Cambiare identità non è solo cosa da supereroi

Quand’ero ragazzino, per motivazioni solo in parte legate alla mia giovane età ed al mio carattere complicato, odiavo la città in cui stavo crescendo.

La trovavo democristiana fin nel midollo, ipocrita, bottegaia, soffocante, imbrogliona, indifferente ed anzi insofferente alle fole “intellettuali” che coltivavo allora (e ciò era in effetti comprensibile), ma a ben guardare anche a qualsiasi roba fosse appena meno nazionalpopolare dei film di Boldi e De Sica, che andavano forte quando ero minorenne e di cui non credevo si sarebbe parlato ancora nel 2019.

Condivido ancora questi giudizi, sia pure in una forma più temperata: d’altronde, a diciannove anni, trovavo quei difetti talmente opprimenti che, non appena mi si presentò l’occasione la scusa, fuggii. Non andai lontano, e mi fermai giusto un centinaio di chilometri più in là, a L’Aquila, città che, al contrario, ho molto amato (ormai lo sanno anche i sassi), e tra le cui vie, per la prima volta, mi sono sentito al mio posto. Alla luce di ciò, potrebbe sembrare lecito attendersi che gli anni in cui risiedetti nel capoluogo abruzzese abbiano acuito la mia avversione per quella che almeno anagraficamente, era ancora casa mia o, peggio ancora, che l’abbiano trasformata nell’oblio che si riserva a ciò che si disprezza. Ipotesi che si rafforza se si considera che, come vuole la saggezza popolare, la lontananza per i sentimenti è come il vento per gli incendi: spegne quelli piccoli ed alimenta quelli grandi.

Una volta tanto, tuttavia, la saggezza popolare sbaglia: e “cambiare il cielo sopra la mia testa”, a quei tempi, non mi portò né ad amare, né ad odiare di più quello che continuavo a chiamare il mio paese; al contrario, mi fece sviluppare nei suoi confronti un sentimento ambivalente, perfettamente riassunto da questi versi (opera di un poeta che conobbi quando iniziai a frequentare l’Internet, di cui ignoro il nome di battesimo e che spero abbia avuto tutto il successo che merita):

porta di casa, che seguito a pregare,

porta da maledire, da cui me ne vorrei andare.

Quando, poi, ho finalmente fatto il grande passo, e mi sono trasferito (anche burocraticamente) in una grande città del profondo Nord Est, che in quanto a difetti nulla ha da invidiare a quella in cui ho superato in altezza mio padre (e ci voleva ben poco) ed hanno iniziato a crescermi barba e peli pubici, tale ambivalenza ha raggiunto livelli, oserei dire, parossistici. Me ne sono accorto quando, all’inizio di quest’anno, dopo un’assenza che durava da alcuni mesi, ho infine rimesso piede in quel luogo in cui “il mio corpo fanciulletto giacque” (ed in cui patì le sofferenze ridicole, inevitabili, laceranti, proprie della fanciullezza) e mi sono reso conto di quanta voglia avessi di parlare col mio accento ed addirittura nel mio dialetto; di più: di fingere di parlarlo assai meglio di quanto non sappia fare realmente, per sentirmi più paesano di quanto non sia.

C’è dell’assurdo, in questo: mentirei a me stesso se negassi che, quando ero liceale, una delle cose che meno sopportavo era l’apparente incapacità degli adulti e dei miei coetanei di esprimersi in un italiano decente, non “barbarizzato” dalle inflessioni e dagli idiotismi di un vernacolo che trovavo arrogante e superficiale. Non ho quindi potuto fare a meno di chiedermi da dove venisse questo desiderio che, anche oggi, sembra appartenermi così poco; ho, più o meno, trovato una risposta quando ho ripensato alla frequenza con cui, “su al Nord”, pronuncio le frasi “come si dice a casa mia” e “sì, sono terrone e me ne vanto!”.

I miei nonni, negli anni Sessanta, presero l’assai sofferta decisione di portare i loro figli (che non avevano neppure iniziato le elementari) a Torino, allora lontana quanto Marte; mio padre, di quei giorni, ricorda con rabbia i cartelli appesi fuori dai condomini, che dicevano “Non si affitta ai meridionali”: e li ricorda per davvero, visto che quando gli ho detto dove volevo andare a lavorare, mi ha risposto che, forse, sarebbe capitata la stessa cosa anche a me. Pensai che scherzasse o, al più, che tentasse di applicare al presente moduli del passato; ora che sono trascorsi più di due anni, so che profetizzava: almeno una volta mi è capitato che una stanza in affitto mi venisse negata dopo che il suo proprietario aveva sentito come parlavo e, assai più spesso, che dietro un’educazione assai gesuitica venisse nascosta a fatica una certa insofferenza nei confronti delle mie origini.

Insomma: in maniera quasi pirandelliana mi sono ritrovato a rivendicare qualcosa che, nella mia vita di tutti i giorni, non sono in pochi a tentare di rinfacciarmi, benché su di essa io non abbia (avuto) alcun controllo: quella che potremmo chiamare la mia identità, lo ammetto anche se non mi piace.

Perché, di questi tempi, qualunque discorso sull’identità rischia di trasformarsi facilmente in un discorso identitario, e la banale asserzione per cui non c’è nulla di male ad essere nati in un certo posto di divenire qualcosa di simile a “non può esserci nulla di bene a non essere nati in un certo posto, lo stesso in cui sono nato io”. Tali, aberranti affermazioni, per altro, hanno successo perché coloro cui si rivolgono sono, in un certo senso, simili a me, nel momento in cui qualche simpatico polentone mi chiede se anche “giù da noi” esistono i bancomat contactless (sì, è capitato): sono degli sradicati, ma non in senso geografico, bensì economico e sociale. Sono delle persone cui è stata negata la possibilità di mantenere la propria posizione di favore e che si ritrovano, appunto, sradicati dalla condizione di benessere in cui i loro genitori li hanno cresciuti, ed alla quale si credevano destinati; sono quel famoso ceto medio impoverito per cui è una vergogna non poter mettere al mondo dei figli, non comprare un’auto nuova ogni due anni e non fare ogni estate almeno un mese di vacanza: quella a cui la destra offre una facile occasione di “riscatto” con slogan come “Prima gli italiani!”, che non significa soltanto “limiteremo alcuni diritti, e li concederemo (forse) solo agli italiani”, ma anche “ricordate che in un’eventuale classifica dei più fighi al mondo, al primo posto stanno gli italiani”. D’altronde, nel suo classico Il fascismo perenne, Umberto Eco ricordava come

A coloro che sono privi di qualunque identità sociale, l’Ur-fascismo [il complesso di idee e “valori” che è sotteso a qualunque fascismo] dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese.

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse del tragico, del fatto che le destre cosiddette identirie abbiano guadagnato parte del loro consenso facendo leva sulla paura del fondamentalismo islamico legato all’ISIS, che usa esattamente gli stessi argomenti per reclutare la sua bassa manovalanza del terrore: sei un rifiuto della società per bene? Vivi in un quartiere di merda? Fai un lavoro sottopagato e, per di più, ti dicono pure che sei negro e che puzzi? Riscopri la religione che i tuoi genitori hanno dimenticato ed unisciti a noi: non abbiamo solo i biscotti, ma anche un paradiso pieno di donne perennemente vergini. Entrambe le “corporation” possono vantare delle vittime; ciò che le differenzia è l’accettazione esplicita della violenza (la quale, tuttavia, in alcuni casi non è necessaria) ed il pubblico cui si rivolgono.

Perché se i ragazzini, immigrati di seconda generazione, tra cui l’ISIS pesca i suoi assassini sono una minoranza assai esigua della massa che vorrebbero raggiungere, e che è effettivamente spinta ai limiti della società, i “poveri” italiani cui parlano la Lega e le sue imitazioni ancor più cialtronesche, sono persone (assai più numerose dei “neoconvertiti radicalizzati”) che rimpiangono la “ricchezza” artificiale ed egoista che in Italia venne generata dal boom economico degli anni Sessanta (non per caso, recentemente evocato da Luigi Di Maio); persone che rivendicano non dei diritti, ma dei privilegi che apparterrebbero loro per nascita; persone che sono incapaci di spingere l’analisi dei motivi per cui quel sistema di spreco è infine collassato poco oltre un generico “Sono state le banche!” (di cui si fidavano ciecamente, finché pagavano interessi inverosimili sui titoli acquistati col TFR del nonno), poco oltre un rabbioso “Ci hanno tolto i soldi per dargli agli stranieri!”.

Forse è un mio difetto, ma trovo chi supinamente si beve queste falsità poco meno spregevole di chi le diffonde; per questo motivo, tento sempre di trovare delle divergenze tra loro e me. Non giudicatemi per questo: sapete, è assai difficile convivere, ventiquattr’ore su ventiquattro, nello stesso corpo di una persona che si disprezza.

Una di queste divergenze, comunque, risiede, credo (spero), nel fatto che io so che le “cose” non procedono per strappi, che non si è passati, semplicemente, da “gli italiani, rimboccandosi le maniche, hanno costruito il miracolo economico” a “i negri sono venuti a rubarci quanto avevamo costruito”, ma che la storia è un continuo mutare, un continuo divenire; e, se ciò vale per la storia, vale anche, e forse a maggior ragione, per l’identità. Ecco, ci siamo tornati.

Trovare dei punti fissi, stabilire chi siamo non è solo giusto: è inevitabile. L’errore (voluto) di Salvini e dei suoi adepti è quello di considerare questi punti fissi inamovibili, e fatalmente dipendenti da dati tutto sommato assai risibili: il posto in cui è nati, la lingua che si parla, la religione che si professa. Ma io credo piuttosto che per il consolidamento della mia identità siano stati assai più importanti i conflitti tra ciò che avrei dovuto essere e ciò che sentivo di essere, le influenze che venivano “da fuori”, le amicizie che ho coltivato con degli “estranei” da cui avrei dovuto tenermi alla larga: sono queste le cose che mi hanno reso quello che sono ora, assai più che essere nato in Italia, essere stato battezzato ed essere cresciuto circondato da un dialetto che odiavo.

E che, oggi, ho tanta voglia di parlare. Cazzo, ecco che sto cambiando di nuovo.

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24 thoughts on “Cambiare identità non è solo cosa da supereroi

  1. non sono neppure un sasso, evidentemente; pero`, dopo avere letto il post, almeno a quel livello di conoscenza di gabericci ci sono arrivato.
    che il post sia bello, l’ho gia` detto col like, inutile insistere… 😉

    • Forse te l’avevo già detto una volta (prima che sapessi dove abiti) che avevi pubblicato una foto scattata fuori da casa tua: ti ho detto che mi ricordava L’Aquila e tu mi hai risposto che, effettivamente, poteva sembrare l’Appennino.

      • tu non ricordi bene i dettagli di questo scambio, io neppure l’episodio nel suo insieme, piu` di tanto; ma qui nel post c’e` un’autobiografia che davi per scontato che tutti conoscessero, ma io no.
        immagino che cosa vuol dire sentirsi cosi` legati a una citta` che poi il terremoto distrugge; dovrei scrivere una contro auto-biografia e parlare del mio rapporto con Meran/Merano, e dall’abbandono di quella citta` nei mesi del terrorismo separatista sud-tirolese (1960-61), ma anche io ne ho accennato gia` troppe volte.
        dalla mia casa di oggi, in condizioni particolari, come ieri, si vedono effettivamente anche gli Appennini, il versante tosco-romagnolo: quasi quasi pubblico le foto sul mio blog, qui non ci riesco; avrai il privilegio di un post quasi ad personam… 🙂

      • l’ironia fa sempre bene, sia a chi la fa, sia a chi la riceve… 🙂

        aspetto il post; alL’Aquila ci sono stato una volta soltanto nel 1993, se non sbaglio l’anno…

      • ne ho un ricordo impreciso, anche se la citta` mi colpi` molto, ma da qualche parte ho ancora una videocassetta con le riprese.
        (dev’essere anche un problema della modernita`, oltre che mio: la delega dei ricordi alle tecnologie, per cui diventa piu` importante ricordare dove sono immagazzinati i ricordi, che ricordare in se`.)
        mi e` rimasta comunque l’immagine di una citta` austera e severa, sorprendentemente solenne, a come divisa fra due poli: le case e il castello: la vita civile e il potere, un potere estraneo e quasi alieno.
        contributo alla psicologia degli abitanti? 😉

  2. Pingback: un clic dall’Ucraina: come funziona un blog. 10-13 gennaio 2009. bortoblog 3 – 17 – cor-pus 15

  3. allora sono un po’ meglio dei bresciani e dei valsabbini, che ti studiano per anni pria di decidere se darti fiducia.
    poco tempo allora per conoscere gli aquilani; non vorrei ricordare male, ma dormimmo in macchina, parcheggiati sotto il castello, il io amico ed io; quindi neppure conosciuti in hotel gli aquilani…
    certo, a giudicare dalle dimensioni del castello, se serviva a controllarli, dovevano essere tosti assai; e del resto il castello di Bescia e` forse ancora piu` aggressivo… 😉
    detto quel che si deve dire degli aquilani e dei bresciani, quanto a popoli che ti amano a prima vista, anzi che ti adorano istantaneamente (forse per via della pelle chiara che loro attribuiscono agli dei) ho conosciuto soltanto gli indiani; i tedeschi non ti amano mai, al massimo ti stimano; e gli arabi cercano di incantarti a prima vista per venderti qualcosa…
    fine di questa degradante rassegna di pregiudizi, temo…, o meglio di improvvisate generalizzazioni sulla base dell’esperienza personale immediata.

    • Ho troppa poca esperienza del mondo per esprimere (pre)giudizi:-). Ad ogni modo, forse tutto il mondo è paese, con chi lo governa: la prima cosa che notai del castello di Verona è che sembrava costruito “a rovescio”, perché il suo ponte fortificato è rivolto non verso la città, ma verso il contado: solo in seguito scoprii che Cangrande della Scala voleva una via sicura per scappare verso l’Austria, dove regnava il cognato, nel caso in cui i veronesi avessero tentato una rivolta…

  4. Pingback: google, il nuovo governo mondiale e la perdita del diritto all’oblio. 14-16 gennaio 2009. bortoblog 4 – 26 – cor-pus 15

  5. Da quando esiste il genere umano esistono le differenze, e per fortuna che esistono perché la bellezza del genere umano consiste (anche) in questo.
    Persone prive di intelletto, tuttavia, vedono nella differenza una sorta di minaccia e pericolosità. Questo è il vero problema, che non nasce tuttavia da oggi.

    PS A proposito: spero Salvini stia bene, è da MOLTO tempo che non lo vedo in TV

  6. Leggendo la prima parte di questo articolo che condivido, ad un certo punto mi è venuto spontaneo credere che tu fossi un siciliano trapiantato al nord. Invece sei di un paese vicino a L’Aquila! Terrone?!? E io cosa dovrei dire che sono della Puglia di mezzo? Va bene scherzare sul luogo di nascita, ma al di là di tutto, credimi, dappertutto c’è gente convinta di essere nata e cresciuta nel miglior posto del mondo, gente che non è disponibile a barattare, in uno scambio che non può che arricchire, la propria cultura, le proprie convinzioni. Accettare la diversità, perché? Che cosa ci si può guadagnare? Ė il proprio tornaconto quello che muove l’animo umano.

      • A parte il fatto che dire ad una insegnante di sostegno che è necessario accettare la diversità, è come asserire che la terra è rotonda – anche se negli ultimi tempi, su questa affermazione, si è fatto un gran parlare

      • Si parla di una diversità diversa, se mi permetti il gioco di parole e la precisazione: credo che l’handicap sia assai più facile da accettare della diversità etnica, perché tutti noi, anche se non lo ammetteremmo mai, rispetto ad un disabile ci sentiamo “superiori”, e sentiamo di doverlo aiutare, qualificandoci come parte dominante nel rapporto di forza tra i due individui. Ed infatti, questo “amore” vacilla nel momento in cui il disabile compie l’eresia, l’atto inqualificabile che, non per caso, rinfacciamo anche al migrante: quando chiede di autodeterminarsi.

      • Tu credi che sia davvero così? Nella mia classe di quest’anno la ragazzina che seguo, assolutamente “ normale “ dal punto di vista fisico, viene regolarmente ignorata dai suoi compagni per quanto siano, gli stessi, sollecitati a “ socializzare “ con G. E, ti assicuro, è una ragazza molto dolce, ma terribilmente timida, quindi diversa da loro che, sul piano sociale, sono sfrontati ed egocentrici. In generale, per quella che è la mia esperienza, nessuno ha voglia di fare “ sacrifici “ per un disabile, meno che mai a dodici anni, proprio in “ virtù “ di una presunta superiorità. Di recente ho letto, in un volantino per promuovere le iscrizioni in una scuola cittadina da parte del Dirigente di quella scuola, un termine che mi ha fatto sorridere non poco. In quella scuola si educano persone “ abilmente diverse “. Come direbbe il buon Nanni Moretti “ continuiamo così, facciamoci del male “

      • La mia era un’opinione sul mondo degli adulti: quante volte hai sentito qualcuno dire “invece di aiutare gli africani, aiutiamo i disabili?”.
        Quello del politicamente corretto è un grosso problema.

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