Scrivere per poi cancellare

(Lo so che ho scritto molto. Ne avevo bisogno, come dico anche più avanti)

E così, anche quest’anno, è arrivato e se n’è andato il Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale, come lo definisce la legge 92 del 2004, che l’ha istituito; e così, anche quest’anno, noi eravamo troppo distratti (in gran parte, dalle polemiche ampiamente strumentali che hanno caratterizzato la vigilia) per renderci conto di cosa è diventata, questa festa, nel suo percorso iniziato quando un partito che mirava ad essere il “partito della Nazione” la creò e promosse.

Personalmente, ho vissuto questo momento di inattenzione nazionale nella città in cui sono cresciuto; ed è stato strano perché è lì che, devo ammetterlo anche se mi costa molto, ho assorbito il modo in cui, anno per anno, mi rapporto a quel periodo dell’anno che consente a chiunque, anche a chi avrebbe difficoltà ad indicare su una cartina dove si trova Trieste (indizio: è già sulla costa orientale dell’Adriatico) di (s)parlare di foibe e dintorni. Un modo che è, essenzialmente (e lo avrete indovinato con facilità, se avete letto questo) quello della superficialità.

L’obbligo di ricordare scolasticamente gli eventi capitati nella Operationszone Adriatisches Küstenland (zona di operazioni del Litorale adriatico, l’entità territoriale dipendente militarmente dal Terzo Reich in cui si trovavano Trieste e l’Istria), infatti, mi raggiunse assai più tardi di quello di ricordare la Shoah; in effetti, ero all’epoca già abbastanza grande da decidere quale obbligo mi sentivo obbligato a rispettare e quale no: e, lo confesso senza vergogna, la storia degli uomini che sarebbero stati gettati vivi nelle cavità carsiche dell’Istria non suscitava il mio interesse come, invece, sembravano aspettarsi alcuni professori di storia e filosofia del mio liceo (non quella che insegnava personalmente a me, comunque). Per questo motivo, per molti anni ho completamente ignorato quel capitolo della storia della seconda guerra mondiale: e l’ho fatto, anche se intuivo, già allora, che i suoi molti apologeti (nella mia città, reclutati tra le fila di Azione Universitaria) non mi stavano raccontando proprio tutto tutto, ed anche se mi dava fastidio vedere, nelle settimane che circondavano il dieci febbraio, i fasci girare tutti impettiti per i corridoi della scuola, come se fosse finalmente arrivato il loro momento di fare le vittime; come se potessero vendicarsi delle istituzioni scolastiche che, giusto pochi giorni prima, avevano loro ricordato che i loro padri nobili, quelli di cui ama(va)no dire che “facevano arrivare i treni in orario” e che “avevano inventato il sistema previdenziale italiano”, erano stati al minimo complici di uno dei crimini di massa peggiori della storia umana.

Nonostante ciò, tutto sommato tolleravo quel comportamento: a quei tempi, dichiararsi apertamente fascisti era ancora qualcosa di cui la maggior parte delle persone si vergognava; ed insomma si poteva anche concedere, con grande liberalità, a quei due o tre invasati appena fuoriusciti dalle fogne in cui li aveva ricacciati la “Repubblica nata dalla Resistenza”, di dimostrare tutta la loro stupidità, giusto? E poi, proprio noi, quelli democratici, volevamo togliere la libertà di parola a qualcuno? Suvvia, che male poteva fare, lasciarli spadroneggiare così impunentemente su un tema di cui non sapevano nulla, e molto volevano dire? (In chi ravvisi nel mio atteggiamento d’allora qualcosa di simile a quello tenuto dal PD rispetto al problema neofascismo, posso rispondere solo invocando le attenuanti della buona fede e dell’ingenuità connessa alla mia giovane età).

Flash forward ai giorni nostri, quando le conseguenze della noncuranza mia e della mia generazione si sono manifestate in tutta la loro evidenza; o, meglio, si sono manifestate in tutta la loro evidenza a me che, pure, e questa è la cosa peggiore, avrei continuato a non sapere che esse esistevano, se solo non fosse cambiato il mio punto di vista su ciò che, ormai ogni anno, accade prima, durante e dopo la Giornata del ricordo. E, attenzione, non sto parlando di punto di vista in senso ideologico (anche se, inevitabilmente, le mie opinioni non sono più quelle dei vent’anni), ma in senso geografico.

Come forse sanno alcuni di voi, infatti, da un paio d’anni vivo nel punto di mezzo del “profondo Nord-Est”, in quel Veneto vagheggiato e mitizzato da molti teorici dell’alt-right nostrana, le cui storie di quotidiano fascismo credevo fossero, come le voci sulla morte di Mark Twain, oltremodo esagerate: ed invece, vivendoci in mezzo, ho potuto rendermi conto fin troppo facilmente di quanto siano socialmente accettabili, nella fair Verona, tutti quei fatti di cui Il Post raccontava qui, in un tono scandalizzato che, verosimilmente, sarebbe incomprensibile dalle parti di piazza Bra; di quanto sia facile veder mutare lo sguardo del tuo interlocutore, quando questo si rende conto che provieni da un posto che si trova a sud di una linea immaginaria che passa per Rovigo (esclusa); di quanto dannatamente sul serio prendano, da queste parti, quello che per me era solo un noioso ed insignificante argomento di studio, che ci si giocava one shot nel corso di un anno scolastico e sul quale non si veniva neppure interrogati, e di quanto siano pronti, un poco tutti, ad accettare senza eccessive opposizioni quella che potremmo chiamare la narrazione identitaria del “fenomeno foibe”.

Quella, per capirci, che lega quest’ultimo al successivo esodo istriano, che ebbe altre cause; quella che lo descrive come una disumana ed intenzionale campagna di violenze, e non come l’umanissima (benché dolorosa e spesso ingiustificabile) reazione ad un’invasione sanguinaria, compiuta nel contesto di una guerra; quella che parla di milioni di morti “per il solo fatto di essere italiani”, ed ignora (o finge di ignorare) che le foibe furono non mezzi di esecuzione, ma fosse comuni, che gli storici parlano al più di alcune migliaia di morti, che gli italiani travolti dal furore di quei giorni furono, spesso, rappresentanti delle istituzioni fasciste, o loro congiunti; quella che racconta, pervertendole, abusandone e strumentalizzandole, storie lacrimevoli come quella (ormai tintasi di echi lovecraftiani) di Norma Cossetto: la quale, almeno a sentire i foibologi dell’orrore, sarebbe stata vittima, a ventitré anni, di un raid guerrigliero che assomiglia piuttosto ad un’orgia carnevalesca, con dei Grandi Antichi travestiti da partigiani che se la prendono con una ragazzina per il solo fatto che questa si era rifiutata di “diventare slava” (?), e che, ovviamente, la stuprano, uccidono e mutilano. Viene il sospetto, per il sollazzo del publico maschile che sente raccontare questa storia.

Ecco, finalmente ci sono arrivato: sentivo il bisogno di raccontare il caso sorto attorno al caso Cossetto (mi si scusi la ripetizione ed il gioco di parole). Non solo perché la “ricostruzione” offertacene dagli ambienti fascisti pullula di “imprecisioni” (eufemismo), sulle quali vi invito a leggere qui; non solo perché in prima serata su RaiTre, venerdì scorso, è andato in onda un film che amplifica quelle imprecisioni, che si è giovato delle casse dello stato e che ha avuto una programmazione così lusinghiera, nonostante il flop al botteghino; non solo perché in tutte le scuole medie (ed in qualcuna delle superiori) del Veneto, è stato distribuito un fumetto edito da una casa editrice fascista, che racconta la stessa storia nello stesso modo, grazie all’impegno indefesso dell’assessore regionale all’istruzione, Elena Donazzan (che è una signora diventata famosa per aver partecipato alle commemorazioni della X MAS e per aver cercato di far sparire dalle biblioteche del Veneto i libri di chi non la pensava come lei): ma soprattutto perché il banchetto che i fascisti hanno compiuto sul cadavere della Cossetto esemplifica il modo in cui l’Italia si rappresenta riguardo le vicende del confine orientale e, più in generale, il modo in cui l’Occidente si rappresenta riguardo il suo passato (ed il suo presente) coloniale ed imperialista; soprattutto, ci permette di renderci conto di quali mezzi siano utilizzati per costruire questa rappresentazione.

Domenica, Matteo Salvini ha presentato esplicitamente le foibe come il nostro Olocausto; se questo è il contesto della discussione, non sorprende che la Cossetto venga nominata, in talune pubblicazioni di dubbia scientificità, ed apparentemente senza vergogna, la nostra Anna Frank. Questi parallelismi sono insultanti per tutta una serie di motivi: innanzitutto, perché l’Olocausto fu uno scientifico piano di sterminio, che prevedeva di eliminare tutti gli appartenenti ad una certa etnia ed applicava, per farlo, infrastrutture industriali; laddove (ripetiamolo ancora) gli omicidi compiuti tra l’Istria e Trieste, in due momenti diversi, tra il 1943 ed il 1945, avvennero in un contesto di guerra, “alla spicciolata”, non furono coordinati da un livello centrale e costituirono una sorta di redde rationem tra gli jugoslavi invasi e gli italiani invasori e prevaricatori.

Vi sorprenderà a questo punto sapere che proprio a quest’ultima categoria apparteneva la famiglia Cossetto, il cui padre era un fascista convinto, e che Norma non era affatto un’inconsapevole ragazzina di quattordici anni (come Anna Frank), bensì una donna prossima alla laurea, che aveva ben chiaro cos’era il fascismo e che vi aveva convintamente aderito. Ciò giustifica la sua uccisione? No. Ma non giustifica neppure l’utilizzo del suo corpo (pratica altamente maschilista) per ripetere il mantra con cui i prepotenti della politica internazionale giustificano ogni loro nefandezza, presentandosi come le vittime delle situazioni di cui, invece, sono stati artefici (e che li ha resi piuttosto dei carnefici).

I Wu Ming chiamano quest’artificio, retorico e propagandistico, far cominciare la storia dove fa più comodo: in questo caso, da quando i partigiani hanno iniziato a combattere (e, in qualche caso, a vendicarsi nel modo sbagliato), e non da quando gli italiani hanno iniziato a snazionalizzare i territori jugoslavi che si erano annessi dopo la prima guerra mondiale, o da quando, da alleati della Germania nazista, si erano riversati in Jugoslavia, discriminando, imprigionando, uccidendo, e facendolo per di più con la spietatezza e la fredda determinazione che solo uno stato può avere. Si tratta, per altro, dello stesso mezzuccio utilizzato da G.W. Bush e compagnucci per dichiarare una “guerra al terrorismo”, che gli stessi Stati Uniti avevano foraggiato in senso antisovietico; dello stesso mezzuccio che permette di legare i fenomeni dell’immigrazione e del terrorismo, facendo iniziare la storia nel momento in cui, come scrivevo qui, scoppia la prima bomba sul suolo europeo e rimuovendo, così, tutta la catena di guerre coloniali e sfruttamento imperialistico che ha portato i padri di quei ragazzi (bassa manovalanza assoldata a buon prezzo dai capitalisti del terrore dell’ISIS) a migrare in Europa; rimuovendo così la quotidiana discriminazione che li ha portati a considerare l’uccidere (e, a volte, l’uccidersi) preferibile rispetto al semplice sopravvivere.

Perché si dice che la storia la scrivono i vincitori: ma è più giusto dire che, nella maggioranza dei casi, la cancellano i vincitori.

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14 thoughts on “Scrivere per poi cancellare

  1. Grazie per questa riflessione. La trovo interessante, anche se non conclusiva, come peraltro la quasi totalità delle riflessioni sul tema (immagino che il più delle volte non abbiano nemmeno la pretesa di esserlo, comunque). Quello che sinceramente mi turba sempre, nel discorso sulle foibe (ad eccezione dell’analisi storica di qualità, di per sé sempre aperta), è la pretesa di avere in mano la verità. La verità non è una e non è semplice, è invece complessa e intricata come le sanguinose vicende che hanno preceduto le due ondate di infoibamenti, che come giustamente ricordi furono ondate distinte temporalmente, ma anche geograficamente e dal punto di vista dell’origine della violenza. Mi turba anche la ricerca di una presunta “legittimità” dell’accaduto, come se si potessero legittimare crimini di qualsivoglia genere (e preciso, per spazzare via ogni dubbio: inclusa la violenta snazionalizzazione operata sulla popolazione slavofona nel corso del ventennio). “Causa” e “Ragione” non sono sinonimi, non so se mi spiego. Non è il tuo caso, sia chiaro, ma in questo “luogo amico” sento il bisogno di esternare il mio stupore/fastidio per l’assai diffusa semplificazione di un discorso talmente complesso da risultare quasi intoccabile senza far torto all’una o all’altra parte. Per questo sono sempre restia ad espormi in prima persona in discussioni di questo tipo; preferisco la lettura, la sedimentazione… mi sembra sempre di saperne troppo poco. Poi però mi ritrovo a doverlo raccontare, questo capitolo, e allora è davvero molto difficile perché spesso mi trovo di fronte a ragazzini che a malapena sanno localizzare la Venezia Giulia su una carta geografica. La storia di queste terre è estremamente complessa, a voler spiegare dove inizia sul serio quel capitolo bisogna dire che poggia su un prezioso quanto fragile mosaico di culture che si è alterato e complicato ulteriormente alla caduta dell’Impero asburgico e che già in seno ad esso presentava evidenti segnali di frizione. Trieste come ben sai porta ancora ben evidenti le cicatrici del fascismo di confine, e certo non solo nell’architettura: la storia ha scavato risentimenti e modellato dinamiche sociali che subiamo (ed alimentiamo) ancora oggi. L’unica cosa che veramente mi sento di pensare – in tutta onestà e molto banalmente – quando vado a farmi un giro in Istria, o quando passeggiando sul Carso non riesco a non sentirmi parte di questi luoghi sospesi a metà, dolorosi e belli… è che l’uomo si crede libero e invece è sempre in una qualche misura vittima del caso, della storia e delle sue contraddizioni (e ahimè, della propria oscurità). Le etichette che noi oggi con disinvoltura appiccichiamo a quelle persone e a quegli eventi sono quasi sempre limitanti, nel bene e nel male. La ricerca della verità è un processo nobile e necessario, ma ho la sensazione che troppo spesso sia viziato dal bisogno tutto umano di fare ordine in qualcosa che non si riesce a comprendere fino in fondo.

    • Mi permetto di chiosare che chi parla di “30000 vittime, 350000 esuli” lo fa sempre con la sicumera di chi ha la verità in mano. Gli storici che parlano di cifre molto minori lo fanno sempre col beneficio del dubbio: fermo restando che 350000 italiani dall’Istria non possono essere fuggite, visto che prima della guerra ce ne abitavano 185000…

    • condivido molto la riflessione e altrettanto il commento.
      aggiungo che qualche tempo fa mi è capitato per caso a tiro il fumetto di cui parli. ho avuto davvero tanto la (sgradevolissima) sensazione che fosse il “maus de noantri”, senza lesinare sul pessimo gusto e su un’adeguata dose di eros-oltre-a-thanatos che fa sempre botteghino. stucchevole.

  2. Un giorno dovremmo affrontare seriamente il tema del fascimo radicale (nel senso di radicato) del nord-est italiano. Forse e’ il risultato di un meix perfetto dato dalla piccola impresa, quella in cui la borghesia puo’ sentirsi al contempo padrona e vittima (qui, al contrario del nord-ovest industriale, le masse operaie si son viste di rado). Oltre ad una buona dose di malintesa religiosita’, senso di superiorita’ per glorie ormai passate e, ovviamente, la vicinanza geografica con quel “casus belli” che sono le foibe.
    In ogni caso, il nord-est e’ rimasto (forse assieme a certe zone del Lazio), il luogo piu’ fascista d’Italia anche in tempi in cui il fascimo era per lo piu’ cosa di cui vergognarsi: Verona, ma anche Padova (Freda), Treviso… etc. etc. Il fascismo in queste zone non se n’e’ mai andato, al massimo si e’ mimetizzato. Consiglio, se non lo conosci, l’ottimo “Occidente” di Ferdinando Camon.

    Per il resto, mi pare condividiamo le sensazioni (di oggi e di allora) dinnanzi a quei prof che a liceo tanto facilmente si prestarono ad “indottrinare” una generazione al “mito” (meglio: mitizzazione) delle foibe. Gia’ allora mi pareva una gran farsa, oggi vorrei poter chiedere ad alcuni di quei prof: perche’? Perche’ vi siete prestati a questo giochetto senza sollevare una sola nota critica, senza tentare di ri-contestualizzare e chiarire? (penso a quei prof di cui, gia’ allora, potevamo sentire che avevano dentro di se’ cercavano di trasmtterci un pizzico di coscienza critica…)

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