Fame

La fame è una bestia ancor più brutta di me, ma io non ne ho paura: è di me quando ho fame, che ho paura.

Ed è per questo, che sono venuto nel Bosco.

Credevo infatti che, in questa prigione le cui sbarre sono alberi secolari (e che portano sul corpo i segni che ci si aspetta da dei centenari), sarei finalmente riuscito a fuggire me stesso. Non penso di aver mai commesso un errore così grosso, e grossolano, nella mia intera esistenza; neppure quando, con la bocca ancora sporca di latte (dio, com’era bello, allora, avere fame!) mi trasferii in Città.

Certo, laggiù la vita era misera, e numerose le punizioni: però le sassate, gli insulti, lo scherno, le pallottole che mi fischiavano appena di lato alle orecchie erano qualcosa. Qualcosa che, per assurdo, mi teneva compagnia; qualcosa a cui potevo pensare, mentre mi trascinavo verso un angolo dimenticato per leccarmi le ferite in pace; qualcosa che era diverso rispetto a ciò che, in questa luce sempre crepuscolare, sempre mi ripete l’ombra che sempre mi segue:

tu hai fame. Tu hai fame. Tu hai fame.

Come se non bastassero le costole che quasi mi bucano la poca carne del petto, a ricordarmi questa maledizione.

Eppure, in qualche modo, sono giunto ad affezionarmi pure a quell’ombra, che ovviamente so non esistere; d’altronde, in questo Bosco, a chi, se non a quel parto della mia immaginazione, potrei affezionarmi? Non si trovano, qui, che vecchi, fuggiti via da una Città ormai comandata dai loro figli, una città che non li comprende e che essi non comprendono; e che vivono nel Bosco (che non amano e non hanno mai amato) solo perché riconoscono che Esso, con il suo sostanziale menefreghismo (ovunque sono sparse carogne, e quasi nessuna è opera mia) e la sua patetica severità, in qualche modo, a loro assomiglia. Più che dei magri frutti che il Bosco regala loro, essi vivono della convinzione di bastare a se stessi; e, dunque, sotto queste fronde non vedrete mai due capannucce dividersi un muro, o anche solo costruite abbastanza vicine da permettere all’abitante di una di udire quello dell’altra che chiede aiuto: e, forse, questi decrepiti rifiuti della società hanno scelto di vivere qui proprio perché non vogliono che qualcuno oda quella richiesta, che al momento fatale temono, infine, di proferire.

Questa loro arroganza, ovviamente, è l’unica cosa che mi mantiene vivo.

Perché è di costoro che mi nutro, quando la fame si fa più forte della vergogna. Quando lo stomaco guaisce (non è vero che brontola: quello lo fa solo quando si ha la dispensa piena) così forte da mettere a tacere quella voce (verrà anch’essa dall’ombra?) che mi dice che non è leale, attaccare chi non è in grado di difendersi neppure da se stesso. E dunque eccomi lanciare le mie quattro ossa contro gli usci malfermi di quelle che hanno il coraggio di chiamare case; eccomi piombare tra le loro carabattole ed aver ragione di una misera resistenza più in ragione della sorpresa, che della mia forza; eccomi uccidere con un singolo, ben calibrato morso alla gola; eccomi ficcare la bocca nel sangue che ancora sprizza, e tirar via prima che la decomposizione giunga quel poco che mi basta per far finta di essere ancora vivo. Per far finta di ricordarmi che sapore avevano, quelle carni giovani, quei muscoli guizzanti che, senza successo, erano stati tesi oltre il limite per sfuggire alla mia corsa elastica, al mio balzo ferino, alla stretta crudele delle mie mascelle.

Per far finta di ricordarmi quei tempi in cui lo sapevo, come si faceva a cacciare ed a mangiare un bambino.

Per questo, quando l’ho sentita fischiare quell’infantile nenia, ho creduto che ella fosse un’allucinazione; come per un antico istinto, tuttavia, mi sono messo ad inseguirne le tracce, ed esse mi sono pare reali: d’altronde, quando mai un’allucinazione ha avuto abbastanza corpo da poter lasciare delle orme nel fango fresco del sottobosco? Quando mai un’allucinazione ha avuto un’odore tale da farmi immaginare un banchetto come non ne facevo da quando io stesso ero poco più di un cucciolo?

Ho tallonato quel che pareva un sogno, nascondendomi dietro ogni cespuglio e temendo che, infine, esso si rivelasse un crudele scherzo dell’ombra; ma, infine, l’ho vista comparire dietro la curva di un sentiero: le sue guance rosee e le gambe tonde che spuntavano sotto il vestito mi sono parse una promessa o, forse, una ricompensa. Sembrava quasi che non attendesse che me: e, infatti, giunta proprio di fronte alla macchia di vegetazione in cui avevo trovato riparo, mi ha dato le spalle e si è chinata per, credo, raccogliere due o tre margherite già appassite.

Era giunto il momento.

Talmente ero concentrato a flettere le zampe posteriori, che ho udito i passi solo quando era troppo tardi.


“Lo crederesti? Il lupo quasi non si è difeso” disse il cacciatore.

La ragazzina si strinse nelle spalle. “Meglio così. Questa storia sta diventando pericolosa. Ci sono sempre meno lupi…”.

“E quindi sempre più persone disposte a pagarli una bella cifra” la interruppe il cacciatore.

“… ed io mi sono stancata di fare da esca, se vuoi saperlo”.

“Preferiresti essere quella che ammazza e scuoia il lupo? Accomodati, ti lascio il mio posto ben volentieri”.

“No, è solo che… potremmo metterci a fare qualcosa di diverso”.

“E cosa vuoi fare, in questa Città schifosa?” le rispose il cacciatore ridendo. “Vuoi forse metterti a scrivere favole?”.

La ragazzina smise improvvisamente di camminare, come se quell’idea l’avesse colpita dritta in mezzo alla fronte. “Favole” ripetè. “Che grande idea”.

Stava per venire a piovere. Si calcò sulla testa il cappuccio rosso che aveva sulle spalle e raggiunse il cacciatore.

I vincitori scrivono la storia.

– Detto popolare

14 thoughts on “Fame

  1. wow. e per tutto un pezzo, un bel pezzo, questo splendido racconto parla anche di me… 😉

    di me proprio personalmente, intendo: succede spesso quando i racconti sono scritti bene, anzi benissimo.

      • non c’è nessuna sostanziale differenza tra il lupo e chi vive nel bosco, tanto che si potrebbe dire che il lupo esplicita soltanto, nella sua coscienza soggettiva, il pensiero profondo di chi vive nel bosco.
        e mi sono identificato talmente bene in questa sintesi ultra-personale, che ti dirò che non l’ho trovata per niente meschina, e neppure rileggendo la trovo tale.
        potrei fare un lungo elenco di citazioni, ma sarebbe tedioso più per te che per me.
        sarai tu piuttosto a spiegarmi in che cosa consiste la meschinità del lupo e dei vecchi che lo circondano, ce io non sono riuscito a cogliere…. 😉

      • È il lupo stesso a riconoscersi meschino, quando confessa di aver tentato di fare un gesto nobile (abbandonare la Città per non dar la caccia ai bambini), ma ricadendoci subito non appena gli si presenta l’occasione.

  2. Pingback: siamo tutti, un poco, il lupo, o soltanto io? – bortoblog 26 – cor-pus 15

  3. Accidenti! ‘Un sacco bello’ Ma sai che per un po’ ho pensato a un Dracula affamato e desolato ( ho visto ieri il film Solo gli amanti sopravvivono.)
    Vincitori scrivono la storia mi viene in mente un libretto di poesie il dubbio dei vincitori…
    Shera

  4. è vero che il lupo dice di essersi trasferito nel bosco per fuggire se stesso, ma non avevo colto che questo fosse un riferimento specifico alla caccia ai bambini.
    è vero anche che dopo parla di vergogna che viene vinta dalla fame, ma questa lo costringe a nutrirsi dei vecchi che vivono nel bosco, non dei bambini.
    del divorare i bambini il lupo parla sempre con cupidigia e voluttà; quindi la dinamica che esponi adesso nella lettura (e anche nella rilettura) non l’ho proprio colta.

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