Il giardino dell’obiezione che si triforca

Ho talvolta meditato di aggiungere ai tag di questo blog (che sono troppo numerosi, ed ampiamente sottoutilizzati) un loro fratello chiamato Borgesiana. Il motivo di questa risoluzione è facilmente intuibile a chi mi conosce; a chi, fortunato lui, prima di capitare su questa pagina ignorava la mia esistenza, credo basterà sapere che le prime tre parole di questo articolo sono una citazione letterale di un testo di Jorge Luis Borges, e che lo stile dell’incipit è praticamente un plagio del modo di scrivere del grande intellettuale argentino, che è, a mani basse, il mio scrittore preferito.

Perché, dunque, il proposito di dedicargli un tag è rimasto (e presumibilmente rimarrà per sempre) a livello di ipotesi? La responsabilità non è da imputare alla mia pigrizia, comunque ben nota ed ormai incancrenita, quanto alla considerazione di che opera mastodontica sarebbe stata andare a scartabellare tutti i miei articoli passati, alla ricerca di quelli per cui questo tag sarebbe stato necessario. E, attenzione, ciò non solo a ragione della loro numerosità assoluta (parliamo di circa seicento post, al momento), ma anche di quella relativa del sottoinsieme che, in qualche modo, si rifa all’opera del vecchio Jorge Luis (l’ultimo in ordine di tempo, è l’articolo che precede immediatamente questo).

Capita infatti che, talvolta, la mia immaginazione scarseggi; capita anche che io ritenga gli eventi dell’attualità talmente laidi da non volermene occupare, ma provi comunque il bisogno di aggiornare questo spazio, di aggiungere un nuovo atto a questo labirintico spettacolo teatrale che ho voluto chiamare Suprasaturalanx (e non è, questa, una metafora eminentemente borgesiana?); capita, infine, che intuisca che su fatti apparentemente trasparenti debba essere gettato uno “sguardo obliquo”, che consenta di vederne anche il “retro” ed i “prospetti laterali”, e non solo la facciata monumentale di cui continua a berciare la cagnara dell’informazione real time: ebbene, in tutti questi casi, io mi rivolgo a Borges. E, da quando ho un poco razionalizzato questo mio comportamento (che inizialmente tenevo in maniera istintiva), mi sorprende molto meno trovare tracce di Borges in testi che, ad esempio, parlano di politica, dove la sua presenza dovrebbe essere coerente quanto quella di un ghepardo in una biblioteca. Perché, certo, Borges scrisse di politica, ma dicendo cose che raramente mi trovano in accordo con lui.

Un caso paradigmatico, in questo senso, è accaduto lo scorso ventinove maggio: allora, praticamente tutto il paese guardava con l’indolente incredulità propria dell’abitudine all’impasse che si era venuta a creare dopo le elezioni di quasi tre mesi prima, ed il mondo politico pareva era incapace di esprimere un governo che potesse guadagnare la fiducia del parlamento più spezzettato della storia della repubblica; i due maggiori “indiziati” per il ruolo di protagonisti della maggioranza, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, da tempo al lavoro su un “esecutivo di coabitazione”, sembravano essersi giocati in quei giorni la loro ultima possibilità, continuando pervicacemente ad indicare come ministro dell’economia Paolo Savona, nonostante il suo fosse un nome notoriamente poco gradito al Quirinale. Era stata proprio questa scelta, scrivevo allora, a stimolare il mio spirito borgesiano: avevo infatti la sensazione che quello che Cinque Stelle e Lega avevano raccontato a Mattarella non fosse il Savona storico, ma un personaggio di loro invenzione, solo tenuemente “ispirato ad una persona realmente accaduta”, l’anziano professore Paolo Savona, coetaneo di Berlusconi, fondatore dell’università in cui ha studiato Mario Monti e successivamente (ma questo evidentemente era davvero, davvero poco, per entrare al pantheon degli “amici del popolo”) assurto agli onori delle cronache per alcune, invero piuttosto timide, critiche all’Europa.

Soprattutto ora, con i verdeoro saldamente al governo da nove mesi, la mia lettura potrebbe sembrare viziata da barocchismo (d’altronde, alla stessa accusa non sfuggì Borges, si parva licet componere magnis); anche perché attribuisce la creazione di un progetto tanto letterario ad un consesso di uomini tra le cui fila, spero mi sia concesso dirlo, non spiccano i letterati. Eppure, sono tuttora convinto che, in quei giorni di maggio, Salvini e Di Maio sarebbero stati disposti a tutto, perfino a ricorrere alla letteratura, pur di sfuggire alla responsabilità che, recitando, rivendicavano da quando avevano polverizzato i loro avversari (che, va riconosciuto, non si erano dati gran pena per cercare di impedirglielo); pur di trovare un modo per allontanare da loro quell’amaro calice che doveva sembrargli l’obbligo di diventare delle forze di governo.

Allora pareva infatti piuttosto facile, preconizzare che un simile posizionamento non li avrebbe favoriti: perfino agli editorialisti del Fatto Quotidiano (faccio per dire) non sarà sfuggito, anche prima che Rousseau ed i suoi iscritti tradissero il fervore giustizialista di Marco Travaglio, che Lega e Movimento prosperano all’opposizione, quando il loro compito è quello di impedire (o, almeno, di cercare di impedire) a chi, nel gioco della democrazia, sta detenendo il potere, di fare qualcosa. Qualcuno, a questo proposito, si è spinto anzi a dire che qualunque partito politico vede aumentare i suoi consensi nel momento in cui si trova in minoranza, poiché in quella situazione il suo ruolo si esaurisce in un’indefessa polemica, senza dover mai giungere a sporcarsi le mani affrontando i “problemi del paese”, che possono spingere a decisioni drammatiche ed impopolari (e qualcuno in questi giorni, mentre Salvini spadroneggia, crede che sia una buona idea bacchettare i Cinque Stelle a suon di “ve l’avevo detto”). Trovo tale spiegazione eccessivamente semplicistica, e mi sento di opporle tre obiezioni.

La prima è di carattere storico: non sono molto lontani i tempi in cui Berlusconi teneva in pugno il parlamento, grazie alle amplissime maggioranze che otteneva servendosi di una legge elettorale appositamente confezionata e della sostanziale insignificanza dei suoi alleati; di questa preminenza, si serviva per far approvare leggi cui molti italiani guardavano con sospetto, quando non con vero e proprio astio. Se valesse l’ipotesi “basta stare all’opposizione per prendere voti”, allora come mai le ampie coalizioni di centro-sinistra che lo hanno affrontato nel 2006 e nel 2013 hanno riportato sempre vittorie (se così si vuole chiamarle) risicatissime, e non percentuali da plebiscito bulgaro? E sì che l’antiberlusconismo faceva sembrare accettabile persino dare il proprio voto ad una formazione che prometteva di dare a Mastella un ministero (e che, masochisticamente, alla fine glielo diede davvero).

In questo senso, si potrebbe affermare che i gialloverdi siano stati molto più bravi a capitalizzare l’azione di un competitor, Matteo Renzi, che all’uomo di Arcore si ispirava per ideologia e mezzi utilizzati (vedi il trattamento riservato a partito e parlamento); ma ciò significherebbe tacere di quella che è, secondo me, la sua più grande responsabilità (e questa è la seconda mancanza della teoria “generalista” opposizione=successo): quella di aver accettato Di Maio e Salvini come interlocutori, di averli rivestiti del ruolo di principali oppositori dei governi da lui guidati o appoggiati. Il suo scopo, chiaramente, era di presentarli come spauracchi da agitare ogniqualvolta le sue politiche padronali avessero suscitato delle proteste; di creare una, inesistenza, dicotomia tra il suo pallido centrismo liberista, ed il sovranismo fascistoide e vagamente schizofrenico dell'”altro Matteo” e del leader (che, per carità, segretario fa troppo vecchia politica) dei pentastellati: insomma, di cancellare qualunque altra posizione non fosse “o me, o il diluvio”. Gli elettori hanno talmente introiettato questa narrazione, che alla fine l’hanno rivoltata contro Renzi, andando a votare in massa per chi non solo si vendeva, ma veniva venduto come “l’unico argine all’Europa dei burocrati”. E ciò, ci porta alla terza obiezione.

Nessuno dei “semplificatori”, infatti, tiene conto della caratteristica principale e specifica che Lega e Cinque Stelle hanno in comune: quella di essere delle forze diversive che vogliono passare per eversive. Entrambe, infatti, intercettano un giusto sentimento di rabbia e rifiuto per un sistema sbagliato e disumano; indirizzano questo sentimento, tuttavia, verso dei falsi bersagli e, così facendo, risultano infine funzionali a quello stesso sistema che, a slogan, dicono di voler distruggere. Per continuare a crescere in questo segmento di mercato, però, hanno bisogno che gli elettori continuino a vederli come dei Davide che combattono (ed abbattono) dei Golia che, invece, dalla loro azione escono rafforzati: e per far ciò, non basta che abbiano “qualcuno di potere” contro; no, c’è bisogno che “il popolo” continui a percepirli come coloro che stanno loro dando quella ribellione (che è qualcosa di assai diverso dalla rivoluzione) di cui hanno bisogno per non sentirsi dei piccolo borghesi che si limitano a lavorare, consumare, crepare. E questo, forse, può spiegare la debacle dei Cinque Stelle, nel momento in cui, invece, Salvini continua a galoppare nel consenso: percé, quando una forza del genere raggiunge, infine, la posizione di potere che, in realtà, non ha mai aspirato a conquistare, per “rimanere in sella” non ha che due strategie, non potendo rispettare le promesse mirabolanti che hanno abbagliato coloro che, infine, “li hanno messi lì”. E questa strategia è quella che ha portato Renzi al disastro, la strategia del “noi o quegli altri“.

Il problema è che Salvini può giocare, contemporaneamente, sia con “noi” che con “quegli altri”, perché può saltare indifferentemente dal campo del centrodestra a quello dei verdeoro; gli elettori a Cinque Stelle, invece, potrebbero giustamente domandarsi, quando sentono Di Maio affermare che il Movimento è “l’unica possibilità per non far vincere gli altri“: ma gli altri chi? Quelli con cui sei al governo?

E, tutto sommato, anche questo bifrontismo del segretario della Lega ha del borgesiano; anche se, considerato che, probabilmente, è ciò che lo porterà a trionfare alle prossime elezioni, ce n’è abbastanza anche per considerarlo l’inizio del racconto che Hoard Philip Lovecraft non ha mai scritto.

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16 thoughts on “Il giardino dell’obiezione che si triforca

  1. la tua riflessione mi rimanda a innumerevoli altre sull’evoluzione della consapevolezza politica in italia, che di fatto avalla che il dialogo sia posto in questi – grezzi – termini. anche se forse è più una questione antropologica, e non può essere limitata alla sola politica. ma di questo parleremo a voce. a proposito… quando? 😉
    una curiosità. ho cercato in rete “ho talvolta meditato” per scoprire di quale testo di borges fosse l’incipit. confesso di essere stato sorpreso dal risultato: https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=%22ho+talvolta+meditato%22

  2. la parte di analisi politica di questo post mi pìace molto come punto di vista che aiuta a cercare di capire una situazione molto complessa; personalmente proverei a sintetizzarla così: né Di Maio né Salvini hanno la statura politica per cercare di produrre una vera sintesi di governo: entrambi infatti guidano movimenti molto settoriali, portatori di punti di vista consapevolmente molto particolari, e oltretutto quasi sempre opposti fra loro (se si esclude l’obiettivo della limitazione dei diritti degli immigrati e della creazione di un nuovo stato post Costituzione antifascista, fondato sulla discriminazione tra gli esseri umani che ne fanno parte).
    questa loro fragilità evidente è però anche il segreto facile e perfino puerile del loro successo, in una società che ha perso di vista la sintesi del bene comune e si è frantumata in lobby: metti assieme due schieramenti opposti e avrai necessariamente la maggioranza, visto che questo governo è al tempo stesso la sua stessa opposizione ogni volta…
    non credo che Salvini arriverà alle prossime elezioni politiche in una posizione di forza simile a quella che continuano ad accreditargli i media, impegnatissimi a tenere in piedi l’unica diga che resta a disposizione della nostra borghesia egoista.
    sono in contraddizione con me stesso? non credo. al momento Salvini gli serve per tenere a bada il formarsi di una vera opposizione sociale, ma se ci fossero delle elezioni a breve, l’esperimento Salvini sarebbe finito, visto che con i 5Stelle non avrebbe sicuramente più la maggioranza e dentro il centro-destra gli metterebbero le briglie.
    per questo, diamogliene atto, per ora resiste all’idea di diventare il leader di un centro-destra classico.
    del resto, ogni analisi e tentativo di prevedere il futuro politico, soprattutto in una fase così convulsa e caotica, è molto fragile e precario, lo ammetto.

  3. non ricordo nessun testo di Borges che inizi con Ho talvolta meditato di; ma questo significa ben poco, potrebbe essere un buco della mia memoria.
    quel che è peggio, però, è che mi pare un esordio che proprio non dovrebbe appartenere allo stile di Borges, caratterizzato da una forte prevalenza della trasposizione oggettiva, altrimenti detta correlativo oggettivo – ma anche questo significa ben poco…

    • È l’inizio (in realtà leggermente rimaneggiato, fino ad assomigliare a qualcosa di orribilmente diverso – vedi commento di amennicolidipensiero -, ma non è questo stesso qualcosa di borgesiano?) di “Kafka e i suoi precursori”, da “Altre inquisizioni” (ma cito a memoria, quindi può darsi che sia in errore…).

  4. ho trovato l’incipit di cui parli: KAFKA E I SUOI PRECURSORI
    “Premeditai talora un esame dei precursori di Kafka.”
    a te l’ardua sentenza su chi è il vero inventore del tuo incipit… (tu?)

    • Si potrebbe fare tutto un discorso sulle citazioni, anch’esso figlio di Borges:-). Ricordavo che la citazione fosse simile, ma non riuscivo a ricordarla compiutamente. Spero che questo non squalifichi il mio articolo:-).

      • ma perché mai? dopotutto il verbo base è lo stesso (forse), cambia soltanto il tempo, e credo che questa differenza dipenda tutta e soltanto dalla scelta del traduttore:
        Premeditai talora
        Ho talvolta meditato
        volendo si potrebbero dire ancora mille sottigliezze sulle sfumature tra queste due diverse espressioni, ma abbiamo a che fare con una traduzione e non col testo originale, e con un’altra lingua.
        certo, Borges, se è veramente lui a dire così, parla di premeditazione e dunque pone la sua ricerca del campo del criminoso…
        tu mi sembra che ti senta un poco più innocente…. 😉

      • eccoci già arrivati al dunque di qualunque analisi più raffinata: Borges – se non è malitia del traduttore – sente che cercare e mettere sotto esame i precursori di Kafka è un’azione delittuosa, probabilmente contro Kafka, quindi da premeditare con attenzione; tu invece ti senti innocente dei tuoi riferimenti a Borges.
        il perché è chiaro: tu pecchi per troppo amore per Borges, che hai fatto tuo; Borges invece non ama Kafka, si sente come un suo oscuro competitore che ordisce intrighi e maneggi a suo danno.
        non se questa analisi ti convincerà, però… 😉

  5. lascio il compito a te, che sei evidentemente un narratore nato: io non saprei neppure da dove cominciare, non sono un granché come scrittore di gialli.
    una volta uno studente ne pubblicò uno ambientato nel liceo dove ero preside, e mi venne in mente di fare un controgiallo che smontava la sua ricostruzione del delitto e dimostrava che l’assassino ero io, il preside (scritto naturalmente in prima persona): ce l’avevo chiaro in testa, ma non andai oltre la quarta facciata.
    un altro giallo a puntate cominciai a scriverlo nella prima versione di questo blog, ma anche lì mi impantanai dopo 12 puntate e lasciai perdere…
    se volessi dargli un’occhiata, il link è questo: https://corpus0blog.wordpress.com/?s=%22un+giallo+per+l%27estate%22

    ops, riguardo adesso e scopro che del primo giallo avevo già scritto anche qui,nel secondo; l’idea di farti sciroppare la storia due volte la direi tipicamente senile.

    per rimediare, eccoti invece i link ad una contortissima parodia di giallo con una indagine su blog condotta via blog: https://corpus0blog.wordpress.com/?s=zoccolandia +
    https://corpus0blog.wordpress.com/?s=zoccolandia

    oggi comunque non sarei più capace di scrivere così…

    aspetto tue notizie, sotto forma di post… 🙂

  6. Pingback: i boschi sacri e il blog – bortoblog 14 – 112 – cor-pus 15

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