I miei poco dolcissimi difetti

Ho parecchi difetti. Talmente tanti che a parlare solo di uno mi sembra di peccare di superbia; talmente tanti che essi influenzano non soltanto il “Gabriele pubblico”, ma anche il “Gabriele privato”, quello che utilizza il suo tempo libero per coltivare i suoi hobby, gli stessi con cui affligge chiunque sia tanto ingenuo da dargli corda e starlo a sentire.

Eccolo qui, uno dei miei difetti: credo fermamente che ciò che interessa me debba interessare anche gli altri; eccone un altro: nelle mie passioni, tendo ad essere iperspecialistico. Mi piace leggere, ma ben di rado abbandono la zona di comfort di quegli autori e/o generi che so incontreranno i miei gusti e, quando lo faccio, torno “a casa” quasi subito; la musica è una delle cose più importanti che mi siano capitate nella vita, eppure di certi generi musicali ho una conoscenza meno che superficiale: avrò ascoltato al massimo due dischi funky, non so praticamente nulla di soul e Motown (e dopo aver ascoltato What’s going on di Marvin Gaye, ho compreso che questo è uno sbaglio), nel jazz ho rivolto la mia attenzione solo ai mostri sacri e quando, in un commento particolarmente lusinghiero, il mio amico bortocal mi ha detto che questo post gli aveva ricordato Mahler, c’è mancato poco che gli chiedessi: e chi è Mahler?

A mia (parziale) discolpa, posso dire che su quest’ultimo aspetto credo di essere in buona compagnia; e sospetto che perfino voi, che pure siete in un certo senso un pubblico selezionato (non perché, ma nonostante leggiate questo blog) avreste delle difficoltà se, così a bruciapelo, e senza darvi la possibilità di aprire Wikipedia o di andare a scongelare qualche reminiscenza scolastica, vi chiedessi di indicarmi due compositori di musica classica; sopetto pure che, infine, come un poco tutti, finireste per ripiegare sui due totem intoccabili della categoria, quelli a cui, a leggere certi libri ed a guardare certi film, mancavano solo le groupie, per essere le rockstar del Settecento: mi riferisco, ovviamente, a Wolfgang Amadeus Mozart ed a Ludwig van Beethoven.

Ciò è interessante per due motivi.

Primo: perché dimostra che esiste un genere definito musica classica, al quale si attribuiscono determinate caratteristiche; esso, sia detto per inciso, non ha nessuna ragione di esistere, se mette nello stesso “cesto” due autori, come Beethoven e Mozart, che erano profondamente diversi non solo per attitudini e carattere, ma anche per la musica che scrivevano ed eseguivano.

Secondo: perché rende evidente come il tempo e la fama siano capaci di fagocitare ogni cosa. Oggi tutti pensiamo ai due giganti del classicismo viennese come a degli ovvi geni, ed alle loro composizioni come a degli ovvi capolavori, mentre invece, ai tempi loro, l’unico aspetto che davvero li accomunava era l’evidente rottura col passato (e, segnatamente, col passato prossimo) che il loro lavoro rappresentava. E può non essere del tutto futile, a questo proposito, segnalare che molto di quel passato prossimo era costituito da musica italiana o, comunque, da musica di scuola italiana.

Risulterà chiaro a questo punto che il senso di questa mia lunga introduzione (perché un’altra delle mie pessime abitudini è quella di prendere le cose sempre piuttosto alla larga) era giungere, infine, a parlare da un punto di vista “laterale” del leghista Alessandro Morelli, presidente della commissione trasporti della Camera, che nei giorni scorsi ha proposto di introdurre nel nostro ordinamento italiano una legge che obblighi qualunque emittente radiofonica a dedicare almeno un terzo del proprio palinsesto alla musica italiana; in pratica, se il suo progetto divenisse realtà, ogni tre canzoni mandate in onda, almeno una dovrebbe recare marchiato a fuoco su di se il marchio di italianità DOP (segnalo che dell’argomento ha parlato anche Kikkakonekka qui).

A mettere in allarme lo spirito nazional-popolare di Morelli è stata, pare, la vittoria sanremese del brano Soldi, scritto ed interpretato da Mahmood (personaggio che, lo riconosco, finora mi era completamente ignoto). Quest’ultimo sarebbe stato favorito da (cito testualmente) “grandi lobby” ed “interessi politici” che “hanno la meglio rispetto alla musica”; insomma, il ragazzo non meritava di vincere non perché la sua canzone era dimenticabile, ma perché è un mezzosangue (suo padre è infatti egiziano, anche se lui, giova ricordarlo, è nato e cresciuto a Milano), che ha avuto per di più la faccia tosta di interpretare un testo che non parlava d’amore e che, horribile dictu!, conteneva addirittura un paio di versi in arabo (lingua che, apprendo da Wikipedia, il reprobo per altro neppure parla). A sentire le parole di Morelli, che pare animato dal più puro buonsenso, ciò dovrebbe essere abbastanza perché anche il più inguaribile dei buonisti si renda conto che la musica italiana è oggi in crisi; che anche sul versante delle sette note (e dei quattro accordi del giro di Do, cari a qualunque chitarrista da spiaggia) stiamo subendo un’invasione che bisogna fermare prima che sia troppo tardi.

Alcuni giorni fa, parlando di foibe, scrivevo (ma in realtà stavo citando) che una delle caratteristiche proprie del “discorso storiografico di destra” è quella di far iniziare la storia da dove fa più comodo; in questo caso, dalla vittoria di Mahmood al festival di Sanremo, che pare cancellare tutti gli indizi che mostrano come la musica italiana non sia in crisi dall’otto di febbraio di quest’anno solare, ma (senza voler risalire al Settecento: come pure, dicevo su, si potrebbe fare) almeno da alcuni anni; e sempre per lo stesso motivo.

Negli anni Sessanta, si aveva così a cuore l’italianità del festival (allora ancora piuttosto giovane, va detto) che molti dei partecipanti erano accompagnati da un ospite straniero: ebbene, quest’abitudine era, per così dire, “uguale e contraria” a quella che ha spinto Morelli a formulare la sua demenziale proposta, e riflette la convinzione che in Italia si possa produrre bella musica solo in due modi, o continuando a fare “le cose nostre” (Nilla Pizzi, Claudio Villa, l’opera, il belcanto, la musica napoletana…), o scimmiottando pedissequamente, ed anche un po’ ridicolmente, tutto quello che viene dall’estero e, in particolare, dai paesi di lingua anglosassone: vedi, in questo senso, gli urlatori, o i centinaia di complessi che hanno cercato di presentarsi (con scarso successo) come “la risposta italiana ai Beatles”. Tutt’e due queste tendenze denunciano il provincialismo di chi sa di vivere alla periferia dell’Impero; di chi tenta di sopravvivere cercando di omologarsi supinamente a ciò che è al centro o, viceversa, rincorrendo delle radici che si è artificialmente costruito: quest’ultima strada è quella che si percorre, di solito, quando è il potere politico a decidere la vita culturale di un paese. Si pensi, ad esempio, all'”autarchia musicale” che vigeva ai tempi del fascismo, e che portò lo swing a sbarcare nelle nostre sale da ballo quando il genere era ormai consunto e l’interesse dei migliori musicisti di oltreoceano si era già spostato altrove, sul bebop che stava nascendo e prometteva di far scintille.

Che poi, bisognerebbe anche chiedere a Morelli che cosa significa, musica italiana: musica cantata nella “lingua del sì”? Ma allora, anche Charles Aznavour che canta Ed io tra di voi, dovrebbe valere, per il raggiungimento della “quota tricolore”. Musica interpretata da musicisti italiani? E quelli che scelgono di utilizzare l’inglese, nelle loro composizioni? Quelli che cantano nei dialetti delle loro terre? E per i gruppi misti, composti da musicisti di nazionalità diversa? La versione di Dove c’è musica di Eros Ramazzotti in cui suona Steve Vai va bene? Oddio, in fin dei conti Steve Vai ha origini italiane, e quindi, tutto sommato…

Come nella biologia, insomma, anche nell’arte il concetto di razza pura non dovrebbe esistere, non foss’altro perché è impossibile decidere il dove a cui appartiene un certo artista; a chi lo diamo Picasso, che nacque in Spagna, si formò a Parigi, studiò l’arte africana ed infine tornò agli autori del Rinascimento italiano? L’Internazionale può essere considerato un brano sovietico, anche se la sua musica l’ha scritta un francese ed è diventato l’inno di un movimento politico che voleva (o avrebbe dovuto voler) abolire il concetto stesso di nazione? E soprattutto: siamo sicuri che mettere dei confini all’arte sia una buona idea? In fin dei conti, volendo tornare a parlare di musica, le ultime volte che, nel corso del ventesimo secolo, l’Italia è stata grande su questo tema, è stato quando ha interpretato “a proprio modo” delle suggestioni che venivano dall’estero o quando, viceversa, ha immesso un poco di “straniero” in ciò che le riusciva meglio: penso ad esempio al glorioso periodo del rock progressivo nostrano, ai cantautori, alla scena punk e new wave degli anni Settanta ed Ottanta. Tutte musiche che funzionavano perché non si ponevano limiti, perché si sporcavano, si ispiravano a, si congiungevano con: tutte musiche che erano belle perché, come tutto ciò che esiste di bello, erano meticce.

Curioso, non mi era mai capitato di concludere, praticamente con le stesse parole, due articoli usciti a distanza di più di un anno (l’altro lo trovate qui). Ma, in fin dei conti, ho cominciato questo post parlando dei miei difetti, e non potevo certo esimermi dal dare pubblica dimostrazione di quello che è, probabilmente, il peggiore di tutti: tendo a ripetermi.

Non fosse così, questo blog sarebbe chiuso da anni, per altro.

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15 thoughts on “I miei poco dolcissimi difetti

  1. tu quoque, fili mi, a parlare, sia pure in mezzo a tante cose intelligenti, di Sanremo? 😉 – ho continuato solo perché sei tu…
    e poi chi ti dice che Mozart e Beethoven “erano profondamente diversi […] anche per la musica che scrivevano ed eseguivano”?
    a me pare, al contrario, che Beethoven sia uno sviluppo e una continuazione dell’ultimo Mozart, quello che ha avuto appena tempo di apparire nelle ultime composizioni (Don Giovanni, Requiem incompiuto), le sue più drammatiche, e che venne precocemente tolto di mezzo da un probabile omicidio di stato, o quasi…
    in ogni caso occorre guardare ad Haydn come a loro padre comune, per trovare i loro precisi punti di contatto nella tecnica musicale, che condividono ampiamente.
    purtroppo della musica io conosco quasi soltanto un poco la musica classica o quella comunque assimilabile del Novecento, e pur sempre da dilettante, e niente o quasi del resto: continenti che mi restano sconosciuti.

    • Immaginavo un commento del genere da parte tua, ed ammetto di avere un poco “forzato la mano” nell’introduzione, per giungere a parlare di quello che volevo. Nella prima stesura di questo articolo “c’era posto” anche per Haydn, in effetti, ma poi (secondo un costume comune quando si parla di classicismo viennese, mi par di capire) il suo spazio è stato “sacrificato”. Sai che sono due anni che, per un motivo o per l’altro, finisco a parlare di Sanremo?

      • ahah, dunque esistono anche, al maschile, le muse negative, chiamiamoli brutti musi o ceffi, che ispirano qualcosa di vagamente irritante per il gusto di essere criticati, ahahah.
        a parte gli scherzi, non mi ero accorto di questa tua sanremomania, che andrebbe rispettata, se è davvero tale.
        amo la musica, e soprattutto quella che non conosco e non ci troverei nulla di male, se una volta all’anno non si scatenasse questo rito che ne fa l’avvenimento centrale di un popolo ribadito nel suo falso cliché di canzonettaro.
        in realtà gli italiani amano pochissimo il canto, come amano poco lo sport vero, vistpo che praticano abbastanza poco sia il primo che il secondo, amano la televisione, ed è questo che non sopporto: un sistema dell’informazione che costringe tutti o quasi a parargli addosso.

        per omogeneità di tema sposto nell’altra coda dei commenti il resto.

  2. dimenticavo: Mozart scrive la maggior parte delle sue opere con libretto IN ITALIANO. quindi, almeno per Mozart, la rottura con la musica italiana è relativa e avviene nella fase più tarda della sua produzione, mentre la musica di Beethoven assume un carattere più decisamente nazionale.

    ma questo porta acqua al mulino della tua tesi di fondo: la musica è forse l’arte più interculturale che esista: il fondatore della musica francese classica è Lulli, un italiano di Firenze; quello della musica inglese è Haendel, un tedesco di Sassonia trasferitosi a Londra; Stravinskij è stato in campo musicale in Occidente l’equivalente di Picasso nella pittura, ma era un emigrato russo negli Stati Uniti, così come l’altro gigante poco conosciuto, Bela Bartòk.

    l’arte, la musica, la filosofia, la cultura non hanno e non possono avere confini.

    • Be’, il libretto in italiano all’epoca era la norma, no? E poi Mozart non ha scritto anche “Il flauto magico”, con libretto “in lingua”? Ad ogni modo, come noti giustamente, ciò ha un senso relativo, perché anche chi voleva dare ad intendere di star facendo musica “etnica”, in fin dei conti, aveva un approccio assai “cosmopolita”: penso, ad esempio, anche a Villa Lobos.

      Che poi, a pensarci bene, proprio la musica “tradizionale” è la più aperta al meticciato: vogliamo parlare del flamenco, per dirne uno?

      • ho dato un’occhiata a wikipedia, rendendomi conto che in realtà Mozart ha alternato libretti in italiano a libretti in tedesco durante tutta la sua vita, anche se quelli in italiano prevalgono all’inizio. ma la tendenza all’opera tedesca è più dei tempi che sua particolare: leggo infatti che l’imperatore Giuseppe II diede l’incarico a Salieri nel 1780 di comporre un’opera in tedesco. in sostanza la musica era uno strumento politico anche allora, come oggi Sanremo…
        Haydn è il gigante polimorfo, oscurato dai due contemporanei più semplici ed identificabili; il suo decennio circa trascorso a Londra dimostra un’altra volta il cosmopolitismo della musica.
        quanto a Villa Lobos, sono andato a ripassare anche qui: se ho mai saputo del suo periodo parigino (probabilmente sì), me lo ero dimenticato…
        musica e meticciato, inseparabili…
        ma lo stesso fenomeno riguarda anche altri campi, dove tendiamo a non vederlo affatto: https://corpus15.wordpress.com/2019/01/29/il-sovranismo-in-cucina-un-mondo-senza-galline-e-senza-polenta-62/
        e ho letto di recente, ma non me lo sono segnato e adesso non saprei più come ritrovarlo, uno studio simile sulla storia dell’addomesticamento degli animali: lo sai che di tutti gli animali che consideriamo domestici (ma sono tutti “immigrati”) soltanto il coniglio è un animale domestico autoctono, cioè originariamente addomesticato in Europa, e tutti gli altri, dico TUTTI, comprese mucche, cavalli e pecore, quelli che noi consideriamo tipicamente nostri, sono stati addomesticati in altre regioni del mondo e introdotti da noi prendendoli da fuori?

  3. Pingback: l’arte moribonda della discussione. bortoblog 11: 20-24 febbraio 2019 – 86 – cor-pus 15

  4. fortunatamente non guardo Sanremo, e quindi non ne posso parlare né bene né male.

    io non parlo di Sanremo, parlo di quelli che parlano di Sanremo, e non sopporto quelli che lo guardano e ne parlano bene, né quelli che non lo guardano e ne parlano bene; non sopporto quelli che non lo guardano e ne parlano male e poi finalmente sono con te nel non sopportare tantomeno quelli che lo guardano e ne parlano male: sono probabilmente i peggiori di tutti.

    ma chi si salva allora, per me? chi non ne parla; se poi se lo guarda oppure no, sono cavoli suoi. 😉

  5. il finale mi ha fatto molto ridere 😀 😀 😀
    la mia categoria, in quanto a musica classica, è definibiel come: “coloro che di musica classica sanno poco (e altrettanto poco capiscono) e quel poco che sanno è dovuto alla letteratura o a citazioni.” ragion per cui ti citerei (appunto) givannisebastianobach (insieme ad escher e gödel), o shostakovich insieme agli stormy six e all’assedio di stalingrado, o vivaldi perché siamo andati con i bimbi ai concerti della “scala per bambini” a 1€ per vedere come fosse fatto il teatro dentro 😛
    detto ciò, appena ha tempo (ma sarà dura) vorrei tornare qua per un commento e alcune riflessioni sui format musicali (a cui, a quanto ho potuto capire da non possessore di apparecchi atti a reicevere segnale radiotelevisivo, riescono a stare dietro solo i formati di cucina)

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