa alla Torre Ghiraldina.

La Torre Ghiraldina (il cui nome, inevitabilmente, mi ha riportato alla mente un’altra torre, visitata durante un altro “viaggio di scoperta”) è il campanile annesso al duomo stesso; contiene una serie di locali assai curiosi (quello in cui era conservata la “secchia rapita” che ha ispirato l’omonimo poema di Alessandro Tassoni, per dirne uno) e condivide con la sua “chiesa madre” due caratteristiche: è anch’essa patrimonio dell’UNESCO, ed è pendente (a dimostrazione del fatto che solo imperscrutabili ragioni di natura turistico-esoterica hanno consentito alla piazza dei Miracoli di Pisa di assurgere alla posizione di “luogo unico al mondo”).

Durante la costruzione (sorprendentemente assai rapida) dei due edifici, infatti, si verificarono alcuni cedimenti nel terreno, tali che le absidi del duomo e la sua torre campanaria si inclinarono pericolosamente gli uni verso l’altra; ciò rese necessari alcuni lavori di consolidamento, che finirono per risultare stroardinariamente efficaci: la Ghiraldina, pare, non ha praticamente subito danni durante il terremoto che sconquassò Modena e dintorni nel 2012 (quello che nei più moderni edifici della ricca Emilia fece 27 vittime, per capirci). Ad ogni modo, le condizioni di sicurezza della torre sono costantemente tenute sotto controllo da una serie di sofisticati macchinari, alloggiati in una stanza che prende il nome di “Sala degli strumenti scientifici”. Qui è ospitata, pure, una capsula del tempo, piena zeppa di messaggi scritti dagli uomini del tempo presente e destinati a coloro che vivranno, invece, il periodo di passaggio tra Ventunesimo e Ventiduesimo secolo.

Ecco: è stato davanti a quella capsula, di una forma piramidale un poco grottesca, che non ho saputo fare a meno di chiedermi: ed io, cosa scriverei all'”uomo di domani”? La risposta mi ha sorpreso (… ma avere nuovi occhi).

C’è un componimento, nel corpus poetico già notevole di Bertolt Brecht, che mi è molto cara; si intitola A quelli nati dopo di noi, l’ho letto tutto svariate volte e penso, dunque, di potermi permettere di citarne due passi, su cui in passato mi è capitato a lungo di riflettere:

anche l’odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l’ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il mondo alla gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

e

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlate delle nostre debolezze
anche i tempi bui
ai quali voi siete scampati.

Ecco, fino a non molto tempo fa (e parlo di due, massimo tre settimane), se qualcuno mi avesse chiesto di inviare qualcosa verso l’avvenire, non avrei avuto esitazioni, ed avrei scelto questi versi; che non sono altro, poi, che un modo particolarmente sofisticato per dire: scusateci. Ed invece lì, in quello che ha finito per configurarsi come il primo giorno di un lunghissimo inverno, ho dovuto confessare a me stesso, con sincerità, che sul mio “biglietto per l’avvenire” avrei copiato, piuttosto (tanto sarebbe stato comunque poco sforzo), uno dei racconti migliori scritti nel secolo scorso: Sentinella di Fredric Brown.

L’idea mi ha divertito. Anzi, per un paio di secondi ho anche meditato di scrivere, apposta per questo blog, un racconto su questi nostri discendenti che avrebbero aperto quella capsula, e si sarebbero ritrovati per le mani (posto che ancora le avessero avute) quel testo. Due considerazioni mi hanno trattenuto dal realizzare questo proposito: sarebbe stata forse la mia millesima rielaborazione del racconto di Brown (una potete trovarla qui) e sarebbe stato il secondo post di fila che avrei scritto ispirandomi copiando le parole di qualcun altro.

“Un viaggio di scoperta non è vedere cose nuove, ma avere nuovi occhi”: dentro la Torre Ghiraldina, di fronte ad una capsula del tempo, mi sono reso conto di non aver voglia di parlare con quella che, un tempo, avrei riconosciuto senza esitazioni come la mia voce.

Intendiamoci: molti miei amici possono testimoniare quanto adori Sentinella, e quanto quel breve testo abbia influenzato non solo il mio modo di scrivere, ma anche di intendere la scrittura. Lo ritengo un lavoro fondamentale, ed anzi proprio una settimana fa dicevo al mio amico Sebastiano che, dopo averlo letto, non si può più guardare il mondo con gli stessi occhi. D’altronde, non avrei mai creduto che, dovendo scegliere da chi farmi rappresentare, avrei preferito Brown a Brecht; non avrei mai creduto che sarebbe venuto un giorno in cui avrei anteposto uno che sentivo essere un maestro ad uno che sentivo essere un fratello. Se non altro, per i temi di cui si occupò e per cui lottò, che sono gli stessi di cui avrei voluto occuparmi (se, proprio, non fossi riuscito a lottare per loro) io.

Tutto questo non mi riesce: veramente vivo in tempi bui!

Leggevo, l’altro giorno, le parole con cui il mio amico Marco spiegava perché non aggiorna più il suo blog; penso che tutto il suo articolo sia riassumibile in una sola parola: stanchezza. La stessa stanchezza che sento io: nel momento in cui il fascismo, il razzismo, l’arbitrio dell’uomo forte sull’uomo debole, perfino le magliette con la scritta Auschwitzland fanno parte della “zona di comfort” della maggior parte dei nostri compatrioti (se non dei nostri simili), ha ancora un senso “rincorrere” l’attualità? Ha ancora un senso spiegare il perché ed il per come, tirar giù santi per la stupidità di chi ci sta intorno, invocare un’umanità che appare sempre più agonizzante, se domani uno qualsiasi dei nostri avversari, anche uno di quelli di più basso profilo, con una boiata neppure troppo arguta, potrà spostare ancora più in basso l’asticella dell’orrore? Non è mica facile gettare il proprio cuore contro un muro di pazzi, cantavano i Pink Floyd; si finisce per sentirsi (parlo per esperienza) come gli uomini che parteciparono attivamente alle lotte degli anni Settanta e che poi, d’improvviso, si ritrovarono catapultati nel mondo della “Milano da bere” e dei paninari.

Non c’è da stupirsi, se molti finirono nell’eroina, e quasi tutti gli altri nel porcile del new age.

19 thoughts on “La mia voce

  1. Marcel Proust non ha scritto nessun romanzo, vogliamo scherzare? lo so bene che Alla ricerca del tempo perduto viene ufficialente definito un romanzo, ma io non accetto questa definizione; e` un’opera che va oltre il romanzo, e` un testo filosofico in forma narrativa, e` un poema epico in prosa.

    non leggerlo e` un delitto che posso paragonare soltanto al non avere mai ascoltato la Nona di Beethoven.

    quanto alla citazione del segnalibro di Feltrinelli, i sono detto subito, nel leggerla: Non puo` essere di Proust, non e` nel suo sitle: e` BANALE. poi, per evitare brutte figura sono andato a controllare con google

    e infatti! ecco la citazione autentica:
    https://nonsoloproust.wordpress.com/2008/08/07/il-vero-viaggio-marcel-proust/

    Le seul véritable voyage, le seul bain de Jouvence, ce ne serait pas d’aller vers de nouveaux paysages, mais d’avoir d’autres yeux, de voir l’univers avec les yeux d’un autre, de cent autres, de voir les cent univers que chacun d’eux voit, que chacun d’eux est.”

    (La Prisonnière, Les Verdurin se brouillent avec M. de Charlus)

    “L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno di loro vede, che ciascuno di loro è.”

    e credo che questa frase da sola dovrebbe giustificare l’impegno a leggersi Prosut nei suoi sette volumi.

    quanto a Modena, mi sono goduto alla grande quel che scrivi, reduce da un recente incontro con la stessa straordinaria e poco conosciuta citta`.
    https://bortocal.wordpress.com/2018/05/05/visita-a-modena-6-maggio-2018-bozza/

    la mia lettura e` completamente diversa dalla tua e molto piu` scolastica, come vedrai anche da una rapida scorsa (non mi sento di consiglarti la lettura integrale…) e proprio per questo ho apprezzato molto quello che hai scritto tu.

    ho apprezzato molto anche il pessimismo cosmico fortemente avvalorato dal momento, ma non lo condivido: forse mi illudo – o forse sono ben piu` pessimista di te, invece -, ma non siamo di fronte (ancora) all’emergere di un nuovo nazismo organico, ma al suo ricomparire come farsa marxiana.

    mancano del tutto (per ora) i presupposti di un nuovo nazifascismo vero, e cioe` una societa` fortemente repressiva alle spalle; per questo siamo (per ora) alla tragicommedia e la vera tragedia ci attende ancora.

    • Vedi? L’avevo scritto che mi stavo prendedo un rischio :-).

      Sai che uno dei miei grandi sogni è scrivere una guida turistica, per dimostrare che si può fare senza finire nel “modello Lonely Planet”? Su questo blog ci ho provato con Roma… ma ho visto Modena troppo poco per fare altrettanto.

      In ultimo… non lo so, non ho visto il fascismo, per poter decidere a quale punto della storia che ritorna siamo ora, e francamente non mi interessa. Quel che so è che quando parli di umanità, e ti rispondono prima gli italiani, ti viene in mente che il problema, forse, è alla radice, e che si dovrebbe lavorare sulle giovani generazioni, piuttosto che su chi è “nel pieno possesso delle sue facoltà” (???).

      • Sto leggendo di Michela Murgia Istruzioni per diventare fascisti oltre la dittatura fascista e gli orrori oggi il fascismo si ripropone nelle idee e negli atteggiamenti arroganti di allora.

        Su Marcel Proust a loro con piacere ogni parola ti porto a casa.

        Ho letto anche le motivazioni di Marco e della sua stanchezza e incapacità di andare avanti trovando nuovi spunti.
        Lo penso anch’io ma appunto si può anche parlare d’altro.
        Scusate l intromissipne.

  2. mi hai fatto venire in mente, comunque, la pubblicità di una libreria: “tutti quelli che vorrebbero vivere una storia come Romeo e Giulietta senza dire che ci sono stati 6 morti in 3 giorni. Leggete, per diamine!”.
    a questo proposito, sul tema Auschwitzland una banalissima (perdonami il gioco di parole) lettura doverosa sarebbe “la banalità del male”, che trovo non solo pertinente ma anche perennemente attuale.
    P.S. a Modena c’è era Pendolante da incontrare, come lasciarsi sfuggire tale occasione?!?

    • Io invece trovo che “la banalita’ del male” sia sopravvalutato… o, meglio, non sopravvalutato (sopravvalutare Arendt sarebbe quasi impossibile), ma troppo spesso preso in modo totalmente isolato (magari da persone che non l’hanno letto) senza poi ampliare lo sguardo…

    • Nel senso che, secondo me, tanti leggono quel libro e solo quel libro sull’olocausto o sui genocidi in generale e pensano cosi’ di aver capito tutto o quasi. Il libro ha raggiunto una fama tale (meritatamente), che lo puoi sentire citato (magari da gente che ne ha visto solo la copertina) in ogni circostanza, da chiunque. Ma poi nessuno si prende la briga di integrare quell’analisi (ripeto, pur ottima), credendo che le risposte che vi si trovano possano bastare.

  3. Piccola annotazione: Renzi non è mai stato Presidente della Regione ma presidente della Provincia. In realtà, dopo aver fatto il sindaco di Firenze, il partito l’avrebbe mandato volentieri a fare il Presidente della Regione ma lui era “turbo” e volle andare subito al Governo. Fu così “turbo” che si schiantò contro un Referendum. Per lui il viaggio di scoperta non consisteva nel vedere cose nuove, ma nel togliere il piede dall’acceleratore davanti alla curva del Referendum. Purtroppo finì come nel Sorpasso di Dino Risi: Bruno-Renzi si salvò, Roberto-gli italiani, invece…

  4. Scusa non ho riletto!!!
    “Su Marcel Proust avallo con piacere ogni singola parola di Bortocal. ”
    Mai visitata Modena. Ma siamo cosi invariabilmente esterofili, parlo x me.

    Seppure nella caricatura di se stesso Renzi continua a tenermi sulle spine vedo un PD che non trova Un collante e non lo troverà credo neppure attravetso il congresso. ‘Rottamare’ e ‘asfaltare’ perdendo di vista i grandi temi sociali e facendo l’occhiolino, ma del resto Renzi è cresciuto nell’oratorio della DC, al centro destra e ha spostato l’elettorato di sinistra giovane ai 5 stelle mentre i più vecchi si sono dispersi nei vari rivoletti. Last but not least banca un uomo di spessore su cui convergere.

    scusa devo interrompere.

  5. Boutade introduttiva: ma Conrad e’ ancora terribilmente attuale! A condizione di capirlo.

    La conclusione del post mi apre parecchie riflessioni, che meriterebbero da parte mia un approfondimento come forse non vi dedichero’ mai.
    Innanzitutto, trovo facile vedere il “fil rouge” che collega eroina e dottrine new age: per quanto magari paradossale, in fondo sono sempre due modi per evarere questa realta’ opprimente che abbiamo costruito (e, come il wall dei Pink Floyd, continuiamo a rafforzare da decenni). Il tutto con buon collegamento alle patologie psichiche dilaganti. E potremmo buttarci dentro anche Terzani, pace sua, che in fondo gia’ aveva intravisto questo nel 1992.

    Mi affascina di piu’ il passo immediatamente precedente, il passo prima di “mollare tutto”, chiamarsi fuori e trovare un’altra forma di fuga (droga, new age…).

    • Chiedo venia, il commento e’ partito prima che lo concludessi…

      Dicevo: non dovremmo chiederci se anche quel “gettare il cuore contro il muro” (camussianamente: la lotta) non e’ che una forma di fuga dalla realta’? Una forma di rifiuto? Dell’assurdo che e’ il reale, credo direbbe Camus.
      Sono portato a pensare sia cosi’.
      In termini psichici (senza sapere alcunche’ di psicologia), credo questo desiderio di fuga/lotta potrebbe essere visto sia come una terapia (dall’assurdita’ del reale), sia come una patologia (l’incapacita’ di adattarvisi), dipende da dove si traccia la linea.
      Suppongo l’equilibrio dovrebbe essere nel lottare “fino ad un certo punto” (italics). Ma quale punto, se, come scrivi, viviamo in tempi tanto assurdi (vedasi l’infame maglietta)?

      Allora: e’ piu’ salutare abbandonare la lotta o tuffarvicisi ancora di piu’?
      Forse l’ostinazione nella lotta (anche come strumento per rinnegare o evadere la realta’) e’ demenziale nel impedire l’adattamento al contesto, la socializzazione. Ma al tempo stesso, non e’ una valvola di sfogo “migliore” delle alternative in cui molti sono caduti?

      • La verità è che non lo so. Io stesso ho avuto molte poche occasioni per “lottare” attivamente e, alla fine, tutte le mie forme di “lotta” sono state anche delle forme di “fuga”; forse hai ragione tu, quando dici che inevitabilmente è così.

        La grande differenza tra la lotta e qualunque altra forma di fuga, però, è che la lotta, alla lunga, soffrendo, venendo travolti dallo scoramento di mille sconfitte, alla fine qualcosa riesce a cambiarlo; poi quel cambiamento viene fagocitato e trasformato in qualcosa di completamente diverso (vedi il ’68 o le molte conquiste nel campo del mercato del lavoro)… però qualcosa è cambiato, e delle persone vivono meglio. Com’è che diceva quel film con Liam Neeson, citando un libro di qualche millennio fa? Chi salva una vita, salva il mondo intero.

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