Le parole per dirlo

Per motivazioni che non saprei spiegare bene (visto che, colpevolmente, non mi sono mai eccessivamente interessato all’argomento), alcuni giorni fa, tra i consigliati della mia homepage Chrome, è comparsa quest’intervista rilasciata, ormai due mesi fa, dal meteorologo più noto d’Italia, Luca Mercalli, ad un giornalista de Linkiesta. Al centro della conversazione non potevano che esserci, visto il momento in cui è avvenuta ed il titolo dell’ultimo libro di Mercalli, Non c’è più tempo, i temi che hanno contribuito a rendere famoso il “professore coi papillon” a livello nazionale ed anzi nazional-popolare: il riscaldamento globale, le colpe attribuibili all’uomo per questo fenomeno, la visione (apparentemente radicale) dell’ambientalismo da lui professata.

Per una volta, sono stato felice della scelta dell’intelligenza artificiale, perché l’intervista è davvero interessante, ed invito tutti voi a leggerla, nel caso non l’abbiate già fatto; ciò non significa, ovviamente, che io abbia condiviso tutto quello che in essa viene detto.

Da un lato, certo, ho quasi esultato quando Mercalli ha puntato il dito contro il nostro sistema di produzione, che spinge ad una crescita continua (ricordo che l’unica cosa capace di crescere indefinitivamente sono i tumori) e ad un processo di produzione-consumo-scarto che è funzionale al benessere di pochi e che è la vera causa del collasso verso il quale la specie umana sta spingendo l’intero pianeta; dall’altro, non ho condiviso la sua rivendicazione per i metodi “terroristici” (intendo, volti a suscitare paura) che la lotta ambientalista sta abbracciando attualmente: perché so bene che, quando si rinuncia a convincere e si inizia a suscitare, non si sa mai quali mostri si possano generare.

L’analisi del fenomeno Greta Thunberg, poi, non mi è parsa affatto convincente, ed anzi vi ho ravvisato una bonarietà eccessiva ed una franca difesa degli “interessi di bottega”: perché di certo io non ho condiviso gli stucchevoli insulti che alcuni “vecchioni”, più o meno insigni (alcuni, addirittura, direttori di giornali), hanno rivolto con un certo livore a questa ragazzina appena adolescente, ma neppure ho creduto che essa fosse qualcosa di diverso da quel che è: un metodo per monetizzare un tema caldo, per renderlo “simpatico” e per creare un diversivo. Non ho mai sentito la Thunberg, infatti, prendersela col capitalismo, ed anzi a volte mi è sembrato che i suoi discorsi (nella maggioranza dei casi, monologhi) riportassero in auge l’odioso mantra del “tutti dobbiamo fare qualcosa”, che è un modo come un altro per dire che, se la Terra non si salva, la colpa è egualmente di tutti.

Bisogna ammettere, comunque, e con un certo sollievo, che i ragazzi che hanno aderito al Climate Change Strike “lanciato” dalla sedicenne svedese sembrano essere immuni a questo errore; nonostante le buone premesse, invece, Mercalli non ci mette molto a cadere nella medesima trappola, subdolamente tesagli dal giornalista che lo sprona a dire “tre cose che possiamo fare tutti”. Il primo consiglio è condivisibile (mi chiedo chi potrebbe avere qualcosa da ridire sul “non sprecare”… a parte, ovviamente, i grandi capitani d’industria); il secondo, invece, ha suscitato in me una certa rabbia: perché l’invito di Mercalli a smettere di usare l’aereo mi sembra si inserisca in quella linea di pensiero che potremmo racchiudere nella frase “cari ragazzi, abbiamo consumato tutto quello che c’era da consumare, adesso voi fate delle rinunce per rimettere le cose a posto”; che è, poi, lo stesso messaggio che lancia chiunque si appresti a fare a pezzi i diritti dei lavoratori o lo stato sociale, in qualche caso andando paradossalmente a colpire anche le fasce più anziane della popolazione a difesa delle quali, in teoria, simili operazioni vengono compiute.

Prima di iniziare a lavorare, non ho mai potuto viaggiare; sentirmi dire, ora, che dovrei rinunciare a questa attività (che, ho scoperto, mi piace assai), perché io devo arrestare il riscaldamento globale, mi sembra, al minimo, un’ingiustizia. Posso riconoscere comunque di star cercando di razionalizzare un senso di colpa: perché quando ho letto quelle parole, ero sceso da un aeroplano da poche ore. Gli ultimi giorni, di fatti, li ho trascorsi a Praga, e non, come ho cercato di farvi credere nel mio ultimo articolo, in un manicomio.

Devo ammettere, comunque, che in certi momenti mi è stato assai difficile notare la differenza tra l’una e l’altro: Praga (che, a scanso di equivoci, ho trovato bellissima), infatti, sembra essere letteralmente soffocata da una follia diffusa, che prende il nome di turismo di massa.

Nella cattedrale di San Vito, di fronte alla cappella di San Venceslao, mentre ammiravo la complessa decorazione attraverso la quale il Maestro dell’Altare di Litoměřice volle, alla fine del Quattrocento, rendere omaggio ad uno dei patroni della Boemia, ho sentito qualcuno che mi spingeva violentemente di lato; si trattava di una signora di circa sessant’anni, per altro alta almeno venti centimetri meno di me, che non vedeva l’ora di occupare il mio posto: una volta raggiunto il suo scopo, ha tirato fuori lo smartphone, immortalato il capolavoro e, senza degnarlo neppure per un secondo di uno sguardo analogico, si è voltata e se n’è andata. Ho ironizzato sul fatto che, se quello era il motivo per cui aveva fatto tanta strada, tanto valeva che si comprasse un libro di arte, dove ci sono foto realizzate con strumenti migliori e da professionisti sicuramente più capaci di lei; ho proferito, pure, parole che non dovrebbero mai essere pronunciate in una chiesa da nessuno, neppure da uno come me che, sul retro di una cartolina che rappresentava il più antico ponte della capitale boema, ha scritto: “La Moldava è un fiume bellissimo, e lo diventa ancora di più quando si pensa che ci hanno annegato un santo” (San Giovanni Nepomuceno).

Svaporata l’arrabbiatura, comunque, ho ripensato al mio amico bortocal, che, in risposta ad un mio commento, scrisse una volta che riteneva la fotografia di viaggio morta; a Praga mi sono reso conto che probabilmente ha ragione, e che questo decesso è verosimilmente da attribuire al cambio di funzione che il viaggiare ha subito negli ultimi anni: non più mezzo per scoprire cose nuove o, più importante, per avere nuovi occhi (come credevo, sbagliando, che recitasse una frase di Marcel Proust), ma possibilità per avere uno sfondo per i propri selfie. Uno sfondo, cioè, che faccia risaltare l’unica rappresentazione di noi stessi che ci è concesso di offrire al mondo: quella di persone belle, eternamente giovani, vincenti, felici o, per meglio dire, contente, che mai si sottraggono al turbine del divertimento obbligatorio.

Praga, come tutte le città millenarie, ha molte storie da raccontare, una volta che si scansano i soliti papi e re e si abbandona la necessità di correre dietro a tutti i “bellissimo” e gli “imperdibile” che appestano le guide turistiche. Una di queste è quella che ho (ri)scoperto chiedendomi chi diavolo fosse, quell’uomo rappresentato nella statua che occupava lo spazio tra l’Orologio astronomico e la chiesa di Santa Maria davanti a Tyn, e che mi ha portato a visitare un monumento, ignorato dai più, come la Cappella di Betlemme; ma chissà quante ne potrebbero sussurrare le pietre del ponte cui accennavo prima, il ponte Carlo (inevitabilmente dedicato all’imperatore che lo fece costruire), se chi lo attraversa non fosse troppo impegnato a cercare la luce giusta per lo scatto da mandare agli amici che, sia mai!, dovessero pensare che non se la sta godendo abbastanza.

E, sia chiaro: mi rendo conto che questo che sto facendo è un discorso, per citare la tagliente sintesi della mia amica Anita (fedele compagno di viaggio anche questa volta) “da babbione”; mi rendo anche conto che, per chi decide di sprecare in questo modo l’esperienza di un viaggio, dovrei provare compassione, e non disprezzo. Ma, vedete, il fatto è che il loro modo di vivere il viaggio finisce per influenzare anche il mio: perché la cattedrale di San Vito non dovrebbe essere esplorata in quella selva di braccia che si alzano per osservare la volta attraverso lo schermo di un cellulare, mentre si racconta una barzelletta al proprio vicino; perché è impossibile riservare al Vicolo d’Oro, quel budello di strada in cui si racconta vivessero gli alchimisti ed in cui, di sicuro, visse Franz Kafka, l’attenzione che merita, circondati come si è da persone che lo fotografano nello stesso modo in cui, a Disneyland, fotograferebbero il loro pargolo abbracciato a Mickey Mouse. E pensare che anche il Vicolo d’Oro, di storie meravigliose, ne avrebbe da raccontare: prendete quella di Matylda Průšová.

Matylda era vedova, e madre di un figlio che non tornò mai dalla prima guerra mondiale; negli anni Trenta, per sopravvivere, si inventò un nome d’arte (Madame de Thebe) ed una professione (quella di indovina) che finirono per renderla famosa in tutto il mondo, e che furono la causa della sua morte: Matylda, di fatti, piuttosto insensibile al principio di realtà (non avrebbe potuto fare il lavoro che faceva, altrimenti) aveva la cattiva abitudine di dichiarare quanto agli altri sembrava inconcepibile, e cioè che nel futuro in cui scrutava, quello che allora sembrava un uomo invincibile, quell’Adolf Hitler che ovunque in Europa avanzava, nel disinteresse delle potenze democratiche e nel dolore dei popoli che conquistava, sarebbe stato sconfitto. Un brutto giorno, dopo che Hitler ebbe messo le mani anche sulla Cecoslovacchia, degli ufficiali tedeschi si presentarono a casa sua e la prelevarono; nessuno la vide più fare ritorno.

Eppure, è curioso come, alla fine di questo articolo, che, in fin dei conti, voleva solo essere solo un nuovo episodio della Gaberricci Planet, ho finito per tornare al pretesto con cui l’ho iniziato. Perché l’opera di persone come Matylda, che rendono dicibile qualcosa che sembra indicibile, è preziosa, ed è, penso, proprio ciò che manca al movimento ambientalista ed anche a chi, come me, trova intollerabile il “sistema” in cui siamo immersi.

Perché il vero problema è: noi che diciamo che così non va bene, riusciamo a vedere (o anche solo, come probabilmente Matylda faceva, ad immaginare) un futuro diverso?

Noi, che diciamo che un altro mondo è possibile, crediamo, e desideriamo davvero, un’alternativa? E se la risposta è sì: abbiamo le parole per dirla?

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9 thoughts on “Le parole per dirlo

  1. dovrei commentare diversi punti, ma non vorrei farti perdere troppo tempo, considerando che mi commenti già tu da me, e in modo molto utile per me.
    dovrei parlare di Mercalli e di Greta, tema il secondo che ho evitato, ma il primo no; lo farò in un post, credo in giornata.
    preferisco parlare qui del tema del viaggio, un modo di conoscere reso oggi molto difficile dal turismo di massa (quasi quanto la discussione critica sui blog è ammazzata dall’uso diffuso e banalizzante degli altri social media).
    la definizione che ne hai dato me la segno: non più mezzo per scoprire cose nuove o, più importante, per avere nuovi occhi (come credevo, sbagliando, che recitasse una frase di Marcel Proust), ma possibilità per avere uno sfondo per i propri selfie. Uno sfondo, cioè, che faccia risaltare l’unica rappresentazione di noi stessi che ci è concesso di offrire al mondo: quella di persone belle, eternamente giovani, vincenti, felici o, per meglio dire, contente, che mai si sottraggono al turbine del divertimento obbligatorio.
    da aggiungere soltanto che, siccome poi ciascuno di noi SA che questa rappresentazione di se stessi è falsa, ecco la frustrazione rabbiosa che riempie la vita sociale a constatare che non siamo all’altezza della rappresentazione da modello standard che vorremmo dare di noi stessi.

    posso accennare ai possibili rimedi?
    il primo è scegliersi mete trascurate: Praga o Lisbona sono tra le città più belle del mondo, obiettivamente (la Praga però che vidi prima della caduta del muro, un puro spezzone decadente di Mitteleuropa di prima della guerra mondiale, rabberciata da impalcature di legno perché le vecchie case non crollassero) resta tuttavia insuperabile e la Praga successiva è soltanto una raccolta dei RESTI della Praga vera rimasticati dalla modernizzazione globalizzante.
    ma, come mi è successo a Lisbona, ci sono molti aspetti della città da scoprire che il turismo di massa non coglie.
    il secondo è camminare, camminare molto, vagare senza meta, mescolare la grande meta turistica con la quotidianità diffusa, scoprire come la grande tradizione architettonica di una città trasuda poi in cento interventi minori, spesso soltanto i graffiti, le poesie di strada, gli artisti che sono quasi barboni, dove succede.
    il terzo sarebbe viaggiare per vie di terra o mare, su tempi lunghi, preferibilmente in treno, se si può: i miei viaggi più belli sono stati quello in Siria per via di treno, oppure in Tunisia con traghetto ed auto, oppure il Marocco in auto (in treno non si poteva): oggi c’è un paradosso, che il viaggio in aereo è molto più economico e i costi di questa scelta sono proibitivi; bisognerebbe che l’Unione Europea lanciasse un programma che consente di SOSTITUIRE viaggi in aereo con viaggi in treno A PARITA’ DI COSTI e come intervento a favore dell’ambiente.
    e pensare che c’è ancora chi viaggia A PIEDI, e non solo sul cammino di Santiago!

    non ricordo bene il mio commento che citi sulla morte delle foto da viaggio, ma siccome credo ancora nella fotografia come strumento di comunicazione, dico che la foto di VIAGGIO sopravvive soltanto se sopravvive il VIAGGIO come esperienza.

    la mia personale è che mi rendo conto che sto perdendo la mia battaglia per la salvezza del viaggio, sarà colpa anche dell’età e di altri motivi che diminuiscono progressivamente la mia possibilità di farne: mi rendo conto del mio inevitabile scivolare nell’uso distorto della comunicazione visiva verso quel selfismo di massa che dici; anche se non mi sono fatto mai un selfie in vita mia, se non altro per motivi estetici, e le foto, semmai, me ne faccio fare qualcuna d altri (anacoluto consapevole).

    • Sottolineo soltanto che le tue idee sono confermate da intuizioni o addirittura da studi altrui: gli psicologi hanno iniziato ad indagare sulla “depressione da social network”, laddove già nell’Ottocento i bohemien proponevano l’arte del girovagare, come rimedio alla moda (di allora ed anche di oggi) di partire sempre dal punto A per andare nel punto B. D’altronde, Umberto Eco ha scritto che l’unico che sa sempre dove va è il diavolo.

  2. uh quante cose!
    1. ho sempre trovato molto carina la frase “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista” (che ho trovato in rete attribuite a Kenneth Boulding, anche se ricordavo diversamente)
    2. è verosimile che il “fenomeno thunberg” non sia privo di collaterali discutibili. ciò non toglie che credo necessaria una distinzione tra il discutere del “fattore scatenante la discussione” (la suddetta 15enne) e il merito della questione (ciò che il fenomeno mediatico ha provocato o non nella collettività). trovo questo secondo aspetto molto più interessante.
    3. la soluzione di “non prendere l’aereo” è, oggi, *oggettivamente* (azzardo…) impraticabile. diverso è ragionare sulla sostituibilità dei mezzi di trasporto nel quotidiano (non sono sicuro che una macchina lasciata a cassa per andare a lavoro tutti i giorni dell’anno abbia meno impatto di un aereo preso una volta, ma anche due o tre, all’anno)
    4. non sono ancora mai stato a praga. aspetto la guida, ricordati

    • 1. E pensare che gli economisti non solo lo credono, ma lo sperano…;
      2. Infatti ho sottolineato che sono felice che i ragazzi abbiano “abboccato” fino ad un certo punto. Il problema di questi personaggi, però, è che totalizzano il discorso: prova a parlare con uno “sviluppista” accanito e, stai sicuro, alle tue obiezioni risponderà: ecco, è arrivato un gretino. Come se l’ambientalismo fosse di Greta Thunberg, e non di gente come Alexander Langer;
      3. Sono d’accordo;
      4. Mi dispiace molto far aspettare gli amici…

  3. Su Greta e il “movimento” che ha stimolato, rimando (senza pudore) a questa riflessione che avevo scritto qualche tempo fa: https://redpoz.wordpress.com/2019/03/21/ma-le-piazze-cambieranno-qualcosa/ attendo tuo commento (anche qui se vuoi)
    Sul “terrorismo” ambientalista, rimando alla riflessione di Nick Davies nel suo libro di cui ho gia’ parlato: in pratica, lui la collega allo stesso fenomeno che affligge il giornalismo.

    Sul prendere l’aereo: concordo con te, per quanto continui a pensare che anche questo consumo abbia raggiunto livelli intollerabili. Davvero l’aereo e’ la soluzione migliore per ogni viaggio? Ryanair & co, da questo punto di vista, stanno facendo danni immani.
    Bella la riflessione sui tumori, di cui non ero a conoscenza. Molto bella anche la battuta sulla Moldava.

    Sul capitalismo, aggiungerei che parte del problema e’ anche la massificazione (che, almeno in parte, va distinta dal primo): anche il peggiore dei consumi se limitato a una manciata di persone non ha impatti devastanti sul sistema. Il problema contemporaneo e’ che si e’ massificato il consumo di (quasi) tutto per (quasi) tutti, dai viaggi in aereo, agli smartphone, passando per le aragoste e i vestiti firmati.

    Concordo radicalmente con te sulla nostra incapacita’ di immaginare (e comunicare) un mondo diverso. E’ la piu’ grande tragedia della sinistra contemporanea e mi arrovella da tempo.

    A Praga sei stato nella Cattedralle di Cirillo e Metodio, dove si rifugiarono i partigiani che uccisero Heydrich?

  4. Vorrei dire la mia sull’aereo, in modo un po’ provocatorio. Premessa: mia moglie ha il terrore dell’aereo ma nonostante ciò abbiamo girato quasi tutta l’Europa: in auto (fino allo scorso anno a metano, oggi ibrida), in treno, in bus e in nave. Più che dire si o no all’aereo bisognerebbe calcolare l’inquinamento in base a due parametri: la distanza da casa e i giorni di vacanza. Se te ne vai in Perù per un mese l’aereo è giustificato, se lo usi per andare a Praga il venerdì e tornare la domenica invece proprio no… Per un week-end, per favore prenota un agriturismo sui Lessini, grazie! Allo stesso modo 3 giorni a Praga o in qualsiasi altra città, vuol dire affogarsi tutti negli stessi monumenti perchè …vorrai almeno vedere le cose principali? Tanto per fare un esempio, quando sono stato a Parigi in treno, sono rimasto 10 giorni e sono riuscito a vedere luoghi e musei semivuoti, fuori dai circuiti turistici classici. Sai perchè il 99% dei turisti che vengono a Firenze non hanno mai visto villa La Petraia o il parco di Villa Demidoff? Perchè sono fuori mano e tutti si ingolfano in centro.
    Se usi l’auto o il treno non vieni catapultato nella capitale ma ti godi il viaggio e comprendi meglio il paese che stai visitando: il paesaggio che cambia, i panorami, i villaggi, la gente, i mercati. E spesso raggiungi luoghi bellissimi che con l’aereo avresti difficoltà a raggiungere… Prova ad andare in aereo a San Juan de La Peña o al Castello di Predjama oppure, nel tragitto per Praga, fermati a Cesky Krumlov. Magari lo trovi più bello anche di Praga.
    Vi lamentate del turismo di massa e poi lo alimentate con le fughe low cost di due o tre giorni. Alla fine avete messo un bollino su una cartina geografica per dire “c’ero” ma non avete “vissuto” nel paese.
    Viaggio poco (faccio uno o due viaggi all’anno) ma quando vado in una città all’estero ci sto almeno una settimana, spesso due. E non solo nelle capitali, anche nelle città più piccole (tipo Salisburgo). Preferisco un turismo lento… o forse vuol solo dire che sto invecchiando.

    • Probabilmente hai ragione… ma avrei sviluppato un pensiero del genere, se fossero vent’anni che viaggio. Avendo iniziato da tre anni, ho una curiosa tendenza a voler vedere quel che vedono tutti :-). Mettici poi che, spesso, due settimane per vedere tutto quello che vorrei non le ho, ed ecco fatta la frittata.

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