Sic semper arturianis

Suo padre gli parlava sempre bene di quel film. Gli diceva che era un classico, che come tutti i classici non sarebbe invecchiato mai, non importava quante volte altri (ovviamente peggio) avrebbero raccontato la sua stessa storia; e gli diceva pure, il povero sciocco che non sapeva cosa doveva capitargli (cosa doveva capitare a tutti loro), che era una delle cose più paurose che avesse visto nella sua intera vita. E lui si fidava di suo padre, ci mancherebbe, ma quel film era già vecchio, non molto, ma abbastanza, quando lui era nato, e per questo non aveva mai voluto vederlo, ed ora l’occasione era persa e presumibilmente non sarebbe tornata mai più, perché in cuor suo sperava (ed avrebbe fatto tutto quanto in suo potere perché fosse così) che in futuro gli uomini non avrebbero più voluto vedere cosa gli alieni avevano fatto loro, e non avrebbe dovuto vedere quello che loro avevano fatto agli alieni.

Eppure, nonostante questo, quella frase la conosceva perfino lui: nello spazio, nessuno può sentirti gridare.

Sapeva benissimo che era stata scritta facendo preciso riferimento alle urla di terrore di qualcuno che stava per essere dilaniato dagli artigli di qualche indicibile quanto ridicolo orrore alieno (che cosa volevano saperne, quegli uomini, che di alieni non ne avevano mai visti?); supponeva, tuttavia, che valesse pure per le urla di gioia di chi le budella di quegli alieni le aveva tenute in mano ancora calde, appena fuoriuscite dagli addomi dei loro esoscheletri ripugnanti, e che aveva dimostrato con le sue parole e soprattutto con le sue azioni che essi erano mortali almeno quanto gli esseri umani, se non di più: e dunque urlò ed agitò il pugno, quando la Terra, finalmente, comparve nello schermo principale di quella navetta che l’aveva riportato fin lì, e fu felice di essere al suo interno e non abbracciato al freddo e spietato vuoto cosmico. Perché le sue orecchie quel grido avevano voglia di sentirlo, almeno quanto la sua gola di emetterlo.

Le infami forze arturiane avevano loro teso un agguato mentre tornavano alla loro base subito dopo aver inferto loro una dura sconfitta, che, per parte sua (ma era, in fondo, solo un povero sottotenente), credeva sarebbe stata decisiva per le sorti del conflitto; aveva visto la navicella alla sua destra, quella guidata dal suo buon amico Winton, andare in pezzi colpita dal tentacolo metallico di un incrociatore nemico, e solo per un soffio era riuscito a sfuggire alla stessa sorte; con la mente annebbiata dal dolore, ed ancora affaticata per la dura battaglia appena conclusa, si era volto nella direzione da cui aveva visto partire il colpo, solo per rendersi conto che le forze soverchianti non gli avrebbero concesso (non avrebbero concesso a nessuno di loro) neppure l’onore cavalleresco della difesa, figurarsi quello di poter aspirare alla vittoria. Era passato in mezzo a schianti ed esplosioni; aveva tenuto ben saldo il volante della sua navicella, pregando che ogni colpo che riceveva non fosse l’ultimo della sua fin lì brillante carriera (era stato il Comandante in Capo in persona a sceglierlo per guidare quella squadriglia). Le sue preghiere erano state esaudite e, ad un certo punto, si era ritrovato lontano dalla zona dei combattimenti, all’altezza di una delle lune del quinto pianeta del sistema arturiano.

Solo allora, si era reso conto di avere la bussola spaziale completamente fuori uso.

Era stato un lungo viaggio, fatto di salti nell’iperspazio praticamente a casaccio e del disperato, a tratti apparentemente vuoto tentativo di tornare lì da dove era partito. Ben scarse erano le provviste che aveva portato con se in quella navicella e, se ci pensava ora, che finalmente aveva di nuovo il suo pianeta natale davanti agli occhi e si preparava ad entrare nella sua atmosfera, solo due cose l’avevano nutrito: la preoccupazione per quel che era stato dei suoi uomini (di cui avrebbe chiesto conto non appena atterrato), e l’odio per gli arturiani. In fin dei conti, era stato quello che gli aveva permesso di sopravvivere anche ai duri, indimenticabili giorni dell’addestramento.

E, oh, certo, c’era stato anche l’ira nei confronti dei disfattisti; di quei codardi che, appellandosi ad un vecchio racconto di uno scrittore dimenticato (Sentinella, gli pareva che si chiamasse) sostenevano pensieri inconcepibili, il più vergognoso dei quali, ovviamente, era quello per cui i terrestri sono gli arturiani degli arturiani. Da parte sua, riteneva che quelle persone dovessero essere imprigionate, le ultime opere di quello scribacchino bruciate e, ovviamente, gli arturiani annientati quanto prima. Durante il suo lungo, avventuroso viaggio, aveva ad un certo punto captato, con la radio di bordo, uno spaziogiornale terrestre, che parlava di un nuovo, vile attacco degli arturiani (certo rivolto a vendicare l’azione dell’Aviazione Terrestre di qualche settimana prima, che aveva spazzato via dal secondo pianeta del sistema la sua principale metropoli), che aveva causato almeno un milione di morti, e delle misure straordinarie messe in atto dal governo terrestre per rimediare a tale situazione. Il segnale, purtroppo, era svanito prima che potesse comprendere quali fossero, quelle misure straordinarie: ma, anche senza saperlo, era certo che le avrebbe sostenute. Anzi, non appena avesse raggiunto terra, pensò, mentre il familiare rinculo e la maggiore percezione del suo peso gli confermarono che era entrato nell’atmosfera, sarebbe andato a mettersi a disposizione.

L’ultimo gesto che fece fu tendere la mano verso il comando che gli avrebbe permesso di chiedere il permesso di atterrare.

Il raggio della contraerea lo colpì non appena un sottotenente suo pari individuò la sua navicella su un radar, ed ebbe deciso che non aveva rispettato i nuovi Ordinamenti per la Sicurezza Stellare, che avrebbero dovuto proteggere il pianeta da nuovi, crudeli attacchi arturiani. Era già morto, quando la sua navicella, che l’attrito aveva reso irriconoscibile, si schiantò dalle parti di Omaha, in Nebraska.

Il Comandante in Capo volle partecipare personalmente al recupero del cadavere; d’altronde, era la prima di molte vite arturiane che sarebbero state giustiziate, grazie a quei nuovi Ordinamenti.

Sic semper arturianis!”, declamò, di fronte ad una folla festante, in un anelito di ispirazione shakespeariana. Poi, infilò un candelotto di dinamite in quel che restava del corpo, morto, ma tutto sommato ancora riconoscibile, e lo fece esplodere in un tripudio di intestini, sangue e materia cerebrale.

Un sincero ringraziamento a Barney Panofsky, che ha scritto i racconti del ciclo I 7 Pianeti, ed a Tratto d’unione, che l’ha ospitato (qui l’ultimo episodio): quegli scritti sono stati d’ispirazione per quello, che non fa loro onore, che avete appena finito di leggere.

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