È esistito un tempo

Quando avevo sedici o diciassette anni, alcuni stronzi (rimasti ovviamente anonimi) fecero molto, molto male al povero M.

M. era una ragazzo che viveva nella città in cui sono cresciuto, la stessa di cui parlavo in questo post; era, ed è ancora, notoriamente omosessuale, ed anzi obbediva all’immagine nazionalpopolare dell’omosessuale (difetto che gli perdonavo con semplicità); a sentire la vox populi, anzi, stava mettendo da parte i soldi per rimediare al brutto tiro che la natura aveva voluto fargli facendolo nascere biologicamente uomo. Ad ogni modo, tutti lo conoscevano; tutti sapevano che non aveva mai torto un capello a nessuno.

Una sera, gli stronzi di cui sopra dovevano annoiarsi molto, quando incontrarono M. che passeggiava per i vicoli del centro storico. Decisero così di realizzare quella che qualche giornale, oggi come oggi, definirebbe una ragazzata (o altre, simili minimizzazioni): lo immobilizzarono, gli tirarono giù i pantaloni e gli infilarono nel retto il collo di una bottiglia rotta. Poi, chiaramente, scapparono.

Quando mia madre mi raccontò questa storia, per credo la prima volta nella mia vita, mi si attaccò addosso un senso di vergogna, perché vivevo nella stessa città di chi aveva premeditato ed eseguito un simile atto di crudeltà e codardia.

Flash forward. Se ne sta andando anche quest’anno, ed il clima rende ancora accettabile reagire ad un crimine come quello di cui M. fu vittima con un’alzata di spalle, dicendo che è stata (appunto) solo una ragazzata; se ne sta andando anche quest’anno, se n’è già andato il primo aprile e, con esso, la speranza che qualcuno saltasse su e rivelasse che il World Congress of Family (WCF: Congresso mondiale delle famiglie) di Verona era tutto uno scherzo; di pessimo gusto, certo, anche senza considerare i gadget che sono stati distribuiti a chi vi ha partecipato, e per di più condotto con l’appoggio sostanziale, anche se non formale, della chiesa e del governo, ma pur sempre uno scherzo. E invece no: era tutto vero; il WCF, i cui ideatori stanno al clima cui accennavo più su come le emissioni di anidride carbonica stanno all’effetto serra, è successo veramente; ed io, che a Verona ho preso perfino la residenza, a distanza di dodici anni, mi vergogno di nuovo della città in cui vivo (forse, in modo ingiusificato, come mi ha fatto notare Sted nei commenti ad un suo post che merita di essere visto).

Questo per dire che c’è un motivo strettamente personale, se ho deciso di parlare del WCF; e se ho deciso di parlarne adesso, e non durante il suo svolgimento: perché il congresso di Verona (locuzione che, per altro, genera sinistre risonanze) non è un semplice “fatto di attualità”, con cui riempire le prime pagine dei giornali, dei blog e dei profili social nell'”imminenza degli eventi”, dimenticandosene subito dopo nell’ottica del “ci sono altre priorità”; è la spia di un problema strutturale della dialettica politica, e a dimostrarlo sta il fatto che alcuni politici di professione, tra cui il ministro dell’interno, lo abbiano benedetto ed anzi onorato della loro presenza, invece di cercare di porre la maggior distanza possibile tra loro ed un consesso di persone che offre un palco a chi ritiene che a causare il cancro sia la mancanza di prole.

Ecco, inizialmente volevo parlare di singoli fatti di singole boiate, come questa; oppure, come la rivoluzionaria proposta di Alberto Stefani, stretto collaboratore del ministro della famiglia Fontana, che non vuole abolire l’aborto, bensì offrire la possibilità, alle donne che aspettano un figlio e non vogliono tenerlo, di scegliere da una lista una famiglia cui affidarlo in adozione. Proposta che, se divenisse realtà, sarebbe un esempio perfetto di eterogenesi dei fini: perché andare a pescare casualmente dalla lista dei possibili “adottanti” una certa coppia, e non un’altra, sarebbe un metodo assai efficace di produrre una forma surrettizia di utero in affitto; che è, pare, uno degli incubi più neri di chi, nei giorni scorsi, si è dato appuntamento a Verona. La farina del diavolo va tutta in crusca, dice la saggezza popolare, e questo dovrebbe spingere molti a chiedersi, credo, in quale degli schieramenti sieda Satana.

Un thread comparso sul profilo Twitter di Bizzarro Bazar (blog che, come sempre, vi consiglio di seguire), mi ha tuttavia spinto ad abbandonare questo approccio: in esso, Ivan Cenzi, animatore di quelle pagine, rifletteva sul fatto che, quando si parla di aborto, non ci si schiera mai pro o contro questa pratica, ma pro o contro la vita; sottintendendo, in questo modo, che la vita sia necessariamente buona e la morte, al contrario, cattiva. Un’opposizione ai cosiddetti pro-life che poggi su queste basi (ad esempio, quella che ripete il mantra “fino a tre mesi non è vivo”, che io stesso ho spesso utilizzato), continuava Ivan, non può essere che fallimentare, perché accetta la visione del mondo dell’avversario e, dunque, gli consente di giocare secondo le sue regole: e quando uno si fa le regole, è inevitabile che vinca. Situazione assai facile da immaginare: interlocutore numero uno urlatore numero uno: “Fino a tre mesi non è vivo”. Urlatore numero due: “A tre mesi ha un cuore che batte!”. Scroscianti applausi del pubblico in studio.

Si vede bene, dunque, che non si devono scardinare i singoli interventi del congresso, bensì quello che potremmo definire il suo “tema zero” o, per meglio dire, la sua intenzione zero: quella di far passare l’idea che tradizionale sia sinonimo di normale, e che normale non solo possa, ma debba, diventare normativo. E questa è la grande differenza che ha “ignorato” (in cattiva fede) chi ha tentato di proporre un parallelismo tra il WCF ed i gay pride, le marce abortiste ed i movimenti per i diritti civili: che nessuna di queste ultime iniziative si è mai proposta di contrarre, ma di allargare i possessori di quei diritti (all’aborto, al matrimonio, alla genitorialità…) che a Verona si è cercato invece di affermare appartenere solo ad una certa tipologia di persone, o addirittura a nessuno; che nessuna di esse ha preteso di trasformare qualcosa che si può in qualcosa che si deve o non si deve fare. L’esatto opposto di quanto si propongono di fare Salvini, la Meloni e la (pretesa) “maggioranza silenziosa” che li segue, e che non può che offrire, come pezza d’appoggio per i suoi diktat, altro che non siano delle scuse ampiamente pretestuose, che si riducono essenzialmente a “gli interessi dei bambini” e, appunto, all’ipotetica naturalità della loro scelta.

La prima di queste scuse viene regolarmente messa alla berlina, da anni, dai Simpson, che ospitano un personaggio (Helen Lovejoy), che spesso ribatte ad un’obiezione che mette all’angolo il suo stucchevole moralismo con un addolorato “Ma nessuno pensa ai bambini!” (e comunque, mi pare che non si sia mai chiesto ai bambini la loro opinione); della seconda si è ottimamente occupato il mio amico bortocal, ed alle sue considerazioni non posso che aggiungere due rapidi appunti: uno, che bisogna ancora dimostrare che “naturale è bello” (e qui si torna all’obiezione di Ivan Cenzi); e due, che una delle caratteristiche precipue dell’uomo è quella di vivere contro la natura.

Per quale motivo, dunque, si prova, oggi come oggi, la necessità di difendere un’istituzione, come quella della famiglia tradizionale, che nessuno sta tentando veramente di attaccare (né si vede perché qualcuno dovrebbe)? O, per meglio dire: cui prodest? A chi conviene desiderare che l’unico modello di famiglia possibile rimanga quello con a capo un padre, che comanda una madre che nella vita ha un solo compito, quello di accudire il maggior numero di bambini che riesca a tirare fuori dal proprio utero?

La risposta più banale che si possa dare a questo quesito è di natura economica, e si basa sull’elementare osservazione che i bambini sono eccezionali consumatori, e che molti bambini significa molti consumi; ma non è di questo aspetto della questione che mi voglio occupare nelle (poche) righe che mi restano, bensì di quello, per così dire, sociologico. Che è, probabilmente, altrettanto ovvio, ma che mi pare che, almeno a livello per così dire mainstream, nessuno abbia avuto il coraggio di sollevare: è esistito un tempo in cui per avere una vita sessuale (nonché una vita tout court) bastava essere maschi, bianchi, eterosessuali, non portatori di handicap; quel tempo è stato (fortunatamente) distrutto nel momento in cui le donne hanno iniziato a pretendere la propria indipendenza economica e lavorativa, ed il diritto di potersi scegliere un partner che non fosse, semplicemente, qualcuno disposto a non farle morire zitelle (cioè, sole e senza figli, condizione inaccettabile nel mondo che potremmo chiamare prefemminista). In quel momento, una vasta proporzione di maschi spregevoli si è vista sottrarre da sotto il naso la possibilità di avere una femmina (e cioè anche un pasto caldo tutte le sere, le camicie stirate a comando, qualcuno da lasciare a casa mentre si usciva per ubriacarsi con gli amici) per il semplice fatto di possedere un cromosoma Y; ed ha compreso (trovandolo inaccettabile) che, se voleva una compagna per la vita, avrebbe dovuto imparare a meritarselo.

Questo è il pubblico cui manifestazioni come il Congresso della famiglia si rivolgono: l’ampia pletora di maschi spregevoli (qui si può trovare un’ampia casistica di personaggi siffatti) che non possono accettare che le donne non li adorino per il semplice fatto di essere maschi; che vedono come fumo negli occhi che esistano dei gay che sono felici ed appagati più di loro; che non sopportano che le donne possano compiere delle scelte: ivi comprese, ovviamente, quella di non volere un uomo accanto e quella di non voler diventare madre.

Quei maschi spregevoli, insomma, per cui il privilegio che la stragrande maggioranza del mondo continui ancora, stupidamente, a considerarli normali, non è abbastanza; che credono che coloro che hanno trasformato un sopruso in un diritto non solo debbano poterlo continuare a fare, ma debbano avere qualcosa di più.

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15 thoughts on “È esistito un tempo

  1. Non è solo questione come dici tu di maschi spregevoli: ci sono e proliferano le bigotte.
    E quando si è ottusi di mente e c è chi in malafede ti indirizza a suo piacimento avviene di tutto e lo stiamo vedendo.
    Shera

  2. con questo semplice passaggio “bisogna ancora dimostrare che “naturale è bello” (e qui si torna all’obiezione di Ivan Cenzi); e una delle caratteristiche precipue dell’uomo è quella di vivere contro la natura” hai aperto una questione immensa.

    ma non mi va di appesantire il tuo post con una discussione che in fondo sarebbe fuori tema; ho anche bisogno di un po’ di tempo per pensarci su; e lo farò, penso, da me; in ogni caso sarai certamente avvisato 🙂

    bella riflessione eh, la tua: mi piace quando la palla del pensiero passa da un blog all’altro…

  3. Che poi, il pensiero recondito non è nemmeno poi tanto tale: il fatto che i banchetti espongano con assoluta naturalezza, giusto per usare un termine adatto, libri come “Sposati e sii sottomessa” la dice tutta.
    Detto ciò, la risposta più “naturale” che si possa dare a chi parla di normalità, come ebbi modo di commentare in passato se non ricordo male, la diede Gauss: la normalità non può esistere se non si accetta che esistano le code della campana che prese, appunto, il suo nome. Il punto da stabilire è il confine delle code. Anche ammesso che si accetti la statistica arbitrariamente significativa di un blando 5%, ciò rende il concetto di normalità molto più ampio di quello che si vorrebbe far credere, o quantomeno include anche quello che non dovremmo considerare tale (provocazione): ad esempio la violenza sulle donne (che nelle famiglie pro-life non è certo disdegnata, anzi).

  4. Pingback: il rinnovo della patente – bortoblog 17 – 162 – cor-pus 15

  5. Interessante la riflessione sul contrarre vs allargare i diritti – argomento spesso usato “a sinistra”, tuttavia (mi pare) piuttosto senza successo.
    Azzardo un passo oltre in questa direzione: si ampiano i diritti (ovvero i loro beneficiari), ma le risorse restano uguali – quindi si ampia la competizione. Il che, mi pare, continua a essere esattamente il gioco di questa destra: la solita guerra fra poveri (vedasi, se il parallelismo non e’ troppo spinto, quanto accade nelle periferie). Insomma, diventa una questione di distribuzione (e, in fondo, lo e’ sempre stata).

    Bellissima l’affermazione per cui l’uomo vive sempre contro natura – molto camussiana! (anni fa arrivai anche io ad un pensiero simile che forse andrebbe ripreso: una riflessione su come ogni cosa che l’uomo fa sia un tentativo di costruire un’altra “naturalita'” – un altro ordine/sistema tanto comprensivo come quello naturale).

    Infine, da una prospettia socio-giuridica: esiste un brocardo latino, piuttosto interessante, secondo cui “normale [anche nel senso di “normativo”] e’ la ratio comune a id quod plermuque accidit” [cio’ che accade per lo piu’]. Insomma, anche se la memoria di questi studi non e’ piu’ freschissima, la norma ricollega un elemento statistico (la frequenza) con un elemento razionale (la ragione comune).
    Vorrei che provassimo (io per primo, eh) ad analizzare questa questione dalla prospettiva di quelle che consideriamo “minoranze” (o, foucaultianamente, gruppi a-normali). In particolare, in questa sfera, e’ possibile passare da minoranza a maggioranza?
    Ma forse questa riflessione e’ sorpassata dalla tua conclusione….
    Credo sarebbe interessante sovrapporre il brocardo anche col commento di @ammennicolidipensiero sopra, specie alla luce delle applicazioni della logica fuzzy in ambito giuridico (Delmas-Marty).

    • Il principio “inclusione-esclusione” è una proposta di definizione (non ricordp purtroppo fatta da chi) di cosa significhino le parole destra e sinistra. Per quanto riguarda il “problema delle risorse”, io ritengo che già puntare alla ridistribuzione sia “abbastanza” di sinistra, ma che ancora di più lo sarebbe sottrarsi ad una visione “economica” (con la “concorrenza” dei vari attori in campo tra loro) della questione.

      Non ho conoscenze giurodiche abbastanza ampie da rispondere invece all’ultimo punto, ma mi sembra che il brocardo, in un certo senso, mi dia ragione: alla maggioranza, ad un certo punto, non basta più avere “la forza dei numeri”, ma trasforma il proprio pensiero in legge (il che significa, lo ricordo, che introduce un apparato repressivo per “correggere” coloro che non rispettano quel che loro hanno deciso).

      • Credo fosse Bobbio a parlare di inclusione/esclusione.
        Concordo sulla necessita’ di sottarsi ad una visione economica, un vecchio pallino sul quale sono sempre contento di tornare a discutere (“qualita’ della vita”?).

        Il ragionamento sulla maggioranza che trasforma il proprio pensiero (in questo caso: il proprio status, foucaultianamente) in legge e’ abbastanza comune. Nella mia ignoranza e poca memoria, credo tuttavia che il nocciolo di quel brocardo stia nella “ragione comune [a cio’ che accade per lo piu’]” che invita ad andare oltre il mero dato statistico.
        Ragionando un po’ in concreto, che forse aiuta: qual’e’ la ratio della famiglia (ovvero: della maggioranza delle famiglie)? Risposto a questo, si puo’ cominciare a ragionare su inclusione/esclusione.

  6. Pingback: Ipotesi sul fascismo contemporaneo | redpoz

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