Roba da ricchi

La lettura e, soprattutto, la scoperta del minuto libretto di cui parlerò in queste mie note, devo ammetterlo, sono giunte molto vicine a convincermi di una verità che, fino a qualche anno fa, consideravo la più deleteria che avesse mai afflitto il genere umano: quella che vuole che il caso non esista.

Ecco, inizialmente avevo pensato di iniziare l’articolo che state leggendo con queste precise parole.

Poi, come sempre, è intervenuto il benefico intervallo che separa l’ideazione di un mio scritto dalla sua stesura, e come sempre mi ha aiutato a considerare quanto sciocca e miope fosse quella frase che tanto precipitosamente avevo enunciato, e che tanto giusta mi era sembata: e, come sempre, quel parto prematuro della mia mente, che avevo meditato di utilizzare come incipit, infine, si è dimostrato inadatto a questo scopo, e se effettivamente compare in exergo a questo post, è solo perché intendo dimostrare quanto esso sia sbagliato.

Poi, certo, ho trovato Giustizia, roba da ricchi di Elisa Pazè (che nella vita fa il sostituto procuratore a Torino) in modo quasi provvidenziale, perché non avrei mai potuto leggerlo (e nemmeno sapere della sua esistenza, a ben vedere) se, durante un recente viaggio nelle “terre natie”, non fossi andato a trovare un mio buon amico libraio e non avessi visto il volumetto ammiccarmi dai suoi scaffali; e, certo, esso mi ha fornito tutta una serie di dati ed evidenze che mi hanno consentito, in qualche modo, di darmi risposte su certi argomenti su cui mi interrogavo da tempo: tuttavia, è infantile credere che qualcuno (che assomiglia piuttosto ad un Qualcuno) abbia voluto mettere proprio lì quel libro, affinché io lo trovassi “al momento giusto” (perché, poi, questo dovrebbe essere il momento giusto?). Ciò significherebbe infatti scambiare il prima col dopo, credere che le risposte abbiano preceduto le domande e, in definitiva, indulgere ad un comportamento che, in chiusura, mi troverò a vituperare.

Riconosciamolo, dunque: è più prossimo alla verità ammettere che, dato che di certi temi mi stavo interessando, era inevitabile che, prima o poi, mi imbattessi nel testo della dottoressa Pazè (o in uno simile), che affronta, e di petto, quelli che per me sono due nodi altamente problematici di ciò che ci piace chiamare società civile, ossia società regolata da leggi scritte, che, in teoria, sono uguali per tutti.

Quando, alcuni mesi fa, iniziò la parabola giudiziaria di Mimmo Lucano, scrissi un articolo che affrontava non tanto le accuse rivolte all’ex primo cittadino di Riace (che trovavo e trovo ridicole… anche se, a sentire taluni individui apparentemente ben informati, pare che abbiano convinto i riacesi a credere alla propaganda leghista), quanto le reazioni di una parte consistente del vasto mondo che si riconosceva progressista, e che più o meno potevano essere riassunte in questa frase: sì, bravo Lucano, cattivi quelli che lo insultano e tutto il resto, ma sta di fatto che ha infranto la legge (e quindi ha sfidato il Sacro Nume della legalità, vero e proprio feticcio dei nostri tempi) e dunque non posso certo dargli ragione.

L’obiezione, francamente, mi sembrava grottesca, anche soltanto perché il costrutto “se è giudiziariamente rilevante allora è moralmente riprovevole” è un rimasuglio (ed uno dei più esiziali) dei tempi del berlusconismo (ricordate Ghedini e l’utilizzatore finale, sì?); ad essa ribattevo poi dicendo che il giudizio etico su una persona che ha (forse) infranto la legge non può fermarsi a questo fatto nudo e crudo, ma deve estendersi anche a considerare quale legge è stata infranta e perché. Senza voler citare, come sempre in questi casi, le leggi naziste: consideriamo il caso in cui fosse nuovamente legale la schiavitù, e fosse vincolante per legge riconsegnare al suo padrone lo schiavo fuggiasco; considerereste censurabile il comportamento di chi, invece di farlo, quello schiavo lo nascondesse? (Do per scontato, ovviamente, che a muovere alla complicità non sia un secondo fine)

Si tratta di un esempio volutamente estremo; che, tuttavia, mi torna utile per esporre qual è, secondo me, il presupposto e l’errore per così dire filosofico sotteso a pseudo-argomenti come “Lucano ha sbagliato per forza, perché non ha rispettato la legge”: e cioè, considerare il corpus di norme attualmente in vigore qualcosa di astorico, calato dall’alto già bello e finito come le Tavole di Mosè (non per nulla più su ho parlato di Sacro Nume), e non il prodotto dell’operato di una serie di uomini. I quali non solo, a volte, hanno risposto a dei loro interessi particolari, ma che, sempre, hanno anche scritto quelle disposizioni sotto l’influenza dell’ambiente che li circondava, e delle convinzioni più profonde che in esso erano e sono radicate; tra le quali spicca, ovviamente, e se n’era accorto già Rousssea, quella per cui lo scopo precipuo delle leggi è proteggere i più forti.

Ho già sostenuto più volte, in passato, quest’ipotesi; devo tuttavia ammettere che, quando l’ho fatto le prime volte, non disponevo di una conoscenza sufficientemente approfondita dei nostri codici per difenderla degnamente in un confronto con un avversario agguerrito. Di questi strumenti mi ha fornito il libro della Pazè, che mira essenzialmente a dimostrare (da un punto di vista privilegiato, visto che l’autrice si occupa di reati economici e finanziari), testi alla mano, che il nostro ordinamento, e segnatamente quello penale, è volto alla difesa degli interessi di una ben precisa classe sociale. Quella che una volta si sarebbe chiamata borghesia, ma che oggi, che ci dicono che le ideologie sono morte (ed anche la capacità di maneggiare concetti complessi), potremmo anche chiamare la classe di chi possiede qualcosa.

La legge penale italiana, di fatti, è assai più rivolta a punire coloro che attentano alla proprietà, che alla vita altrui; certo, esistono, e sono puniti severamente (anche troppo, secondo un recentissimo pronunciamento della Corte europea dei diritti umani), fattispecie di reato che colpiscono coloro che in qualche modo “fanno del male” ai propri simili, ma esse o sono rivolte a quei delitti che godono della riprovazione generale, o sono state create come “manovra elettorale”, andando inutilmente a complicare un sistema già gravato da migliaia di commi e codicilli al fine di “dare una risposta” ad una “emergenza” più mediatica che reale: pensate, in questo senso, alla legge sull’omicidio stradale o a quella (precedente, ma sostanzialmente sovrapponibile alla recente “revisione” operata da Matteo Salvini) sulla legittima difesa.

Ma, per citare una vecchia battuta di Luttazzi, se uccidi una persona ti danno l’ergastolo (sempre che tu non abbia sparato ad un rapinatore mentre fuggiva senza averti fatto niente), se ne uccidi diecimila, la reazione è “notevole”; e così, reati assai gravi ed associati alle cosiddette “attività produttive” sono considerati tutto sommato minori (si rischia di più a rapinare un negozio in due, che a provocare un disastro ambientale), e sono anche più difficili da perseguire: intanto, perché la definizione dei reati commessi dai colletti bianchi è sempre piuttosto speciosa; in secondo luogo, perché chi li commette può avanzare tutta una serie di scusanti e giustificazioni che, invece, non sono concesse a chi commette crimini “da povero”: per fare un esempio, rubare in un supermercato, per comprovata giurisprudenza, esclude dalla possibilità di vedersi riconosciute delle attenuanti.

(E tacciamo del fatto che “lo scandalo” che la legge punisce sia il “furto” di rifiuti, che dal momento in cui sono conferiti appartengono all’azienda che li raccoglie, e non il sistema che costringe degli uomini a frugare nella spazzatura).

Una diseguaglianza ancor più marcata, poi, si riscontra nel momento in cui si vanno a considerare le diverse pene cui sono condannate persone appartenenti a classi sociali diverse o, per meglio dire, le diverse possibilità di pena tra cui possono scegliere; per una persona ricca e magari influente, infatti, è relativamente facile scontare la pena in modalità che non prevedano il “soggiorno” in carcere, anche perché, per numerosi delitti, è previsto uno sconto o addirittura la cancellazione, nel caso in cui ci si mostrasse pentiti e si risarcisse il danno provocato. Viceversa, le condizioni di vita (che, poi, sono quelle che hanno spinto al crimine) di chi non possiede quasi nulla, rendono praticamente impossibile non varcare la porta di una prigione; che, come l’autrice sottolinea con onestà, continua a rimanere un ambiente prettamente punitivo, da cui il reo non esce certo riabilitato e che sono solo l’incubatoio per nuovi atti delittuosi, presumibilmente più gravi dei precedenti.

Al limite estremo di questa “scala delle possibilità” si trova, ovviamente, l’immigrato clandestino, il quale ha di fronte a se solo due “scelte”: o l’espulsione, o la gattabuia. Il che, credo, dovrebbe porre in tutta un’altra luce un dato assai caro a praticamente tutta la socialsfera sovranista italica: quello per cui il venticinque per cento della popolazione carceraria italiana è costituita da stranieri, che sono solo l’otto per cento dei residenti. Tale fredda realtà statistica non dimostra affatto, come ho sentito dire anche ad un ben noto giornalista, che gli immigrati abbiano una maggiore “propensione a delinquere” (che sarei per altro curioso di sapere cosa significhi): dimostra invece che ben di rado riescono ad accedere a misure che, pensate per rendere più rieducativa la pena, finiscono per essere “scorciatoie” per persone (benestanti) tutt’altro che pentite. Anche perché, la maggioranza di quel venticinque per cento è costituito (ed ecco che ci torniamo) da clandestini: i quali si trovano in una situazione che rende non solo assai più facile, ma, spesso, assai necessario infrangere la legge.

Quindi sono, finalmente, giunto a quel “comportamento che mi troverò a vituperare” cui accennavo più su: la confusione tra causa ed effetto. Perché anni di razzismo bipartisan ci hanno ormai convinto del fatto che i clandestini siano tali perché sono criminali; ma è vero piuttosto il contrario: e cioè che, siccome non gli concediamo neppure il diritto di esistere, sono criminali perché sono clandestini.

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12 thoughts on “Roba da ricchi

  1. bravo! incalzante e consequenziale.
    e tuttavia parziale: perché è vero che la legge scritta tutela i più forti, e tuttavia noi non possiamo smettere di richiamarci a lei, almeno quando parliamo di quei reati che colpiscono la comunità.
    anche perché per la maggior parte della storia umana i forti hanno protetto il loro potere non con la legge scritta, ma con l’arbitrio puro.
    in altri termini non mi pare che la storia ci fornisca mai l’esempio di una legislazione scritta che protegge i più deboli – o almeno non certo in Italia -, ma in alternativa ad uno stato retto da un principio parziale e tendenzioso di legalità ci lascia solo l’arbitrio senza legge e senza controllo.

  2. Pingback: perché non esiste una sinistra in Italia? – bortoblog 25 – cor-pus 15

  3. Ebbene sì, il primo e principale problema con i cosiddetti “immigrati clandestini” è la loro caparbia ostinazione ad esistere nonostante la legge italiana dichiari che non dovrebbero proprio esserci, al mondo. E cominciano ad essere clandestini assai per tempo, quando ancora sono in mare (ma se spieghi che qualcuno che non ha ancora toccato il sacro suolo italiano non può ragionevolmente essere chiamato clandestino, al massimo “clandestino potenziale” o “aspirante clandestino” ti accusano, oltre che di buonismo, di sofisticheria). È il bello di quel capolavoro giuridico che è la Bossi-Fini. Ora, io posso anche incazzarmi (molto) perché abbiamo una legge come la Bossi-Fini, che fa orrore al cassonetto per lo stoccaggio dei rifiuti pericolosi; ma quando mi cercano di convincere che è una bella e rispettabile legge e non un obbrobrio che a ogni giorno che passa complica vieppiù la vita a indigeni e ospiti del sacro suolo di cui sopra mi trasformo in uno di quei mostri delle leggende che sputano fuoco. Purtroppo questi sono temi tipicamente.”radicali” – no, non radical-chic, proprio radicali quelli del partito, o meglio dei partiti perché sono due: insomma temi che sarebbero piuttosto importanti ma quasi nessuno se ne accorge perché son tutti occupati a seguire l’ultimo tweet dell’onorevole X o del ministro Y.
    Uff, che commento noioso. Dev’essere il caldo, mi rende sempre irritabile. Buona giornata a te, Gaber, e grazie per il post 💚💙💜🤗

  4. Per citare il sommo (ah ah) Steve Jobs, il “caso” altro non sarebbe che ricollegare retrospettivamente i puntini.
    Oppure, per essere un po’ piu’ seri, potremmo parlare di un “cono d’attenzione” che indirizza il nostro focus (non ricordo dove ho trovato questa definizione, originariamente in inglese).

    Comiciamo da un po’ che meriterebbe (come gia’ accevvano allora in risposta a quel post) un doveroso approfondimento, ovvero l’errore (che giustamente denunci) secondo cui “giudiziariamente rilevante allora è moralmente riprovevole”. Come non vale il contrario (moralmente riprovevole, nel nostro ordinamento, non e’ giuridicamente rilevante), dobbiamo ricordarci della fallacia di questo assioma.

    Grazie per la segnalazione del libro, cerchero’ di leggerlo. Se hai l’occasione, anche “Il terzo strike” di Elisabetta Grande merita (dedicato al sistema USA).
    Il fatto che il sistema penale italiano sia sbilanciato a sanzione dei reati contro il patrimonio e’ cosa nota, uno dei tanti retaggi dell’impostazione fascista del codice (e’ del 1942!!).

    Sull’emergenza mediatica, Repubblica ha (ri)pubblicato qualche giorno fa uno studio dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza in cui si dimostra come nonostante il calo di reati, il tempo dedicato alla criminalita’ dai tg e’ nettamente maggiore che in altri Stati europei
    http://www.demos.it/indagini_europee.php
    I dati, purtroppo, non sono affatto una notiva’: circa 10 anni fa presentarono la medesima ricerca a Trento, con andamenti sostanzialmente identici. La domanda sul “servizio pubblico” andrebbe riaperta con urgenza.

    • Mentre, per altro, da trent’anni i crimini violenti sono in costante calo, ed è assai più facile perdere soldi per una truffa che per una rapina (truffe a cui, per altro, i telegiornali dedicano pochissimo spazio, a meno che non sia coinvolto qualche vip).

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