Problemi narrativi

Da quando ho smesso (non molto tempo fa, va riconosciuto nonostante la mia età non esattamente para-adolescenziale) di saltare compulsivamente da un canale all’altro di una televisione mal sintonizzata, nella speranza che, in mezzo all’effetto neve, comparisse la fugace visione di un paio di tette, ho smesso, pure, di interessarmi di quel che faceva e diceva Pamela Prati; la quale, per altro, non mi piaceva molto neppure ai tempi in cui ogni mio interesse era rivolto verso qualunque essere umano fosse sprovvisto di un cromosoma Y (perdonate, ho vissuto anche io gli anni tra i quattordici ed i diciassette). Certe sue dichiarazioni successive, che preferirei non riportare, mi hanno confermato che quella era stata, probabilmente, una delle scelte migliori della mia miseranda vita.

Certo avrei continuato, e con una certa soddisfazione, ad ignorare tutto quanto riguardava la signora Paola Pireddu (vero nome della Prati) se, durante la mia sonnacchiosa rassegna stampa quotidiana, l’altra mattina, non fosse saltato fuori un titolo clickbait a mettermi a parte di un evento che, con i miei ben noti limiti, tenterò di riassumere in poche parole: in pratica, le agenti della showgirl avrebbero inventato per lei un fidanzato e le avrebbero addirittura organizzato un matrimonio con lui, costringendola poi ad ammettere, in quel pozzo della dignità che sono i programmi televisivi del pomeriggio, che quell’uomo (che avrebbe risposto al nome di Mark Caltagirone) non esiste.

L’intero gioco (o forse sarebbe meglio parlare di truffa?) è andato avanti per almeno sei mesi (e sarei curioso di sapere come le sue artefici pensavano di riuscire a tirarsi fuori dagli impicci); difficile valutare il grado di consapevolezza della Prati, che in queste ore si sta prendendo una valanga di insulti che probabilmente non merita e che, stando a quel che si sa, è probabilmente la figura più tragica dell’intera vicenda; la quale, non sto neppure a dirlo, avrebbe avuto tutti gli ingredienti per interessarmi: non solo perché rappresenta alla perfezione gli estremi cui la nostra società dell’immagine (e quindi dell’immaginario e dell’immaginazione) può spingersi, ma anche perché mette in scena quella frizione tra realtà e finzione, tra avvenuto e raccontato che è uno dei miei temi narrativi preferiti. Per altro, l’intera storia si presta ad una riflessione: in un mondo, come quello dello spettacolo, in cui flirt, matrimoni e perfino gravidanze sono praticamente previsti per contratto, è davvero qualcosa di cui scandalizzarsi a tal punto annunciare le proprie nozze con qualcuno che non esiste?

Insomma, in un mondo indeale io starei scrivendo questo articolo sul “Caltagirone gate”; d’altronde, nel mondo reale in cui viviamo, quella che si conclude oggi (in un modo che sarà drammatico, comunque vada a finire) è stata una settimana dominata dalla fine della campagna elettorale, con tutto ciò che ne consegue. E cioè: con Matteo Salvini che, per mettere a tacere le polemiche sulla sua presenza a Palermo alla cerimonia di commemorazione di Giovanni Falcone, la trasforma nell’ennesima occasione per fare propaganda; con Luigi Di Maio, leader del “partito della Rete”, che occupa la televisione in qualunque fascia oraria in cui non si trasmetta Peppa Pig e… oh, già, con Carlo Calenda, candidato nella mia circoscrizione del partito preteso progressista più grande d’Italia, che dimostra tutto il suo amore per la cultura (quella che dovevamo usare per sconfiggere i fascisti, ricordate?) sclerando male ed insultando un gruppo di scrittori.

Tutto è cominciato nel momento in cui Calenda ha dimostrato la sua pochezza andando a Milano ad assistere ad un comizio di Salvini: scelta che meriterebbe un post a parte perché compiuta non per solidarietà, ma in polemica con coloro che, negli scorsi mesi, hanno protestato contro il leader della Lega nelle piazze in cui andava a tenere i suoi (pare, poco partecipati) monologhi; un modo come un altro per testimoniare che è a Salvini, il quale frattanto stringe patti con destre impresentabili (per vari motivi, per altro) e militarizza le città in cui va ad immergersi in verticistici “bagni di folla”, che Calenda si sente più vicino: a lui, e non a chi ha testimoniato (con la sua presenza fisica, prima ancora che con le parole) la necessità che il “capitano” vada a farsi un ripasso dei valori fondanti della repubblica di cui è ministro.

E non crediate che queste mie conclusioni siano frutto di una sovrainterpretazione: è stato lo stesso Calenda, nel momento in cui ha annunciato la sua decisione, a rimarcare questa distanza tra lui e gli altri; a mettere in chiaro in un tweet, questo, che nella Piazza Duomo che la Lega si apprestava a conquistare (con la sua bonaria approvazione) non sarebbe dovuta volare una mosca, che altrimenti lui (che evidentemente si crede un pilastro della resistenza al leghismo) non sarebbe andato: un atteggiamento che non solo ripropone l’odioso frame del “va bene protestare, ma senza dare fastidio” (che è un po’ come dire, va bene protestare, ma senza che serva a niente), ma che è anche intriso di un paternalismo tanto disprezzabile quanto prevedibile, per uno che è stato assistente di un presidente di Confindustria che si chiamava Luca Cordero di Montezemolo.

È stato a quel punto che sono intervenuti i Wu Ming, collettivo di scrittori emiliani che non ha mai nascosto la sua appartenenza alla “sinistra sociale diffusa, una sinistra «dei movimenti», tendenzialmente extraistituzionale” (insomma, alla sinistra), e che ha giustamente fatto notare al nuovo golden boy del PD che non si possono “dare ordini” ad una piazza, che non risponde alla dialettica leader-massa (se non, ancora, nei sogni più bagnati di Salvini); soprattutto, non si può farlo quando si è un uomo con la storia e la cultura di Calenda, che si iscrive nel solco di un pensiero liberale essenzialmente di destra. Ed è stato lì, che è iniziato il delirio.

Calenda ha infatto paragonato i Wu Ming a Diego Fusaro (Fusaro, quello che scrive sul giornale di Casapound); poi, di fronte alle risposte giustamente piccate di persone che, è lecito supporre, dai neofascisti hanno preso sempre botte e mai soldi, ha pensato bene di tentare di sfruttare l'”incidente social” a fini elettorali, invitandoli a (in realtà, come vedremo, imponendogli) un confronto. Di fronte al loro diniego, ha tirato fuori la parola passepartout, quella che i suoi compagni di partito gli devono aver insegnato ad utilizzare sempre, tranne quando servirebbe: “siete fascisti inconsapevoli“. Grazie mille, Carlo, per aver dato ai fascisti veri un nuovo caso da citare quando gli si fa notare che sono, be’, fascisti; un nuovo “eh ma per voi quelli che non sono d’accordo sono tutti fascisti!”, quando li si mette davanti al fatto che è fascista (o, anzi, nazista) fare graduatorie su base etnica, o stringere accordi con gente che tortura e sfrutta esseri umani in Libia.

Ora, non credo ci sia bisogno di sottolineare quanto sia grottesco un politico che si sente in diritto di obbligare degli scrittori a fare qualcosa e che, quando questi si rifiutano, li chiama fascisti; ed infatti, non sono le reazioni di Calenda (evidentemente terrorizzato per i risultati delle europee, visto che ha condotto la campagna elettorale come Renzi condusse quella sul referendum del 2016) ad interessarmi, quanto quelle dei suoi fan.

In particolare, tra le molte risposte date ai numerosi tweet che il Carletto ha dedicato a questa faccenda, me ne ha colpito una che accusava i Wu Ming di “complottismo”: e mi ha colpito perché, da discreto conoscitore ed ammiratore del collettivo, so bene che, nella realtà, molto spesso i suoi componenti si sono trovati a combattere contro il complottismo. L’ultima volta, lo hanno fatto parlando del caso QAnon, cui Wu Ming 1 ha dedicato addirittura un intervento al Festival del Giornalismo di Perugia (e di cui ho modestamente parlato anche io, qui e qui); ma la loro storia è in un certo senso cominciata quando, a metà degli anni Novanta, insieme ad altri che si firmavano col nome collettivo Luther Blisset, smontarono le accuse di pedofilia rivolte, durante un’ondata di isteria popolare, contro i Bambini di Satana di Marco Dimitri.

Quindi, mi sono chiesto per molto tempo se quel commentatore (di cui non ricordo il nome) fosse un rancoroso supporter che gettava addosso a dei reprobi, colpevoli di aver contraddetto il suo idolo, la prima “idea senza parole” che gli veniva sotto mano, o se, piuttosto, la sua non fosse un’accusa sincera: quanto meno, nella misura in cui può essere sincera un’accusa basata su un colossale malinteso, quello tra l’ideologia e il complottismo.

Perché ciò che molti sostenitori di Calenda rimproverano ai Wu Ming, temo, e più in generale a quella che con un certo disprezzo chiamano la “sinistra-sinistra”, è di non condividere la loro visione del mondo, che vuole il sistema economico (prima ancora che politico) oggi vigente come l’unico possibile e, addirittura, come l’unico desiderabile. In pratica, accusano la “sinistra-sinistra” di non essersi arresa a quello che degli storici autorevoli avevano chiamato il pensiero unico (prima che quest’espressione venisse deturpata dall’uso scellerato che se n’è fatto) e che praticamente tutti i politici dell’attuale arco costituzionale vogliono farci credere essere semplice buonsenso. Nel post che scrissi, più di un anno fa, per spiegare perché, per la prima volta in vita mia, non ero andato a votare, sottolineavo che l’avevo fatto perché mi ero reso conto che quasi tutti i partiti in lizza obbedivano alla stessa ideologia; e che non solo negavano che fosse così, ma addirittura spacciavano quella loro visione del mondo per la realtà dei fatti.

Il problema sta nel fatto che molti elettori di “centro-sinistra” a questa bugia ci hanno creduto, ed oggi, pur giurando di essere post-ideologici, sono intossicati da un’ideologia che li spinge a credere che certe decisioni (quanto e chi tassare, quale politica migratoria abbracciare, come utilizzare i corpi di polizia…) siano scientifiche, e non politiche; che esse derivino logicamente (o, peggio ancora, naturalmente) dalle condizioni in essere, e non siano invece solo uno dei modi per affrontarle. Nel momento in cui ogni scelta compiuta da persone che stimi al punto da dar loro il tuo voto, ti viene presentata come la realtà, è ovvio che tu veda chiunque proponga un’alternativa come un complottista: i fatti sono questi, come puoi dire che c’è dell’altro?

Come sempre, dunque, ci troviamo di fronte ad una problematica di tipo narrativo, ed ecco perché ritengo che Mark Caltagirone, che ho citato all’inizio, non sia assolutamente fuori posto, in questo articolo.

Anche perché, parliamoci chiaramente: Nicola Zingaretti (uno dei molti ad aver usato Caltagirone negli ultimi giorni, per altro) avrebbe dovuto, almeno secondo quest’articolo de Il sole 24 ore, riportare a sinistra il PD; ed eccoci qui, con Carlo Calenda capolista per le europee.

Ci avesse dato Mark Caltagirone, almeno, ci saremmo consolati dicendoci che non esisteva.

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12 thoughts on “Problemi narrativi

  1. Calenda lo sto parzialmente rivalutando. L’ho sentito fare un discorso di senso compiuto di una certa rilevanza, non usa il “politichese” ma lo vedo ancora naif, quasi macchiettistico.
    L’affaire Prati/Caltagirono è pietoso, non so quanto lei fosse ignara della situazione: si può innamorarsi follemente al punto di volersi sposare con un uomo mai visto, mai incontrato neppure in foto? Nemmeno un SMS, un Telegram, un Whatsapp?

    Se lei è ignara è il colmo della idiozia.
    Se lei era d’accordo con la messinscena (per un pugno di $$), che si vergogni a vita.

    • Il problema di Calenda non è come parla: è quel che dice e la storia che ha. Incompatibili entrambi con un partito anche solo lontanamente di sinistra. Sorvoliamo poi, per amor di patria, sulla sua insopportabile spocchia.

      A me, francamente, di tutta quella storia la Prati è il personaggio che mi fa più pietà.

  2. Ammettono ! non ho letto fino in fondo perché questo affair ha ulteriormente dilatato i tuoi pensieri.

    Non voglio fare la snob ma non conoscevo il caso Caltagirone Prati fino a quando non ne ho sentito parlare come pietra di paragone sia da Bersani che da Calenda.
    A quel punto sono andata a documentarmi e non è stato difficile Anzi! informazioni a profusione. È più colpevole chi ruba Oki regge il sacco? La Prati aveva addirittura ha detto di essersi sposata facendo vedere sia un anello di fidanzamento che è una fede di aver adottato col suo beneamato due orfanelli e di aver comprato per i pargoli un cuccioletto che pare sia l’unica cosa concreta di tutta la storia.
    Ah

  3. Ah… ieri o l’altro ieri in una trasmissione ha ammesso piangendo di essere stata anche lei parte dell’intrigo in tutta coscienza.

    No quello che mi è piaciuto di quel poco che ho letto è il tuo evidenziare l’intreccio che in questa società avviene tra la realtà vissuta e la realtà creata e per certi versi altrettanto fruibile del web. Una terribile malattia che si sta sempre più radicando.

    sherabientot

    ps. Nei primi anni 2000 quando il web era ancora in qualche modo misterioso in una chat di letteratura una mia amica si era innamorata e amoreggio x oltre sei mesi con un tale che al momento dell incontro si rivelò essere una donna.

  4. Il problema, più del matrimonio Prati – Caltagirone è come Pietro Bortolo possa stare sotto lo stesso ombrello a braccetto con Carlo Calenda. Alla fine mi sembra che l’unico denominatore comune di tutti quanti i personaggi di questo tuo post si possa riassumere con le italiche parole “…tengo famiglia!” (anche se finta)

    • È coerente, per il come ha condotto la campagna elettorale il PD, che evidentemente ricorda che l’unico momento in cui ha avuto un successo (sia pure effimero) è stato quando dall’altra parte c’era “il mostro”, e loro si intestavano del tutto immeritatamente personalità importanti e da stimare.

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