Quando c’è chi pranza e cena, e chi ha il pane a malapena

Un decennio fa, quando per la prima volta dopo diciannove anni lasciai il nido genitoriale per andare a studiare all’università, tutti i miei parenti, ma soprattutto mia madre e le mie nonne, manifestarono preoccupazione (com’era normale) riguardo parecchie vicissitudini che avrebbero potuto capitarmi: erano ovviamente terrorizzati dai trafficanti d’organi, dagli sconosciuti che avrebbero potuto lubricamente offrirmi delle caramelle glassate all’eroina, dai satanisti che avrebbero tentato di legarmi ad un altare per offrirmi in sacrificio a Bafometto e, più in generale, da tutto quello che può terrorizzare degli adulti che, improvvisamente, devono rassegnarsi all’idea di non poter più controllare momento per momento la vita di un bambino a cui vogliono bene. Avevano creduto decisamente troppo a quel che raccontavano i telegiornali nei ruggenti anni novanta, su questo siamo d’accordo.

Ciò che li spaventava più di tutto, comunque, era ovviamente l’idea che io non mangiassi: e, anche se all’epoca, per difendere quel brandello di autonomia che avevo finalmente conquistato, non l’avrei mai ammesso, oggi posso tranquillamente confessare che avrei pagato per avere ancora tra i piedi, alla sera tardi, mia madre e le sue clamorose cosce di pollo al forno, piuttosto che preparare, come volevo io, gli insipidi cordon bleu che, per i primi due anni di studio, rappresentarono una parte preponderante della mia alimentazione.

Quando, oggi, i miei amici o coloro che mettono alla prova questa mia dote mi dicono che sono bravo a cucinare, io ripenso a quei giorni e mi viene da sorridere; certo, considerando il punto da cui sono partito sono praticamente il gestore di un ristorante con quattro stelle Michelin (e sì che le stelle Michelin si fermano a tre), ma, a ben vedere, non ritengo di essere particolarmente portato per la cucina. D’altro canto, non ritengo neppure di essere particolarmente portato per la scrittura, eppure eccovi qua, settimana dopo settimana, a leggere quel che scrivo e, in qualche occasione, addirittura a dirmi che vi è piaciuto.

Ho notato più volte, per altro, che esistono diverse analogie tra la mia scrittura e la mia cucina; ora che ci rifletto, ciò probabilmente dipende dal fatto che mi sono messo a scrivere per lo stesso motivo per cui mi sono messo a cucinare, e cioè perché ad un certo punto ne ho sentito la necessità (che, nel caso della scrittura, era quella di dire con urgenza qualcosa che mi stava bollendo dentro). Cosa c’è da stupirsi, dunque, se le mie due passioni hanno seguito la stessa evoluzione e se, oggi, le utilizzo entrambe come scuse per riflettere su temi che mi stanno a cuore?

Per esempio: alcuni giorni fa, ho cucinato una caponata. Era piuttosto buona (anche se forse avevo esagerato con l’aceto) ma, mentre la osservavo ungere irreparabilmente il piatto in cui l’avevo adagiata, mi è venuto da pensare che fosse anche, indubitabilmente, assai brutta. D’altro canto, non credo esista un modo per migliorare l’estetica di una pietanza che si prepara tagliando a pezzetti degli ortaggi e che ha il suo punto di forza nel fatto di grondare condimento; non di meno, non ho potuto fare a meno di pensare ai commenti acidi che (tra il giubilo del pubblico da casa, c’è da scommetterci) mi avrebbero rivolto Carlo Cracco, Joe Bastianich e Bruno Barbieri se, durante una puntata di Masterchef, avessi loro presentato un piatto sì composto, ed al disprezzo con cui avrebbero accolto le mie obiezioni, rispetto al fatto che non può esistere un modo diverso per presentare la caponata. O meglio, uno esiste, e non è “unire tradizione ed innovazione”: è cucinare un altro piatto. Quello che io chiamo andare fuori traccia.

Intendiamoci: non parteciperei mai nemmeno ai provini di Masterchef, ed anzi se ne ho guardate parecchie puntate è solo perché ho un fratello appassionato di cucina assai più di me, che lo seguiva in cerca di ispirazione (con ottimi risultati, bisogna ammetterlo); seppure lo facessi, comunque, penso che accoglierei il sarcasmo delle cooking star che lo conducono (si fa per dire) con la massima indifferenza. In Masterchef ed in altri programmi simili, come ho già avuto modo di dire in passato, si compendia infatti praticamente tutto quello che odio della società in cui vivo ed anzi prospero*: innanzitutto, esso spettacolarizza il dileggio del “superiore” nei confronti dell'”inferiore”, afferma che è legittimo che una persona che “ne sa di più” maltratti ed umili dei dilettanti (o pretesi tali) e, insomma, giustifica che ci si nasconda dietro la retorica della meritocrazia e della gavetta per sfogare il proprio sadismo verso persone che non si possono difendere (e che anzi vengono “invitati” a scusarsi, quando reagiscono a quelli che sono a tutti gli effetti degli insulti).

In secondo luogo, cerca di far passare il messaggio che per raggiungere il proprio obiettivo è lecito ogni mezzo, compresi quelli più riprovevoli; è lecito calpestare i propri avversari (che a volte sembrano essersi trasformati in nemici), è lecito gioire delle loro disgrazie, quanto meno di quelle professionali (gli è caduta la teglia! Evvai, adesso vinco io!). Come ciliegina sulla torta (e mai metafora fu più azzeccata), trovo che un sottile sessismo sia sotteso a trasmissioni come Masterchef: le quali ammettono, piuttosto candidamente, che per far diventare la cucina di moda era necessario cacciare le donne (che sono cuoche e devono starsene a casa a fare le tagliatelle, se non sono la madre di Bastianich) da dietro i fornelli, per metterci gli uomini. Che sono chef e virilmente insultano i ragazzini appena usciti dall’alberghiero, sottopagandoli nei loro ristoranti da ottanta euro a portata.

Ed a questo proposito: il problema maggiore di questa cucina-spettacolo è, credo, che diffonde l’idea che il cibo di qualità, il cibo buono, sia nel sapore sia nella salubrità, sia una cosa da intenditori, una cosa da pagar cara. Scrivevo nell’articolo linkato più su che Cracco, in un’intervista, ha affermato che non gli interessa che i poveri non possano mangiare nei suoi ristoranti, perché il problema dei poveri non è mangiare bene, ma mangiare. La frase ha un suo fondo di verità; d’altronde, trovo scandaloso che, mentre la gente muore perché mangia male, venga pronunciata con tanta superficialità da un uomo nella sua posizione; trovo scandaloso il menefreghismo con cui la si enuncia, come se mangiar bene, e non semplicemente riempirsi lo stomaco, fosse un privilegio, e non un diritto.

Certo, c’è da dire che bisognerebbe guardare anche con maggior indulgenza ad affermazioni come questa, che provengono da persone rose da una certa frustrazione: perché sarà pur vero che, grazie a Masterchef e similari, i cuochi stellati sono potuti uscire dalle loro cucine e raggiungere il grande pubblico, ma è altrettanto vero, che lì fuori, continuano ad esistere persone (e sono verosimilmente la maggioranza) che considerano un cuciniere idolatrato dal Gambero Rosso nulla più che un oste che si è montato la testa; che continuano a non saper distinguere una capasanta da una vongola (e probabilmente neppure una capasanta da un tacchino) e che, a domanda diretta, si ostinano a rispondere che l’alta cucina è nulla di più che farti pagare caro per farti alzare da tavola affamato. Insomma, di sicuro Barbieri e Cannavacciuolo hanno raggiunto la fama, grazie alla televisione; ma non hanno raggiunto un obiettivo assai più ambizioso: quello di essere considerati degli artisti.

Questo è il motivo della loro supponenza: stanno scimmiottando quegli artisti contemporanei che, di fronte agli sguardi vacui di chi osserva le loro opere e non comprende cosa cazzo vogliano dire, si limitano a stringere le spalle e, sorseggiando i loro drink, a riconoscere che l’arte non è per tutti; stanno dicendo che, se non capiamo che la loro cucina non si limita a calmare i morsi della fame, ma che vuole dire qualcosa del mondo.

Se poi noi, quel qualcosa, non riusciamo a comprenderlo, la colpa è solo nostra, sembrano dire questi signori. Che devono aver dimenticato che l’arte è innanzitutto comunicazione: e che, dunque, se non li consideriamo artisti, è perché hanno del tutto fallito quello che pretendono essere il loro ruolo.

*E come avrebbe detto Bertolt Brecht:

Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

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14 thoughts on “Quando c’è chi pranza e cena, e chi ha il pane a malapena

  1. a me rimane comunque il dubbio: è masterchef che crea pubblico o è il pubblico che chiede e vuole vedere masterchef? se 40 anni fa, quando nacquero le “Silvisioni”, ero dell’idea che prevalesse la logica uno, sono ora più propenso a credere la seconda cosa: comunque, ogni pubblico ha le trasmissioni che si “merita”. chi fa televisione non fa altro che intercettare i desideri di chi guarda (e quei desideri – di machismo, di leadership autoritaria, di fine che gisutifica i mezzi – sono costruiti, o piuttosto non decostruiti, altrove)
    p.s. se cucini come scrivi ti vedo assai bene nello slow food. 😛
    p.s.2 mi passi la ricetta della tua caponata?

  2. eppure io continuo a pensare, gastronomia a parte, che la meritocrazia abbia un valore, visto che c’è gente che non capisce un cazzo, e che va anche a votare cristo! mettendo a rischio me, il paese e perfino il mondo, e che dopo avere votato Berlusconi e Renzi, oggi continua a votare presumibilmente Salvini, e invece bisognerebbe spiegargli con la massima delicatezza possibile che sono dei coglioni che fanno danno, e bisognerebbe trovare un modo trasparente, obiettivo e imparziale di togliergli il diritto di voto; e probabilmente c’è anche: basterebbe togliere, anche solo a tempo, il diritto di voto ad evasori fiscali, abusatori edilizi e condannati vari, e privare a vita dei diritti politici corruttori e corrompibili provati.
    e, cristo, basta col buonismo! sono buonisti anche loro, solo lo sono soltanto verso se stessi, e noi dovremmo imparare a diventare più che cattivissimi, cattivisti!
    e con chiedermi che cosa c’entra col tuo post; c’entra, eccome, e se non si vedesse il filo rosso, basterebbe dire che mi è venuto in mente per assonanza, pensando alla caponata.
    buona settimana, comunque…

    • Dipende da cosa si intende per meritocrazia: io credo che debba giustamente avere un valore in ambito “professionale” (e se non lo credo io, col lavoro che faccio…), ma che non si può dire che un diritto debba essere garantito solo a chi “se lo merita”. Anche perché questo è il discorso che fa Salvini, no? La cittadinanza la do a Rami (ed in realtà non gliela do affatto…) non perché è giusto, ma perché ha fatto qualcosa per ottenerla.

      • infatti, gaber: che cosa c’entra la meritocrazia con i diritti?
        i diritti elementari vitali vanno garantiti a tutti, fino a che si può (e sarebbe ora che i democratici se lo ricordassero), ma ciò che va al di là di questo non è affatto un diritto.
        mi pare che una delle catastrofi del mondo attuale è che si ritiene che anche il di più sia un diritto e che spetti a tutti in parti uguali.
        mi pare che questo si chiami invidia, non socialismo.

      • Be’, sei tu che hai parlato di diritto di voto (che capisco non sia un diritto vitale, ma ho sempre parecchi dubbi riguardo qualunque provvedimento che limiti il voto. Mi pare crei un pericoloso precedente).

  3. Io non so cucinare, so solo sopravvivere, per cui i miei piatti sono, in un ipotetico grado di difficoltà da 1 a 10, di difficoltà 1 o 2, raramente 3.
    Tuttavia guardo anch’io ogni tanto Masterchef, e lo guardo con curiosità perché mi piace capire gli abbinamenti di ingredienti e di sapori, pur non essendo in grado di metterli in pratica.
    Tuttavia a me, a te, ed agli spettatori manca una cosa essenziale: l’assaggio.
    Per cui i nostri amici chef hanno voglia a raccontarci che la cucina deve esprimere fantasia, territorialità ed arte… senza assaggio rimane tutto solo teoria.

  4. Senza assaggio resta noi immaginale.
    Quanto cinica la frase di Cracco non mi stravolge.
    Mi indigna di più il cafone che compro la bottiglia da 200 o €2000 soltanto perché hai soldi.
    Non c’entra la meritocrazia e per me Cracco può continuare a cucinare le sue pizze x Belen e belin.
    Mi piace MasterChef e mi piace la composizione dei piatti più che i sapori che immagino. Anzi mi ti immagino!!!
    Ti lascio questa sera siamo di cotolette panate!!
    shera🍷🍷

  5. Pingback: una chioccia che prevede il brutto tempo che farà: perché? – bortoblog 23 – cor-pus 15

  6. appunto, gaber, non è un diritto vitale: togliamo la patente a chi è alcoolizzato e poi gli lasciamo guidare uno stato? e lasciamo votare un evasore seriale che dimostra ampiamente con questo comportamento di non avere alcun interesse per il bene collettivo?
    del resto la perdita dei diritti civili è già prevista oggi per i reati che comportano una condanna superiore a 5 anni in via definitiva e in via provvisoria per le condanne fino a tre anni; vi sono poi anche altri casi nei quali è prevista l’interdizione dai pubblici uffici, che porta con sé anche la perdita dei diritti politici: si tratta soltanto di ampliare questi casi in base al principio che non puoi partecipare al voto se hai dato prova inequivocabile di non avere il senso di responsabilità per farlo senza portare danno agli altri.
    rendere il diritto di voto astrattamente universale lo banalizza e gli toglie quasi ogni valore; va invece sottolineata la sua importanza civile.
    quanto ai rischi di estensioni eccessive, si affrontano nel merito, ma non si butta via il bambino solo perché sta nell’acqua sporca (citazione dal Libretto rosso? 🙂 )
    capisco che la mia tesi va contro il pensiero corrente, ma ne resto convinto, e con questo concludo la mia intrusione, ciao.

  7. – Su masterchef ho già scritto nel 2013 (https://unpodimondo.wordpress.com/2013/04/02/masterchef-x-factor-the-voice-maledetti-talent-io-vi-odio/). Non credo in questi talent perchè di solito le cose belle nascono dall’incontro, dalla collaborazione, dal lavoro di gruppo, dalla cooperazione. Invece questi show propagano lo scontro, l’individualismo, la lotta all’ultimo sangue.
    – Sulla supponenza degli chef ho una mia teoria: puoi essere uno chef pluristellato ma il tuo piatto, il giorno dopo che l’ho mangiato, non sarà esposto al Louvre o al Moma ma finirà in un tubo nero verso il primo depuratore. Caro chef, sarai pure un artista ma la tua arte non è impressa nel marmo…. è come le bolle di sapone, belle ma effimere. Secondo me questo rende tristi gli chef che per reazione diventano degli “artisti supponenti”…
    – Infine sul dibattito sulla meritocrazia. La meritocrazia sarebbe bella se le regole fossero a priori ben scritte, condivise e rispettate da tutti e, come in una gara di atletica di 100 metri, allo start tutti partissero dalla stessa linea. Invece in Italia se sei donna parti 20 metri dietro, se sei amico del politico o del sindacalista parti 30 metri avanti, se non piaci a chi ha fatto le regole ci sarà una norme che ti obbligherà a correre con i piedi legati, se invece hai la pelle di un colore un po’ scuretto metteranno la polizia all’ingresso e non ti fanno nemmeno entrare allo stadio. Se invece avrai leccato bene chi di dovere ti faranno partire al metro 99…

    • Tutte osservazioni giustissime. Sull’ultima, ha detto bene amennicolidipensiero in un commento ad un altro articolo: dev’esserci eguaglianza di possibilità. Il che è un po’ il vecchio principio: uguaglianza significa trattare in modo uguale situazioni uguali e in modo diverso situazioni diverse.

  8. Sulla democrazia del cibo faccio un commento a parte. Credo che il diritto al cibo sano sia un diritto universale che rientri nel diritto alla salute. Questo non vuol dire che tutti debbano aver diritto al caviale ma che tutti gli esseri umani debbano avere l’accesso ad un cibo sano che consenta loro di crescere, svilupparsi e vivere in salute senza soffrire la fame od avere malnutrizione o carenze nutrizionali. Quindi no a cibo inquinato da chimica dannosa per il corpo umano o cibo spazzatura che fornisce calorie vuote senza fornire vitamine ed elementi necessari per la salute. Per questo però andrebbe ripensata tutta l’agricoltura e tutto il modo di produzione degli alimenti ed andrebbe fatta dell’informazione/educazione alimentare per aiutare le persone a scegliere cibo sano quando vanno a fare la spesa (ahimè almeno per quelli che possono andare a fare la spesa) .

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