Questione di scala

Che poi, probabilmente, si tratta di una specie di bias di conferma; o, forse, di qualcosa di peggio, un delirio di riferimento fatto e finito che presto mi porterà a scomparire dentro qualche oscuro reparto psichiatrico, e questo sarà il mio ultimo post su questo blog, e forse avrei dovuto scegliere delle parole migliori, per cominciarlo… ma comunque. Probabilmente, si tratta di una specie di bias di conferma: ogni giorno infatti intrattengo conversazioni con chiunque sia abbastanza prossimo da potermi udire e, pur parlando assai più di quanto non ascolti, molte sono le osservazioni che potrei raccogliere e tentare di far fruttare, se solo non le lasciassi scivolare nel rumore di fondo di ciò che mi circonda; se solo (ed ecco dove sta, il bias di conferma) non notassi ed evidenziassi e selezionassi e ricordassi ed analizzassi soltanto quelle che si riferiscono o anche paiono riferirsi agli argomenti di cui, malamente, mi sono occupato di recente su queste pagine che anche voi state scrivendo. Se solo non notassi ed evidenziassi e, insomma, ci siamo capiti, solo quelle che mi sono necessarie per dare una parvenza di verità alla frase: certe volte, ho l’impressione che i miei amici e conoscenti mi chiedano di continuare ad occuparmi di certi temi (che pure, lo riconosco, mi starebbero a cuore anche senza il loro inconsapevole appoggio), quelle che mi permettono di attribuire ad una causa diversa dalla mia mancanza di concisione il profluvio di -continua e parlipomeni ed addenda da cui questo sito è infestato.

Sia chiaro: nelle righe precedenti, mi sono riferito soltanto alle occasioni per non lasciar andare (o per riprendere in mano dopo tempo) determinate tematiche, che mi sono state offere, a loro insaputa, da persone che non sono a conoscenza del fatto che io tenga un blog, e che anzi ignorano addirittura che abbia la passione per la scrittura. Lo specifico perché, per quanto possa sembrare incredibile (non volendo ammettere un insospettabile sadismo/masochismo dei diretti interessati), talvolta mi è capitato che io non avessi alcun bisogno di sovrainterpretare, e che persone che mi conoscono e, nonostante questo, si ostinano a leggere quel che scrivo, mi abbiano chiesto esplicitamente di riprendere a trattare qualcosa che io avevo lasciato “in sospeso”.

Nei commenti a La mano sinistra delle tenebre, che ho pubblicato otto giorni fa e che si concludeva con la domanda: cosa significa, vivere?, il mio amico redpoz affermava, apparentemente senza vergognarsene:

dovresti scrivere un post e provare a rispondere a quelle domande.

Questa, signori, è quella che io chiamo provocazione, perché redpoz un poco mi conosce, e doveva sapere quanto dannatamente affascinante io trovi quesiti di quella sorta, e che avrei quanto meno provato a dare a quello in oggetto una risposta alla prima occasione propizia, che è poi il post che avete sotto gli occhi ed in cui vi ho attirato con l’inganno. Sono una brutta persona, lo so.

In quello che è, probabilmente, il mio articolo preferito tra quelli ospitati qui, scrivevo, un anno e mezzo fa, che la bellezza assomiglia assai alla coscienza, nel senso che è assai complicato darne una definizione soddisfacente (o anche una definizione quale che sia), ma, al contempo, è assai semplice decidere se qualcosa è bello oppure no, o se qualcuno è cosciente oppure no; a pensarci superficialmente, sembra che lo stesso si possa dire anche della morte e, per converso, della vita: e, invece, non è così, perché la frase quest’uomo è morto ha significati diversi, quando applicata a contesti diversi. A livello professionale, per capirsi, constatare il decesso di una persona che dev’essere seppellita è qualcosa di profondamente dissimile, rispetto a constatare il decesso di una persona che dev’essere avviato ad un espianto d’organi; e ciò è vero, anche se esiste una definizione di morte che, pur possedendo tutti gli inevitabili limiti di qualcosa che voglia affrontare concisamente un tema così grosso, è condivisa ed anzi condivisibile: la morte è la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.

Eppure, un paziente in arresto di circolo è un paziente le cui funzioni encefaliche sono tutte cessate e non si riprenderanno più, eppure noi (parlo di noi sanitari e, spesso, anche dei parenti del defunto, cui basta aver visto in gioventù qualche puntata di ER – Medici in prima linea, per sapere che nulla è finito finché la linea non è piatta) lo consideriamo ancora vivo, o, quanto meno, risuscitabile: diversamente, non impiegheremo ogni mezzo a nostra disposizione, compresi tutta la forza che ci vuole per un’attività impegnativa come il massaggio cardiaco esterno ed un ampio campionario di strumenti fantascientifici che sono in grado di sostituire cuore e polmoni, per cercare di rendere quell’irreversibile (nei corsi di soccorso avanzato, si parla del paziente in arresto di circolo come di un paziente morto) nuovamente reversibile. Ciò per dire che la questione è un po’ più complessa di come la dipingono i pro-life, e che si dovrebbe considerare che il concetto di morte è da sempre influenzato da aspetti culturali ed anche tecnologici, e non solo figlio di granitiche verità biologiche.

Ma perché, se mi ero seduto a scrivere della vita, alla fine ho consentito alla morte di fare irruzione? Forse perché non voglio ammettere che quelle granitiche verità non esistono e che, in fin dei conti, il nostro lavoro si basa su un colossale non detto: il dipartimento in cui ho studiato all’università era intitolato alle “scienze della vita”, eppure neanche quei capacissimi professori che conoscevano a menadito ogni faccia del cuore, tutti i pathway metabolici coinvolti nel morbo di Paget ed il funzionamento molecolare dell’ATP-sintasi, avrebbero saputo spiegare di cosa esattamente si occupassero o, in altri termini, che cos’è la vita; che, come rispondevo scherzando a redpoz, è il titolo di un bel libro di Erwin Schroedinger (sì, quello del gatto, che non per caso era metà vivo e metà morto), che tuttavia non risponde alla domanda: o, per meglio dire, lo fa (e con ipotesi affascinanti, anche se in parte superate dal tempo), ma su una scala completamente diversa da quella che a noi interessa.

Voglio dire che la vita come noi la intendiamo emerge dalla vita di singole cellule che si aggregano ed interagiscono tra loro, con un grado di interazione tale che, ad un certo punto, diviene quasi impossibile definire (ed ecco che ci torniamo) cosa sia il primo genere di vita, pur essendo relativamente semplice definire cosa sia il secondo: e, ecco, non so se questa definizione sia estendibile ai livelli dimensionalmente “superiori” ma, a pensarci, devo ammettere che è quella che preferisco della parola vita.

Perché ciò che rende vive le cellule è la capacità di mantenere la loro omeostasi, ossia lo stato di equilibrio dinamico che consente loro di lasciare inalterate le particolari e delicatissime condizioni chimiche che esistono all’interno della loro membrana, grazie ai continui scambi che effettuano con l’ambiente esterno: un modo come un altro per dire che, sì, sarà faticosissimo continuare a mantere il contatto con ciò che sta fuori da noi (ed in effetti la stragrande maggioranza dell’energia prodotta dalle cellule viene utilizzata a questo scopo), ma quest’attività è necessaria. Non solo perché è questo, che ci rende ciò che siamo, ma anche perché è quello che ci mantiene vivi (come si sarà reso conto chi abbia cercato di smettere di mangiare, di respirare, di defecare, di urinare, di parlare).

Pierpaolo Pasolini scrisse, una volta, una frase che è rimasta celebre: la morte non sta nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi; alla luce di quanto ho scritto, spero, si può comprendere perché, almeno in questo caso, quel grande intellettuale aveva torto: perché morire significa, appunto, non essere più in grado di comunicare; ossia, non essere più in grado di scambiare con l’ambiente.

(Post scriptum: la cosa ironica è che quest’articolo l’avevo iniziato con l’intenzione di esporre alcune riflessioni che mi sono state ispirate, appunto, da una persona che non sa che io scrivo, la mia collega M. che, di ritorno dal Sud Sudan, ha parlato del particolare fatalismo con cui gli abitanti di quel paese – dimenticato non solo da Dio, ma anche dall’ipocrita “comunità internazionale” che tanto si è battuta per la sua creazione -, anche operanti nell’ambito della medicina e della medicina dell’emergenza, vivono la dipartita di un paziente critico. Che dipende anche dal fatto, credo, che non sono abituati ad avere tutto quello che vogliono.

Ma siamo coerenti: ne parliamo alla prossima occasione in cui qualcuno me lo ricorderà, d’accordo?).

Advertisements

9 thoughts on “Questione di scala

  1. per una strana coincidenza, proprio ierisera, ben prima di leggere questo blog, la stessa domanda è emersa alla cena di famiglia con cui si festeggiava il mio 71esimo compleanno: che cos’è la vita? e scoprivamo che nessuno sapeva facilmente rispondere.
    più facile dire che cosa non è la vita: ad esempio, noi umani tendiamo irresistibilmente a identificare la vita con la coscienza, che non sono certamente la stessa cosa.
    ad esempio poco fa io ero ancora addormentato: ancora vivo, sicuramente, ma altrettanto sicuramente non cosciente o non del tutto: diciamo cosciente in una misura tale che noi non la consideriamo sufficiente; ero probabilmente regredito al livello di coscienza di un lombrico, il lombrico primordiale che abbiamo dentro di noi, e che è pur sempre vivo.
    è abbastanza evidente che se la nostra prospettiva diventasse ad un certo momento quella di VIVERE perennemente in uno stato di sonno profondo, questa vita non dovrebbe parerci meritevole di essere difesa, e forse neppure l’occasionale apparizione di sogni anche coinvolgenti e coloratissimi riuscirebbe a farci cambiare opinione.
    insomma, tutti coloro che parlano di DIFESA DELLA VITA dovrebbero parlare invece di DIFESA DELLA COSCIENZA, che è una cosa ben diversa.
    naturalmente noi difendiamo il diritto alla vita del corpo addormentato solo perché pensiamo che possa risvegliarsi, altrimenti questa difesa ci parrebbe inutile; cioè difendiamo il diritto potenziale alla coscienza; e il principio si allarga anche ad altre situazioni, ovviamente, e resta da vedere con quali limiti obiettivi.
    non che la coscienza sia poi molto più chiara, come concetto, della vita stessa; e lasciamo sullo sfondo la domanda cruciale se possa esistere una coscienza senza vita: ad esempio, un pc non è certamente vivo (certamente?), però potrebbe essere considerato cosciente?
    evidentemente dipende dalla definizione che diamo di coscienza; ma se consideriamo la coscienza come la capacità di interagire con il mondo, prescindendo da quella cosa nebulosa che è la consapevolezza di sé, la risposta potrebbe essere un sorprendente sì.
    è qui che si innesta la riflessione di Pasolini, a mio parere, che introduce un altro concetto ancora, che è quello di comunicazione, che dovrebbe essere ben caro a noi che amiamo scrivere.
    ora, se dalla coscienza o dalla consapevolezza di sé passiamo alla comunicazione, ecco che il dubbio che aleggiava poco fa si dissolve del tutto: è ben possibile comunicare indipendentemente dalla vita e perfino dalla coscienza, almeno da un certo momento in poi.
    da quando la comunicazione ha smesso di essere puramente affidata al corpo vivente e ha potuto materializzarsi come oggetto a parte, basta ESSERE STATI vivi e coscienti per produrla, ma la comunicazione prodotta non è sottoposta agli stessi vincoli temporali del corpo vivente e consapevole che la produce, e può ben sopravvivergli.
    Pasolini va oltre le definizioni correnti e identifica la vita nemmeno più con l’autocoscienza, ma con la comunicazione.
    siamo in un gorgo concettuale: si muore davvero non quando la vita fisica finisce, perché questa non ci impedisce di poter continuare a trasmettere comunicazione, se abbiamo lasciato forme di comunicazione che ci sopravvivono, ma quando la nostra comunicazione si disperde nella mancanza di senso per chi la riceve; soltanto allora siamo davvero morti, alla comunicazione almeno.
    cosa – sia detto tra parentesi – che in diverse circostanze può capitare anche a persone ben vive e coscienti.
    ma allora dobbiamo definire quella che chiamiamo grossolanamente vita con la comunicazione bilaterale? in altre parole l’unico valore della “vita” che merita di essere difeso è la capacità di dare e ricevere informazione?
    provo a rispondere di sì, più che altro per vedere che cosa succede adesso.
    ciao.

  2. Quindi dici che questo post e’ colpa mia? Me l’assumo ben volentieri!

    La prima definizione di morte che dai (“cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”) e’ gia’ per se’ (come illustri brevemente oltre) discutibile. Correggimi se sbaglio, ma fino a Barnard e al (fatidico) primo trapianto di cuore, si parlava di un tripode cuore-respirazione-encefalo necessario a sostenere la “vita” in cui il venir meno di un qualsiasi elemento comportava il “tracollo” dell’intero sistema. Con quel primo trapianto, questa interpretazione e’ venuta e meno e tanta (tutta?) l’attenzione si e’ trasferita sull’encefalo. Ma sono, appunto, questioni culturali e tecniche a definire i limiti.

    Molto bella la digressione sulla rianimazione / BLS

    Da dove la citazione di Pasolini?

    • Il tripode vitale classico in realtà è cuore-respiro-circolo (tripode di Bichat), ma anche lì l’attenzione era in realtà focalizzata sull’encefalo. Non so poi quanto il lavoro certo pionieristico di Barnard abbia “spostato”, in questo senso.

      Mi pare dagli Scritti corsari.

      • Il collegamento con il lavoro di Barnard era proposto in un testo di filosofia del diritto sul quale ho studiato (in pratica, la trapiantabilita’ del cuore come giustificazione del focus sull’encefalo).
        Scusa l’ignoranza,ma non c’e’ una ripetizione nel tripode, penso a cuore/circolo?

        “Scritti corsari” lo lessi ormai anni fa, ma la frase proprio non la ricordo…

      • No: un paziente che perde sangue ha un problema di circolo (perché non ha volemia efficace), ma non di cuore.

        L’ho letta la prima volta estrapolata dal contesto, mi pare di averla ritrovata lì, ma potrei sbagliare.

  3. Grazie per la precisazione sul tripode!

    Sulla citazione: io la trovavo solo fuori contesto (ho anche scaricato il pdf, ma da una ricerca non appare). Siccome da quanto ho letto la citazione di Lincoln “in internet, tutto puo’ essere attribuito a tutti” (ah ah) sono parecchio pignolo in questi casi, cosi’ mi ci son dedicato proprio.
    Il meglio che sia riuscito a trovare e’ questo riferimento, un poema intitolato “Una disperata vitalita'” che Pasolini avrebbe scritto dopo aver diretto “La Riccotta”
    https://www.docsity.com/it/riassunto-de-la-ricotta-di-tomaso-subini/2149616/
    https://www.poesie.reportonline.it/poesie-di-pier-paolo-pasolini/una-disperata-vitalita-di-pier-paolo-pasolini.html

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s