Evoluzione e funzione

L’ho già confessato una volta, ed ho anzi indicato una prova di questa mia inclinazione (il tag, ancora liberamente consultabile, che ho voluto chiamare Dizionario del diavolo, ispirandomi ad Ambrose Bierce), ma uno dei sogni che avevo quando ho iniziato questo blog, e che anzi probabilmente coltivavo già in precedenza, era quello di fare l’aforista; tuttavia, giunto più o meno in corrispondenza del decimo episodio del Dizionario del diavolo, mi sono reso conto che scrivere poco è assai più difficile che scrivere tanto, che la sintesi necessaria per condensare in una sola frase tutto un pensiero o, addirittura, un’intera filosofia era una virtù che mi mancava, e che le mie prove come aforista erano state complessivamente molto deludenti (di tutto ciò che ho pensato, salvo solo la mia personale definizione di meritocrazia come applicazione su larga scala del principio di Peter), ed ho quindi abbandonato queste mie velleità, diventando, nel momento in cui la lunghezza dei contenuti dell’Internet si accorciava, il famoso blogger dalle mille e più parole ad articolo che tutti voi, ed in particolare sherazade, tanto amate.

L’altra sera, tuttavia, questo desiderio frustrato dev’essere riemerso da qualche recesso del mio inconscio mentre facevo una passeggiata con la mia amica Anita perché, mentre stavamo tornando a casa, lei mi ha detto: ammazza, questa è la serata delle frasi storiche.

In realtà, se ci ripenso ora (ma sono ben conscio delle trappole dei falsi ricordi o, che è lo stesso, delle false dimenticanze), di frasi storiche, in sette chilometri, mi pare di averne pronunciate solo due: la prima, quando la nostra chiacchierata ha toccato (per l’unica volta durante tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme) il tema del governo Salvini prossimo venturo, ed io ho affermato che non temo un Capitano presidente del consiglio, e nemmeno le molte leggi tanto liberticide quanto demenziali che potrebbe imporre ad un parlamento che, grazie ad una legge elettorale che tutti aborriscono ma che, misteriosamente, nessuno riesce a cambiare, terrebbe in pugno; non lo temo perché ne conosco la cialtronaggine, e perché so che, quando è associata ad un ego tanto smisurato, porta assai rapidamente ad una rovinosa caduta (basta vedere che fine ha fatto l’ultimo Matteo che ha guidato il paese, e con cui il partito di Salvini ha votato la mozione che, almeno nominalmente, condurrà alla caduta del governo Conte).

Piuttosto, temo tutta la masnada di mezze tacche ed oscuri signor nessuno che andranno ad occupare, grazie alla sua ascesa, dei posti che garantiranno loro un potere insignificante, di cui abuseranno al massimo grado cui sarà possibile abusarne; temo coloro che lo hanno vezzeggiato, coccolato, spalleggiato, con la speranza che, un giorno, si sarebbe ricordato di loro, quando fosse venuto il momento di distribuire i seggi da cui si può praticare l’arte della prevaricazione; temo i Codaliscia che si raduneranno intorno a questo Lord Voldemort (posto che Salvini non avrebbe la grandezza del Signore Oscuro nemmeno se, per assomigliargli, si tagliasse il naso), coloro che, per citare letteralmente le parole di J.K. Rowling, sono un misto di deboli in cerca di protezione, di ambiziosi in cerca di gloria condivisa, e di prepotenti in cerca di un leader che mostri loro forme più raffinate di crudeltà. E li temo perché (ed ecco che arriviamo alla frase storica che, in realtà, ho rubato a quella che qui ho confessato essere l’unica cosa buona detta e/o fatta da Roberto Benigni negli ultimi vent’anni) “la violenza dei mediocri è una cosa terrificante”.

Il discorso ha poi preso altre direzioni e, ad un certo punto, io ed Anita ci siamo ritrovati a parlare di quei momenti della storia che hanno ribaltato il rapporto che l’umanità aveva con se stessa e con il mondo che la circondava. Impugnando fiero le mie reminiscenze scolastiche, ho iniziato a citarne alcune, andando progressivamente all’indietro: la scoperta del DNA, la Seconda guerra mondiale, la rivoluzione russa, i pochi anni (appena cinque tra la nascita della fisica quantistica grazie ad un articolo di Max Planck e l’annus mirabilis di Einstein) in cui venne fondata la fisica moderna, la rivoluzione francese e la sua coda napoleonica, la rivoluzione copernicana, le grandi scoperte geografiche, la riforma luterana… ed è stato allora che il mio elenco si è fermato e che, come trasognato (forse perché ero sorpreso dal fatto che un pensiero di tale profondità fosse emerso da dentro di me), ho affermato: “Lutero è stato il Movimento Cinque Stelle del Cinquecento”.

Tale giudizio potrebbe sembrare temerario, soprattutto perché Lutero ha, comunque la si voglia pensare su di lui o sulla sua “creatura”, fondato una religione che ha attraversato i secoli e che è ancora qui, laddove è invece prevedibile che, nel giro di un altro paio di tornate elettorali (quindi, considerando come vanno le cose in Italia, in uno o massimo due anni), il partito di Beppe Grillo scomparirà prima dal parlamento, poi dalle pagine politiche, quindi dalla memoria dei cittadini, per giungere, infine, ad essere considerato tanto kitsch da non meritare un posto neppure in quei riempitivi giornalistici che ricordano le mode più assurde del nostro passato e le canzoni più improbabili che abbiano mai raggiunto la vetta delle hit parade (d’altronde, è una cosa che devi mettere in conto, quando per diventare famoso utilizzi le stesse tecniche di un qualunque cantantucolo modestamente belloccio venuto fuori da un talent di seconda fascia): eppure, se non altro nell’evoluzione e nella funzione, molte sono le similitudini tra il movimento fondato dal riformatore tedesco e quello messo in piedi da un comico che attraversava una fase di declino che sembrava inarrestabile e che oggi, pare, riempie di nuovo i teatri. Ezio Greggio prenda nota, sai mai.

Cominciamo col sottolineare che sia il luteranesimo, sia il grillismo, sono nati in periodi di crisi; le motivazioni di queste crisi sono diverse (culturali nel primo caso, economiche nel secondo), ma esse sono talmente profonde da arrivare a mettere in discussione anche le istituzioni che del complesso di idee e valori loro contemporanei sono in un certo senso l’epitome; per usare in modo forse scorretto dei concetti forse vetusti, le istituzioni che sono le sovrastrutture delle strutture dei tempi loro: il papato per Lutero, la democrazia liberale per Grillo.

Entrambi i “ribaltatori”, dopo aver, presumibilmente, a lungo riflettuto, hanno compiuto lo stesso, duplice errore: uno, attaccare quelle istituzioni, invece che l’humus che le ha create e, inevitabilmente, corrotte (ma la verità è forse che tanto il cristianesimo organizzato, quanto i parlamenti in senso moderno, sono corrotti ab initio, e solo una visione miope della storia ci impedisce di rendercene conto); due, credere di poterle riformare, salvando così il sistema in cui sono stati cresciuti e pasciuti (Lutero era un frate, Grillo ha costruito le sue fortune in quella RAI lottizzata con cui, si diceva, nessun Cinque Stelle avrebbe mai voluto avere niente a che fare…). Ecco, forse è questo che maggiormente accomuna Grillo e Lutero: nessuno dei due è un rivoluzionario (non per nulla, più su ho parlato, riprendendo una vulgata ampiamente accettata, di rivoluzione copernicana e di riforma luterana); a loro, basta che il pubblico li creda tali.

Tale finzione, ovviamente, non può essere mantenuta a lungo: se dici che un determinato sistema è sano, e che solo certi uomini lo rovinano (i venditori di indulgenze, “la casta”), allora giungerà il momento in cui qualcuno ti chiederà di rimetterlo a posto, quel sistema; e, dato che essenzialmente sia Grillo, sia Lutero sono dei conservatori (ed infatti, entrambi sono affascinati dalla purezza e citano grandi personaggi del passato come auctoritas), tali cambiamenti non possono che rinforzare il sistema, o crearne un altro, sostanzialmente sovrapponibile. Lutero finì per cercare, e abbastanza presto, l’aiuto di amici potenti (Federico il Saggio), e per fondare una sua gerarchia; Grillo è stato abbastanza furbo da farsi da parte prima che giungesse il momento di fare qualcosa di simile, ma “i suoi” sono entrati in parlamento a capo di un governo in coabitazione col partito più vecchio dell’arco costituzionale. Entrambi, in quei momenti, hanno dimostrato chiaramente chi erano a tutti. Lo sottolineo perché è chiaro che qualcuno, di questa loro inclinazione, si era accorto assai prima.

E non sto parlando di quegli intellettuali che a questi movimenti incendari, fondati e comandati da pompieri, volevano forzare la mano (Carlostadio), o che hanno tentato di annunciare per tempo la spirale reazionaria in cui, giocoforza, sarebbero precipitati (Wu Ming). Parlo, piuttosto, dei potenti che hanno sfruttato il “vento di novità” che veniva messo a loro disposizione dal luteranesimo e dal grillismo, per rimanere saldamente al loro posto nonostante le istanze assai più radicali che quei movimenti hanno provocato, o, viceversa, cavalcato. Esistevano movimenti assai più integrali del Movimento Cinque Stelle, prima che esso ne assorbisse (alcune) richieste, e le normalizzasse o, addirittura, tradisse; i contadini di Svevia che il langravio Filippo d’Assia sterminò a Frankenhausen avevano portato alle estreme conseguenze quanto Lutero aveva predicato, ed erano stati da lui abbandonati. Anzi, il padre del protestantesimo chiese risolutamente che il “potere costituito”reprimesse quella rivolta.

Ed ecco perché ho scritto che grillismo e luteranesimo hanno avuto la stessa funzione: fornire ai “grandi” un nuovo metodo per schiacciare i “piccoli”, e sottrarre loro delle parole con cui cantare la loro rivolta. D’altronde, ho intitolato questo articolo usando due termini propri della teoria darwiniana, che in fin dei conti ci ha insegnato questo: che in un ambiente ostile, sopravvive solo il più adatto.

15 thoughts on “Evoluzione e funzione

  1. Io sinceramente ho timore che Salvini possa fare danni irreparabili, ed ancora mi chiedo perché mai i 5S si siano alleati con lui (lasciandogli poi il palcoscenico) quando la maggior parte delle loro proposte erano – a mio avviso – tutte di “sinistra”. Perché mail il PD (pur approcciato) rifiutò di allearsi con i 5S?
    Si erano offesi per le battute di Grillo?

    Abbiamo davvero una classe politica ridicola.
    IMHO, obviously.

    • Il PD rifiutò l’accordo, credo, perché voleva farli crollare; i suoi maggiorenti non avevano previsto che Salvini (che è una loro creazione) sarebbe sfuggito loro di mano. Inoltre, a suo tempo le parti erano state invertite. Ad ogni modo, per come le ha presentate, il Movimento 5 Stelle non ha mai fatto proposte di sinistra. Sono sempre stati un partito di conservatori.

      • Beh, dai, a mio avviso se si parla di “salario minimo” non è una legge di destra, ma di sinistra.
        L’opposizione alla TAV è di sinistra, non di destra.
        Il reddito di “cittadinanza”, per quanto promulgato ed attuato in forma aberrante, è di sinistra e non di destra.
        E molte altre loro iniziative, diventate legge o meno, non sono assolutamente di destra.

        • Ma il modo in cui fai una cosa conta quanto la cosa che fai. Aver pensato il debito di cittadinanza solo per gli italiani di nascita è una cosa schifosamente di destra. Per dire.

    • una breve risposta a kikkakonekka: faccio davvero fatica a concepire il reddito di cittadinanza come “di sinsitra” a partire dal suo stesso nome. ci sarebbero (stati) tantissimi modi migliori per redistribuire le risorse e ridurre la forbice anche senza ricorrere a tale iniziativa che non reisco a definire in altro modo se non paracula, perché destinata alla “gente reale” (una delle espressioni più aberranti utilizzate negli ultimi anni). sono andato a ripescare sulle pagine di wu-ming una cosa che venne scritta in tempi non sospetti (2012) da un giornalista francese e che era di grande (e lineare) lungimiranza: ““[…] il «grillismo» mi appare sempre più come un movimento di destra: diversivo, poujadista, sovente forcaiolo, indifferente a ogni tradizione (anche recente) culturale e di lotta, noncurante di ogni provenienza politica. Qualunque discorso sulla Casta, anche quando basato su dati di fatto reali, alimenta una strategia di depistaggio e impedisce di individuare e attaccare i nemici veri. Il grillismo vive sull’errore dell’immaginario collettivo che percepisce il fallimento totale della politica […]”
      sul post in gnerale: concordo. la differenza che passa tra “riformatore” e “rivoluzionario” è forse sottile (ma neanche troppo) ma imprescindibile. non dimenticherei il terzo spazio di manovra: chi non rivoluziona, chi non riforma, rottama. non essendoci esempi contemporanei (…) so che saprai trovare un buon paragone rovistando nei secoli passati (uno, dieci, cento mille salandra)

      • Be’, forse Zwingli o Huss, in quel campo, possono essere definiti tali: partiti per rovesciare il mondo, finirono per rovesciare se stessi. Ma troppa è la loro grandezza, per paragonarli ai rottamatori nostrani.

  2. non ce la faccio a commentare; il post è di una profondità abissale, e una risposta che si collochi sul suo stesso piano forse non sono in grado di darla, o avrei bisogno di molta meditazione per provare se veramente sarei in grado di provarci.
    ho qualche obiezione su punti marginali, ma le taccio, perché qui bisogna prima misurarsi con l’insieme.
    su questo piano dico soltanto che vedo una contraddizione insuperabile nel paragone con la Riforma e poi nella svalutazione del movimento di Grillo a fenomeno effimero: o è sbagliato il paragone o è sbagliato il giudizio.

    • La seconda parte ha ammazzato l’innalzamento di autostima che mi aveva provocato la prima :-). Forse posso trovare una quadra: sparirà forse il grillismo cone l’abbiamo conosciuto, e si trasformerà in altro; allo stesso modo, in fin dei conti, il luteranesimo è qualcosa di diverso da come era in principio.

      • teniamoci stretti l’autostima e non lasciamocela scalfire da critiche in fondo banali.
        di fronte a fenomeni come il grillismo, che ha anticipato in Italia il nuovo populismo mondiale, di solito altrove molto più dichiaratamente di destra, stiamo annaspando tutti e chiarirsi le idee non è affatto facile.
        di recente ho scritto che per interpretare politicamente il presente occorre sforzarsi di guardarlo come se dovessimo scrivere un libro di storia fra cent’anni: ma è più facile dirlo che farlo.
        anche se ho sempre visto Grillo come un personaggio sostanzialmente di destra (ma il suo movimento molto più contraddittorio di lui), personalmente non credo che il grillismo sparirà così rapidamente dalla politica italiana – non è l’equivalente dell’Uomo Qualunque di fine anni Quaranta -, e che lo stesso si debba dire del populismo di destra; credo che siano entrambi fenomeni epocali che introducono cambiamenti di lunga durata.
        credo che ci sia un parallelismo da cogliere: la riforma protestante nacque dalla diffusione della stampa; la rivolta populista nasce dal trionfo dei social come forma specifica su cui è andata a stabilizzarsi la rivoluzione internettiana.
        oltre non so andare; quindi sono abbastanza consapevole dei miei vuoti di interpretazione per rinfacciarne altri a te o ad altri.

        • Secondo me, però, l’insistenza sulle innovazioni tecnologiche è fuorviante: ricordiamoci che quando venne avviata la riforma pochissima gente sapeva leggere (certo, si possono stampare anche immagini), e che ai tempi del populismo trionfante ancora moltissime persone si informano in televisione. Ecco, forse però un parallelismo c’è: il grande analfabetismo dei tempi in cui si diffuse.

          • la connessione tra Riforma protestante e diffusione della stampa è quasi un luogo comune tra gli storici ed è praticamente incontestabile: l’idea luterana della lettura e interpretazione individuale della Bibbia non si sarebbe certo potuta diffondere senza la parallela disponibilità di libri, almeno per la borghesia tedesca colta alla quale si rivolgeva il suo messaggio, grazie all’abbattimento dei costi, prima proibitivi (i libri si lasciavano in eredità, spesso elencandoli nei testamenti uno per uno, come fossero stati appartamenti, dei quali non costavano di meno).
            e la riforma, con Duerer, vide addirittura la nascita di una nuova forma di arte figurativa: la stampa, appunto, che ebbe parallelo successo popolare (sempre riferendosi con questo termine alla borghesia colta), anche come strumento di diffusione della Riforma.
            oggi il rapporto tra il neo-populismo attuale e i social, che sono il loro principale strumento di diffusione, mi sembra altrettanto innegabile; più faticoso è enucleare con chiarezza quali fondamentali modifiche dei modi di diffusione dell’informazione i social abbiano creato.
            certo, i populismi usano anche la televisione, in particolare in un paese molto arretrato nella diffusione di massa dell’informatica, come l’Italia; però il grillismo è nato da un blog, e Trump e Salvini twittano in continuazione.
            oltre non so andare, e ogni spiegazione è parziale; tuttavia questa, senza pretendere che sia la chiave finale del problema, non la butterei via.
            grazie della discussione, naturalmente.

            • È vero, Salvini e Trump twittano, ma si riferiscono ad un pubblico che usa Internet come userebbe la televisione. D’altronde, il pubblico che ha davvero compreso la natura che ha (o, per meglio dire, aveva) Internet, non accetta la loro impostazione verticistica.

              • perfettamente d’accordo, ma poiché internet è guidata da leggi di mercato e la madre dei cretini, come è noto, è sempre incinta, è sulla massa degli idioti che alla fine internet si è modellata, da quando ha scoperto di poter diventare un consumo di massa.
                questo non impedisce del tutto un uso intelligente, come quello che stiamo cercando di fare qui, ma lo ha reso certamente ininfluente e molto marginale, direi.

  3. Pingback: immunoterapia – bortoblog 31 – cor-pus 15

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