Una storia sbagliata

L’altra sera sono uscito a cena con degli illusionisti. Sarò sincero: li ho trovati assai portati per l’arte che tutti loro amano (che tutti noi amiamo), e che tutti loro amano praticare (e che tutti noi amiamo praticare?); di sicuro, sono assai più portati di me. D’altronde, non ho potuto fare a meno di notare che anch’essi paiono essere affetti da una specie di “malattia professionale”; quella che, con parole non esattamente lusinghiere, descrisse assai bene Eugene Burger, uno dei più grandi illusionisti degli ultimi cinquant’anni, chiamandola (in un meraviglioso articolo che si intitola appunto così) la tirannia del nuovo.

Riporto fedelmente quanto il buon Eugene scrive su questo morbo:

siamo sempre alla ricerca di novità. Siamo sempre alla ricerca di qualcos’altro, qualcosa di diverso da quello che già abbiamo. Permettiamo alla nostra mente di dividersi tra quello su cui stiamo lavorando e quello che potrebbe esserci dietro al prossimo angolo, un nuovo effetto che potrebbe richiedere meno lavoro e ingannare più persone.

Visto il tono con cui ne ho parlato, ritengo sia superfluo esplicitare che, per quanto attiene al microcosmo della magia, Burger abbia ragione, e da vendere; tuttavia, ritengo pure che sia stato ingeneroso, se non addirittura scorretto, da parte sua, non allargare lo sguardo al macrocosmo che sta fuori dal suo ambito professionale: se lo avesse fatto, si sarebbe forse reso conto che la tirannia del nuovo non attanaglia solo i prestigiatori o, per meglio dire, non li attanaglia in quanto prestigiatori, ma in quanto esseri umani.

(Ho scritto forse non perché dubiti della capacità di analisi e penetrazione nel reale del compianto Eugene, ma perché La tirannia del nuovo fu scritto negli anni Ottanta, quando i fenomeni che sto per descrivere non erano ancora ubiqui come sono adesso).

Sono, infatti, ancora convinto di quanto, qualche tempo fa, scrissi qui, e cioè che (quale mancanza di umiltà, mi sto citando subito dopo Burger):

la cultura condivisa dei nostri tempi [assume] […] che il passato non esista, che esso sia irreale almeno quanto il futuro; le cose che davvero accadono o, che è lo stesso, quelle che davvero sono, sono quelle che stanno accadendo qui (un qui che si va vieppiù allargando, man mano che i social network inglobano una porzione maggiore della nostra esistenza) ed ora (un’ora che si va vieppiù contraendo, man mano che i social network inglobano una porzione maggiore della nostra esistenza).

Come capirete, in quell’articolo dichiaravo che, riguardo il macrocosmo, Burger aveva, in un certo senso, torto: non è vero che gli uomini sono interessati unicamente a ciò che c’è di nuovo. Piuttosto, per loro (per noi) esiste solo ciò che c’è di nuovo o, che è lo stesso, qualcosa esiste solo se è nuovo. Secondariamente, in quelle stesse righe tentavo di dimostrare come il giornalismo contemporaneo avesse e, contemporaneamente, fosse stato influenzato da questa “cultura condivisa”; avrei potuto, certo, anche se allora non mi interessava, espandere il discorso anche alla politica.

Non che fosse lecito aspettarsi qualcosa di diverso: siamo quasi tutti disposti ad accettare pacificamente che “il palazzo” si sia ormai allontanato “dalla strada”, per usare due metafore assai fruste; siamo parimenti disposti ad ammettere che, mentre questo filo si allentava, quello che lega scranni parlamentari e testate di quotidiani si stringeva vieppiù. A renderlo evidente, sta l’attenzione che i politici, da quando le ideologie sono morte (ovvero, da quando loro hanno smesso di interessarsene), riservano alle pagine delle cronaca nazionale, e financo a quelle della cronaca locale.

Ora: come nessuno ignora, la cronaca è, per definizione, quanto di più impermanente possa esistere su questo pianeta; aggiungete a questo la carenza di memoria (mi correggo: la scomparsa della memoria) che ormai caratterizza la nostra specie, e risulterà ovvio perché le discussioni politiche finiscano sempre, in un ciclo che si ripete in maniera del tutto casuale, per ruotare attorno ad argomenti che si impongono, invecchiano, scompaiono, ritornano in auge, sempre uguali a se stessi: due settimane fa, su Twitter era trending topic la rivolta dei gillet gialli, iniziata per via di un rincaro della benzina; oggi, a causa di un’accisa sui carburanti che nessuno dei due azionisti di maggioranza del governo trova desiderabile (evidentemente, a palazzo Chigi opera nottetempo qualche oscuro, malizioso scrivano in possesso delle chiavi della stanza dei bottoni), si versano fiumi e fiumi di inchiostro. Che pure si ricava dal petrolio, e questo vorrà pure dire qualcosa.

In mezzo, ci sono state giornate campali, in cui gli animi, e le tastiere al servizio del ministro dell’interno, si infiammavano ogniqualvolta qualcuno parlava di legittima difesa; non sorprendentemente, ciò accadeva negli stessi giorni in cui le pagine online dei quotidiani fornivano ai loro lettori aggiornamenti praticamente orari sulla situazione in cui versava Fredy Pacini. Nessuna notizia, invece, riguardo la famiglia di Mircea Vitalie, che (su questo saremo tutti d’accordo, credo) è stato lo stesso Pacini ad uccidere.

Per coloro che siano stati così fortunati da non averne sentito parlare, riassumo brevemente i fatti: a Monte San Savino, in provincia di Arezzo, vive un gommista, Fredy Pacini, che dopo aver subito alcuni furti, ha deciso di dormire, armato, nella sua officina. Nella notte tra il 27 ed il 28 di novembre, proprio lì hanno tentato di introdursi due ladri: contro uno dei due (Vitalie), pregiudicato (come se questo significasse qualcosa), Pacini ha sparato, uccidendolo. Gli eventi nudi e crudi meriterebbero una sola parola a commento, e quella parole è tragedia; a loro sono seguite, invece, le inevitabili strumentalizzazioni, nonché qualche falsificazione: ad esempio quella, professata dal ministro dell’interno (…) e subito rilanciata dai suoi seguaci, che voleva che Pacini, prima della notte fatale, avesse già subito trentotto furti (e ce ne sarebbe stato abbastanza per far chiudere Google, figuriamoci un modesto artigiano di vicino Arezzo), quando in realtà ne aveva subiti solo due, denunciandone in tutto quattro.

Ad ogni modo: ritengo che non sia mai semplice parlare di legittima difesa, soprattutto nel momento in cui il clima viene avvelenato da slogan demenziali quali “la difesa è sempre legittima”; personalmente, ho tre linee guida sull’argomento:

  1. la frase di Umberto Eco che recita: “se uno mi aggredisce con un coltello, ho diritto di difendermi con un pugno” (vi prego di porre particolare attenzione ai corsivi, da me decisi);
  2. l’articolo 27 della Costituzione: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”;
  3. il convincimento personale che la morte di un qualsiasi essere umano mi diminuisca maggiormente che non la perdita di una qualunque “zolla di terra”, anche se su quella zolla di terra si trova “la casa di miei amici”, o la mia (John Donne).

Mi rendo benissimo conto, comunque, che nella situazione concreta le reazioni di una persona possono non essere coerenti con i suoi principi, o non corrispondere a quelle che avrebbero in condizioni normali. E lo so, avendone avuto esperienza non dico diretta, ma quanto meno prossima.

All’epoca dei fatti avevo, al massimo, dieci anni; si era in inverno (non so perché, ma della mia infanzia ricordo solamente avvenimenti avvenuti in inverno), per la precisione, intorno al periodo di Natale. La notizia, anzi, ci raggiunse mentre eravamo seduti attorno al tavolo dove avremmo consumato il grande pranzo del venticinque dicembre, e mia nonna stava per portare in tavola il consueto antipasto a base di salumi, ovoline, olive verdi e carciofini: ci guastò un poco l’appetito, lo ammetto, scoprire che avevano arrestato il signor F.

Sono passati quasi vent’anni da quei giorni, io sono assai diverso dal bambino che ero allora, eppure anche adesso, che so che il signor F. fece, effettivamente, ciò di cui lo accusavano in quell’inconsueto Natale (lui, d’altronde, non cercò mai di negarlo), non ho cambiato idea su di lui, e lo considero, ancora, una brava persona con idee discutibili. Tra cui quella di potersi difendere, dentro casa sua (rimarcava sempre queste tre parole, quando di ciò si discuteva), come gli pareva e piaceva; nonostante ciò (forse perché era tifoso della Roma, e ricordava quel che era successo ad Agostino Di Bartolomei?) non aveva mai voluto acquistare una pistola, neppure una scacciacani, giusto da utilizzare come “detergente” (tutti ridevano di questo suo ricorrente lapsus, che solo anni dopo compresi anche io). Alla luce di ciò, tutti (perfino io) ci chiedemmo: ma da dove diavolo è venuta, quella pistola con cui ha sparato ad un ignoto che gli era entrato in casa, proprio la notte di Natale?

Non fu che la prima, delle molte cose che sconvolsero quegli adulti che, per alcune settimane, si occuparono di quella storia; i particolari che suscitavano il loro interesse, tuttavia, non erano quelli che suscitavano il mio. Non mi sorprese scoprire che l’uomo che aveva finito per lasciarci le penne paresse essere esageratamente anziano; troppo, forse, per arrampicarsi fino al quarto piano, dove il signor F. viveva; neppure, prestai eccessiva attenzione alle conseguenze che ebbe la scoperta che quell’uomo non aveva portato con se soltanto la pistola che lo avrebbe ucciso, ma anche un sacco di tela, pieno di una serie davvero incongrua di oggetti, per i quali fu possibile trovare una sola spiegazione: d’altronde, nella mia anima di bambino, avevo già compreso che Babbo Natale, in realtà, non esisteva (certo, era tutto un altro conto doversi rassegnare all’idea che, ora, per colpa del signor F. e delle sue idee discutibili, non esisteva più).

No, ciò su cui ancora oggi non sono capace di smettere di interrogarmi è: ma chi diavolo è che aveva chiesto a Babbo Natale, chi diavolo è che aveva pensato a chiedere, chi diavolo è che aveva desiderato, una pistola vera, una pistola capace di uccidere?

18 thoughts on “Una storia sbagliata

  1. Che cosa può fare desiderare, semmai, a 4 milioni e mezzo di italiani di avere un’arma in casa, che la porti o non Babbo Natale?
    Mi ricordo l’incipit di una canzone su Genova 2001 che curava un film, le parole erano più o meno, in risposta a Fini che parlava di legittima difesa: “Legittima difesa è io colpisco te, tu colpisci me, NON io colpisco te e tu ammazzi me. Idiota! Prezzo di cretino!”
    P.S. toglierei quell’ormai, dal fatto che siamo caratterizzati da poca memoria. Credo sia traversale a ogni tempo (e quasi ogni dove)

  2. Sono d’accordo con bortocal ma un mi piace non lo si nega a un amico
    Quello che per Salvini è un eroe nella realtà è una sconfitta dello Stato sia chei tentativi di furto fossero 2 oppure 4. La sicurezza si basa su maggiore controllo nn su armi personali.
    Sono stufa di questi continui coup de theatre Ti ammiro per avere il coraggio e la forza di metterci fatica a parlarne.

    sherabientot 🌲🌲🌲

    • Vogliamo parlare del fatto che si sia presentato ad Ancona, dove sono morti 5 ragazzini ed una mamma durante un concerto? La sicurezza nei luoghi pubblici non ti fa vincere le elezioni e quindi te ne occupi solo quando ci scappa il morto?

      • salvini e uno e trino pianghe ragazzinetti come fossero figli suoi e ‘sfacula’ via Twitter la Pamelona di Baywatch che ne critica la politica…

        non ci dormo o3.05… buongiorno

    • grazie del consenso, shera, ma – non per polemizzare, anzi – il mi piace non lo uso alla facebook, soltanto per far sapere che sono passato e ho visto il post: gaber e` certamente un amico di blog, ma non per questo clicco mi piace ogni volta che mi piglio il piacere di leggerlo (cioe` quasi sempre).

      per me il mi piace e` un messaggio preciso: tieni conto che nel mio blog ho anche messo in evidenza il widget dei miei piace che do, e dunque un mi piace mio e` anche un preciso invito a leggere il post.

      credo e perfino spero che anche i miei amici di blog facciano lo stesso con me: infatti… ho ben pochi mi piace, anche quando mi leggono!!!

      ed e` per questo che i mi piace che ricevo – cosi` come i dissensi espliciti – sono un segnale preciso per me; e` un peccato anche che i non mi piace non siano previsti dalla piattafora wordpress: sarebbero molto utili.

      un caro saluto a te.

      • veramente e` chi non capisce l’ironia che dovrebbe preoccuparsi, soprattutto se ha una certa eta`.
        comunque, tempo fa, quando sul mio blog mi lamentavo anch’io per lo stesso motivo, qualcuno mi rispose che dovevo “mettere le faccine”.
        cosa praticamente inconcepibile allora per uno della mia generazione: col tempo comunque ho provato ad adeguarmi…
        (e adesso la faccina a questo commento la metto o non la metto? va be`, dai: 🙂 )

      • Mia nonna mi ha insegnato ad essere educata, a utilizzare la formula ‘Non mi sono spiegata’ anzi che ‘non hai capito’…
        Buona domenica 😉🌲🌲🌲

  3. Pingback: l’illegittima difesa, dal blog di gaberricci – cor-pus 15

  4. @ sherazade
    anche la mia nonna mi ha dato lo stesso insegnamento, evidentemente; anzi, ora che mi ricordo meglio, aggiungeva anche di dire “non capisco” anziche` “non ti sei spiegata bene”… 🙂 🙂 🙂

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