Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi

L’attività più in voga nel campo della “sinistra” istituzionale, ultimamente, pare essere quella di dichiarare, pubblicamente e senza alcuna vergogna evidente, che Matteo Salvini “non sta facendo abbastanza”, “non si sta muovendo in fretta quanto servirebbe” o, tout court, che “non sta rispettando le promesse che ha fatto in campagna elettorale”.

Mi ha fatto riflettere sulla popolarità di tale sport una recente presa di posizione di Giuseppe Sala, che ha raggiunto la carica di sindaco di Milano grazie ad una coalizione guidata dal PD (cioè dalla quintessenza della “sinistra” che punta al “potere”); visto che si parla di lui, e del partito che gli ha consentito di diventare primo cittadino del capoluogo lombardo, ritengo sia superfluo spiegare perché per due volte ho utilizzato la parola sinistra tra virgolette.

Ad ogni modo, durante l’incontro “Milano-Napoli, unite nella diversità” (…), Sala ha chiesto conto a Salvini dei seicentomila rimpatri che il ministro dell’interno aveva giurato di poter far rapidamente eseguire, rinfacciandogli di aver cacciato fuori dagli inviolabili confini della Nostra Sacra Patria appena l’un per cento di quelle persone; in questo modo, ha aggiunto il suo “Be’? Perché non ti muovi?” a quello di rappresentanti anche più autorevoli del partito che fu di Matteo Renzi e che ora è di Nicola Zingaretti, ed anzi si è improvvisamente ritrovato in compagnia di alcuni “fuoriusciti”, che non hanno fatto mancare il proprio supporto ad una tale campagna: penso ad esempio a Pierluigi Bersani che, a mia memoria, in tutte le occasioni in cui si è confrontato con Salvini ha finito per dargli ragione nei meriti, sollevando obiezioni unicamente sui metodi.

Non credo che tutti coloro che si producono in simili capolavori di autolesionismo lo facciano per lo stesso motivo: alcuni, certo, saranno convinti di essere assai scaltri, ad inseguire Salvini sul campo che l’ha portato al trionfo, anche se solo dal punto di vista mediatico; costoro dimenticano che l’elettore (anzi, il consumatore) di destra difficilmente sceglie l’imitazione, quando può avere l’originale: per questo motivo, non ci occuperemo di loro qui. Altri, la maggior parte, denunciano invece una semplice per quanto desolante verità, e cioè che nel centro-sinistra non esiste una visione alternativa a quella egemone, propagandata dalla destra nelle sue varie incarnazioni (perché nessuno di voi crede per davvero che il nazionalismo accattone di Salvini consideri un nemico il neoliberismo di certe frange di Forza Italia, vero?), e che Partito Democratico e pretesi dissidenti si limitano a proporsi come una versione più efficiente di quest’ultima: scegliete noi, possiamo farvi avere le stesse cose, e possiamo farvele avere prima.

Trovo che questa strategia del “non lo sta facendo abbastanza in fretta” sia parente di quella che qui ho chiamato “o noi, o il diluvio”; lo dimostra, credo, il fatto che le conseguenze della loro ripetizione ossessiva siano le stesse: il PD continua a scivolare verso l’irrilevanza (e questa è la buona notizia), mentre, abdicando al compito di etichettare come irricevibili le proposte che arrivano dalla Lega, e limitandosi a storcere il naso per la loro insufficienza, ha finito per legittimarle e renderle ciò che non dovrebbero essere: degli argomenti di cui si può discutere. Non mi pare una prospettiva deisiderabile, quando ciò di cui il tuo avversario vuole discutere è il diritto dei naufraghi ad essere salvati, o quello degli sfruttati a manifestare il proprio scontento anche fuori da Facebook.

Si è scritto molte (troppe) volte che Matteo Salvini è un “grande comunicatore”. Ecco, io penso che questo non sia vero, intanto perché è lecito sospettare che lui personalmente non scriva neppure una virgola o, almeno, che non la scriva senza averla prima concordata col team che gestisce il suo personaggio, ed in secondo luogo perché non sa esprimersi diversamente che in un contesto (verticale ed anzi verticistico: non per nulla, furoreggia sui social) e con un solo registro (quello dell’io o, al limite, del noi contro tutti). Bisogna tuttavia riconoscere, per quanto mi addolori farlo, che a sfruttare questa falla nel “sistema” del PD è stato bravissimo: non ha mai cercato di forzare la mano ma, rendendosi conto che nessuno lo contestava, ha spostato progressivamente sempre più a destra l’asticella dell’indicibile, dello scandalizzante. Dico che gli stupratori andrebbero castrati, e nessuno solleva una critica e, anzi, neppure un sopracciglio? Bene, la prossima volta farò un passetto più in là, e poi un altro ancora, e quindi un altro… tanto, cosa vuoi che mi succeda? Al massimo, qualcuno si azzarderà a dire che ciò che voglio fare è troppo poco.

Prendendo a prestito una nota favoletta popolare, si potrebbe dire che è la “politica della rana”: getta una rana nell’acqua bollente, e quella schizzerà fuori; mettila in una pentola d’acqua fredda ed accendi il fuoco, ed a tarda sera mangerai rana bollita. Certo, è una politica che richiede tempo: ma la destra non ha alcun bisogno di procedere a strappi, perché gli interessi che rappresenta sono quelli di chi sta già vincendo (e quindi, può mettersi comodo ad attendere che qualcuno lo aiuti a stravincere) nel “gioco della vita” o, a voler usare un termine più adeguato, nella lotta di classe. Che, come hanno ammesso gli stessi vincitori, esiste, a dispetto di quello che potreste aver sentito dire in giro.

Ora: non c’è, in assoluto, nulla di male a servire degli interessi particolari, mentre si ricoprono delle cariche politiche; si potrebbe anzi dire che lo scopo della politica è decidere a quali interessi sia più giusto dare la priorità. Tuttavia, è in qualche modo disonesto ripetere, con frequenza sospetta, che si sta lavorando “per il popolo” (appropriandosi così, per altro, di un termine che ha una storia che andrebbe rispettata), nel momento in cui, invece, si sta favorendo solo una porzione della società, quella più agiata: il che è precisamente quello che fa Salvini. A dimostrarlo, sta il suo ultimo “successo”: la legge sulla legittima difesa. Prima di parlare della quale, tuttavia, devo fare una premessa.

Su questo tema, Salvini ha ragione. O, per meglio dire, ha ragione lo slogan che ha utilizzato in modo martellante per “costruire l’hype” riguardo questa sua proposta: la difesa è sempre legittima.

Quest’affermazione sorprenderà assai chi mi conosce anche poco. D’altronde, non ho mai fatto mistero di condividere la posizione di Umberto Eco: se qualcuno mi aggredisce con un coltello, avrò pur diritto di difendermi con un pugno; ed inoltre, ho ben chiaro che, nel momento in cui ci si sente in pericolo, non si agisce né razionalmente, né conformemente ai propri valori etici. Alla luce di ciò, mi sembra un principio di buon senso sostenere che ci si possa difendere da un’aggressione, soprattutto nel momento in cui aumentano quelle di stampo fascista; in effetti, anzi, questo principio è talmente elementare che lo riconosceva perfino la legge precedente sulla legittima difesa, che si limitava a stabilire la proporzionalità tra l’offesa e la difesa: in altri termini, nell’ordinamento penale italiano era già previsto che, se qualcuno ti sta minacciando con un coltello, tu ti possa difendere con un pugno.

La richiesta di Salvini (o del suo ufficio propaganda) era dunque pretestuosa, e lo scopo malcelato con cui il segretario della Lega insisteva su questo argomento pare essere, a questo punto, quello di rendere legittima non la difesa, ma l’attacco; di far passare il messaggio che non solo puoi “difenderti” con un fucile d’assalto, se qualcuno ti aggredisce brandendo un sasso, ma che puoi anche sparargli alle spalle dopo che ti ha aggredito, mentre sta scappando perché, quando hai tirato fuori l’AK-47, si è reso conto di quello che sei: uno psicopatico assetato di sangue, che ha guardato troppe volte Scuola di polizia immedesimandosi in Tackleberry.

Sia chiaro: questa conclusione non è la sovrainterpretazione di un frase decontestualizzata, che era stata pronunciata tra mille distinguo; no, è l’unico modo per dare un senso ad un’azione che il segretario della Lega ha posto in essere un paio di settimane prima che un parlamento ormai svuotato di ogni funzione gli dicesse l’ennesimo sì: quello di andare in carcere, a Piacenza, a trovare Angelo Peveri, condannato a quattro anni e sei mesi per tentato omicidio. Potrà già apparire strano che un ministro dell’interno, e per di più uno che tanta attenzione ha riservato al tema sicurezza, vada, in qualche modo, ad esprimere solidarietà ad un uomo che ha provato ad ammazzarne un altro (delegittimando così, en passant, un’altra istituzione dello stato, e cioè la magistratura); ma la sua decisione assume contorni ancora più irrituali e sinistri nel momento in cui si scopre il motivo per cui Peveri è stato condannato: nel 2011, non durante, ma dopo una rapina che aveva subito in uno dei suoi cantieri, l’imprenditore piacentino catturò ed immobilizzò uno dei ladri (tornato a recuperare l’auto con cui lui ed i suoi complici erano giunti sul “luogo del delitto”) e, da distanza ravvicinata, gli sparò alla schiena: insomma, non parliamo più neppure di legittimo attacco, dunque, bensì di legittima vendetta; Salvini, con questo suo omaggio, ha dichiarato che lo stato che lui rappresenta accetta che una persona possa, senza passare da alcun tribunale, farla pagare a qualcuno che gli ha fatto uno sgarro; a qualcuno che non lo ha messo in pericolo in alcun modo (Peveri non era neppure presente nel cantiere, mentre la rapina aveva luogo), ma che si è limitato a compiere l’orribile crimine di attentare alla sua proprietà privata.

Ed è proprio questo il punto: a chi giova una legge che garantisce l’impunità a chi alza le armi contro chi minaccia i suoi averi? Chi è che, per usare nuovamente questa parola, la considera una priorità?

Fabrizio De Andrè avrebbe risposto a queste domande, forse, con le parole di una sua canzone, una delle più belle: ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi, che hanno una donna e qualcosa.

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9 thoughts on “Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi

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