La stessa ragione del viaggio, parte 2 (With a little help from my friends)

(Sì lo so. Ho scritto troppo)

Ne sono conscio: non fosse stato per quella tecnologia, i cui effetti tanti miei articoli vituperano (i cui effetti anche questo articolo vitupererà), quella conversazione con V. non ci sarebbe mai stata, e questo post, che da essa è stato ispirato, non esisterebbe. D’altronde, se quella tecnologia non fosse mai stata concepita e, soprattutto, sviluppata, è assai probabile che non sarebbero mai esistiti né WordPress, né quel suo abitante contraddittorio che risponde al nome di Gaber Ricci, che mi assomiglia come una goccia d’acqua e che scrive in nome e per conto mio pur non essendo completamente me: e dunque il problema non si sarebbe neppure posto.

(Scusate, non ho idea del perché ma spesso le mie introduzioni si trasformano in riflessioni sulla mia identità; d’altronde, credo che chi non ha voglia di mettere in discussione la sua identità non aprirebbe mai un blog: al limite, potrebbe creare una pagina Facebook. Ora, andiamo avanti).

V., comunque, è una delle due persone con cui ho stretto un forte rapporto al tempo della scrittura della tesi, e del successivo periodo di “studio matto e disperatissimo” che doveva prepararci ai test d’ingresso alle scuole di specializzazione e, credevamo, al lavoro che avevamo sognato; per i sei anni che dura il corso di laurea in medicina, se non proprio per tutta la vita (per me, il successo in quel test significò la nascita di Neurosurgery Kid: ma questa è un’altra storia). Lei ed io, poi, abbiamo per altro condiviso il reparto di frequenza ed il relatore di laurea, tanto che ad un certo punto, dovevano mancare due o tre settimane al giorno in cui una professoressa che nessuno di noi aveva amato ci avrebbe dichiarato dottori, le dissi: “Ultimamente, ho visto più te che mia madre”. Già allora, sapevo che avrei rimpianto quell’ultimamente.

Tutto questo, unito alla mia ben nota pusillanimità, credo sia sufficiente per spiegare perché V. è una delle pochissime persone a me vicine che sanno che scrivo, che ho un blog ed un’identità fittizia che risponde al nome di Gaber Ricci; è anche una delle pochissime persone a me vicine che sanno che ho scoperto (fuori tempo massimo, come per tutte le scoperte che ho fatto) che nella vita, forse, mi sarebbe piaciuto fare il mago: ma, siccome sono pusillanime, e non ho mai avuto il coraggio di mostrarle niente, nel timore che le mie mani non fossero lunghe abbastanza, senza la tecnologia (quella di YouTube, per la precisione) lei quest’ultimo aspetto della mia personalità non avrebbe mai avuto modo di scoprirlo; e, così, quella conversazione cui ho accennato ormai quattrocentosei parole fa non avrebbe mai avuto luogo: perché io e V. viviamo ormai stabilmente a circa settecento chilometri di distanza (ed è paradossale, in effetti, che siamo stati forse più vicini quando lei è andata a seguire uno stage di studio in Svizzera, piuttosto che nei momenti ben più lunghi che abbiamo vissuto entro i confini dello stesso stato), e quindi senza Whatsapp probabilmente non ci saremmo mai più parlati, certo; ma anche perché il nostro dialogo verteva, appunto, sulla magia.

Mettere da parte almeno un poco della mia pusillanimità, mi lamentavo con V., non mi è in effetti servito a nulla; ho appeso manifesti, sono andato a propormi (gratis) nei locali, ho perfino seminato in giro alcune copie autoprodotte di un libercolo capace di vedere a distanza: tutto ciò, ed un impegno indefesso a creare un’occasione quando sono in compagnia (ma, lo confesso, qualche volta anche a soffocarla in culla, quell’occasione), mi hanno procurato non più di tre o quattro spettatori, per un totale complessivo di, forse, un’ora e mezza di esibizione in un anno di attività. Non esattamente il meglio, per un’arte che ha la sua ragion d’essere nel rapporto col pubblico (e non col proprio ego, come sembrano credere alcuni “colleghi”); per un’arte che, senza un pubblico, semplicemente non esiste.

V. mi ha chiesto quali sono, secondo me, le ragioni di questo fallimento (lei, che è gentile, non ha usato queste parole: lo faccio io al posto suo); tolte quelle ovvie (non sono un mago abbastanza bravo, e su questo posso lavorare; non sono un pubblicitario abbastanza bravo, e su questo credo di non voler lavorare), ho afflitto anche lei con la geremiade che hanno dovuto sorbirsi molti “addetti ai lavori” che hanno voluto ascoltarmi (e che mi hanno risposto che ho ragione, non so se per reale convinzione o se per togliermisi dai piedi): in Italia puoi fare il mago solo se fai il pagliaccio o se lavori coi bambini; la magia, in generale, non viene considerata una cosa seria; molte persone ritengono che il mago si esibisca con l’intenzione di dimostrare che chi assiste ai suoi trucchi è un idiota (e questo è colpa dei maghi), e non di incoraggiare un approccio alla vita pieno di meraviglia (frase di Sam Sharpe, la cui conoscenza debbo al mio maestro in quest’arte, Mariano Tomatis). Peggio di tutti, molti (praticamente chiunque, anzi) credono che regalare un minuto a qualcuno per vedere un giochetto sia niente più che una perdita di tempo.

V. mi ha dato un consiglio assai gettonato: mettiti sui social ed usali come biglietto da visita; le ho fatto presente che me lo impediscono considerazioni filosofiche (ho la ferma convinzione che la magia sia un’arte che si gusta live, e che anzi le “anticipazioni telematiche” possano uccidere una parte di quella meraviglia di cui parlava Sharpe) e personali (ho un’invincibile idiosincrasia per il mezzo); ho comunque avuto modo di lamentarmi anche del fatto che chi mi dice “non ho tempo” appena mi vede tirar fuori un mazzo di carte (attrezzo che per altro uso pochissimo), sia probabilmente la stessa persona che impiega parecchie ore, del suo tempo, a compulsare freneticamente uno o più social network, e che anzi si fiderebbe assai più di me, se mi avesse visto lì sopra. Curioso perché, come leggo in un articolo un poco datato del blog di Jacopo Franchi (che una settimana fa ho avuto la fortuna di sentire dal vivo a Verona), i social network sono costruiti apposta per far perdere tempo alle persone; e vi assicuro che, per quanto io possa essere un cattivo mago, nessuno degli effetti che propongo è pensato a questo scopo.

Ma questo articolo si intitola La stessa ragione del viaggio, parte 2, e dunque dovrebbe essere una prosecuzione dell’articolo che lo precede, che si occupava, appunto di viaggi. Cosa c’entra tutto ciò con quell’argomento? Calma, ci sto arrivando.

Una delle persone che, negli ultimi anni, ha condiviso più viaggi con me è la mia amica Anita; e, credetemi, è uno dei compagni migliori che si possano desiderare: non è una “turista”, si lascia trasportare facilmente dalla meraviglia (anche se non lo ammetterà mai), è capace di scherzare anche percorrendo un sentiero largo un dito, sul crinale di un monte che precipita a strapiombo nel mare; e, infine, dote da non sottovalutare, perché è in grado di tenermi dietro quando mi prende il “demone del camminare a piedi”. Eppure, ogni volta che ci mettiamo ad organizzare un viaggio, finiamo sempre a discutere di un particolare aspetto; in un paio di occasioni, anzi, questo ci ha portato perfino a litigare, metà scherzando, metà no (nessuno dei nostri viaggi ne ha risentito).

Il fatto è che, prima della partenza o, addirittura, prima ancora di aver acquistato il biglietto, Anita sente la necessità di procurarsi una guida turistica (di solito, una Lonely Planet) del luogo in cui abbiamo deciso di recarci; e, considerando che, nei posti in cui sono stato (nessuno era al centro di una giungla in cui “la mano dell’uomo non ha mai messo piede”, per la cronaca), quella stessa guida è la seconda cosa che è più facile vedere in mano ad un turista (la prima essendo, ovviamente, lo smartphone), credo che questo sia un comportamento invalso. Più volte me ne sono chiesto il motivo, e la risposta più razionale che ho saputo darmi è che la maggior parte di coloro che decidono di mettere in valigia, per prima cosa, una Lonely Planet, è in preda a due terrori, uguali e contrari: quello di non vedere qualcosa di imperdibile, e quello di “sprecarsi” andando a visitare qualcosa di trascurabile; che sono, poi, gli stessi due terrori di chi consulta compulsivamente i social network: perdersi un evento, o decidere di accordare la propria fiducia (e, conseguentemente, di regalare il proprio tempo) a qualcuno che non si è mai visto né conosciuto. Sai mai, ‘sto Gaber Ricci che vuole che veda come fa sparire una moneta magari è una pippa: e se mentre perdo tempo con lui (e, si spera, non posso guardare Facebook) dall’altra parte della città ci fosse un flash mob?

(La metafora, per altro, si completa alla perfezione considerando che le guide turistiche si comprano con l’intento di risparmiare tempo andando a controllare cosa qualcun altro ha deciso essere fondamentale, ed alla fine si perde, forse, ancora più tempo a leggerle, ed in fila per entrare in quei posti che ormai tutti si sentono obbligati ad andare a visitare…).

Queste paure sono, credo, figlie di una visione competitiva del viaggiare e, più in generale, della vita, che io, che non riesco ad essere competitivo neppure quando competo, francamente non comprendo (sia chiaro, non penso che questo mi renda più o meno virtuoso di chiunque altro): sembra che ogni viaggio sia una risorsa da spremere all’inverosimile, che ogni secondo debba esser utilizzato per fare solo cose fighissime, che non si possa correre il rischio di non fotografare (possibilmente, dopo essercisi messi di fronte in posa) questo o quel monumento.

Personalmente, sui viaggi la penso invece come Umberto Eco la pensava sui libri: fare dieci volte lo stesso viaggi equivale a fare dieci viaggi diversi; anche perché, come voleva lo Pseudo Seneca, è il tuo cuore che devi cambiare, non il cielo che sta sulla tua testa: e vedere la stessa cosa, non essendo più la stessa persona, significa, a tutti gli effetti, vedere qualcosa di nuovo. Ma la mistica contemporanea del viaggio, che moltiplica i viaggi compiuti svuotandoli di senso, non può badare a queste sottigliezze: solo l’oggettivamente nuovo ha una qualche valenza; il resto, deve essere superato e, in quanto tale, dimenticato. Ora che ci penso, forse è per questo che tante persone passano le vacanze a guardare i posti in cui si trovano attraverso le foto che hanno fatto e postato su Instagram: perché sperano che questa tecnologia (come sempre, questo post si è trasformato in uno “strano anello”) conservi un poco la memoria di quel viaggio. Sciocche: il silicio è assai più deperibile della carta; e, nel momento in cui Zuckerberg, che possiede Instagram, decidesse che non gli conviene più tenere nei suoi server quelle foto, le loro memorie verrebbero completamente cancellate.

Sovresposizione di se, messa “a guadagno” di qualunque risorsa, tempo compreso, alienazione sostanziale del turista, che paga per essere sfruttato in quelle trappole che sono diventate le città d’arte e i luoghi di villeggiatura: non vi stupirà, a questo punto, sentirmi indicare questo new travelling come l’epitome del capitalismo contemporaneo.

Non per nulla, i viaggiatori rischiano, spesso, di distruggere il mondo.

17 thoughts on “La stessa ragione del viaggio, parte 2 (With a little help from my friends)

  1. urca, quante cose! dunque, a ruota libera, un po’ di pensieri sparsi. il video su youtube (che secondo me avevo anche già visto ma non mi ricordo se ti avevo commentato) per me ha una grossa pecca: la risoluzione. non si capisce dove finisca la magia e dove inizi la difficoltà di trasmissione dell’immagine. ed è un peccato, perché merita.
    questione lonely planet. noi siamo di quelli che la mettono in valigia come prima cosa per un motivo molto più semplice, e forse è una questione di resilienza al cambiamento. dopo che l’hai usata per anni, lo smartphone non riesce a scalzare il girare con il naso all’insù (o all’ingiù, dipende da cosa stai guardando ovviamente 😀 ) e la guida fra le mani, dito a tenere il segno, macchina fotografica a tracolla (in posizione sufficientemente scomoda per lo scatto ossessivo compulsivo).
    poi c’è la questione fallimento della magia. allora, qua ho una mia idea, alla luce di esperimenti formativi tentati (e non riusciti) con un amico mago, e l’idea è tutto sommato abbastanza in linea con la tua: alla magia non viene riconosciuta una (grande) valenza educativa – non solo in realazione a stupore/meraviglia ma anche, forse soprattutto, ad equilibrio – perdita di controllo – accettazione e negazione, etc.
    fine pausa caffè. mi iscrivo al tuo account e aspetto il prossimo video 🙂

    • Non ho più messo video su YouTube (temo di avere anche perso la password…) proprio per questo motivo. Non ho i mezzi, né la disponibilità economica per procurarmeli.
      Ma io contesto proprio l’idea di aver bisogno della guida (ripeto, a meno che tu non vada in un posto sperduto nella giungla… dove presumibilmente avrai bisogno di una guida in carne ed ossa): per fare un esempio, quando sono stato a Praga, sarei andato a San Vito anche senza la Lonely Planet…
      Il problema effettivamente è anche la “società della prestazione”: anche le tue reazioni devono essere sempre “all’altezza”, e la magia un pochettino “spiazza” questo concetto. Un paio degli effetti che ho fatto (personalizzati, certo) hanno fatto quasi piangere il mio pubblico…

      • – beh, ma i mezzi non devi averli tu, basta ce li abbia colui/colei che ti riprende! 😉
        – aspe’, mi ero spiegato male. il dito è infilato a tenere il segno della pagina di dove andare a mangiare dopo aver visitato i luoghi in cui saresti andato anche senza guida 😆 (è questa la vera attuale funzione delle lonely planet: suggerirti i posti in cui mangiare bene la cucina locale spendendo poco – e molto meglio di quanto faccia tripadvisor)
        – è vero. ed infatti è esattamente quello che a livello educativo non solo non conta, anzi…
        p.s. c’è del pubblico, comunque, che ti reclama (sappi che sei uno dei più inflazionati nel classico gioco del “indovina a chi sto pensando” che allieta i viaggi lunghi in macchina)

      • – Ti stai proponendo? 🙂
        – Ho una tecnica migliore: seguo i nativi!
        – Non ho capito.
        P.S.: fossero tutti come i tuoi figli, gli spettatori… sai quante volte mi trovo a pensare a degli effetti solo per loro?

      • – da cosa nasce cosa… tu porta dietro le carte che poi ci pensiamo 😛
        – tipo il clown di amsterdam? 😆
        – intendevo che a livello educativo non conta la prestazione, la “performance” (parola a cui darei fuoco, se potessi) ma il percorso di crescita

  2. Essere maghi (o prestigiatori? o è la stessa cosa?) non credo sia facile, ben pochi al mondo sono quelli noti o che ci “campano”, ed in generale credo che si tratti di un hobby/lavoro visto con una certa perplessità, perché il pubblico adulto “sa” di venire ingannato, cosa che invece non capita ai bambini.
    Detto questo, vidi anni fa uno spettacolo di Michele Foresta (mago Forrest) e ne rimasi impressionato per la bravura.
    Ma è un mondo che non mi attira più di tanto.

    Riguardo le guide: io ogni viaggio le compero e le leggo dalla prima all’ultima pagina, anche riguardo mete che non vedrò.
    Per esempio mi lessi tutta la guida dell’Irlanda, anche riguardo città che non avrei visitato, ma solo per capire meglio l’insieme di quello che riguarda cultura, civiltà ed arte.
    Come fosse un libro, non una guida.

    • Perché, invece quando il pubblico adulto va al cinema crede che Thanos abbia veramente fatto sparire metà dell’universo? Ora che ci penso: crede veramente che Thanos esiste? Quello che da fastidio della magia è che non richiede un dispendio di mezzi per creare delle piccole meraviglie. Molte persone “sopportano” la fama di altri esseri umani perché la attribuiscono alla fortuna, alle raccomandazioni… non possono sopportare che per essere speciali basti un po’ di fantasia, e di impegno, presi come sono dalla necessità di primeggiare sui propri simili con ogni mezzo.

      Ma questo è un utilizzo diverso della guida turistica. E tra parentesi, quella è la guida turistica che mi piacerebbe scrivere.

      • “…quando il pubblico adulto va al cinema crede che Thanos…”
        Ma io parlavo per me stesso, non mi immedesimavo nel “pubblico adulto”.
        Io in effetti questo tipo di film li evito con ogni cura.

        La magia non mi da alcun fastidio, anzi, e riconosco che chi si cimenta sia davvero bravo. Ma, per qualche strano motivo, non è una disciplina/attività che mi attira.

        “quella è la guida turistica che mi piacerebbe scrivere”
        Eh, mi ricordo.

  3. non metto mi piace, ovviamente, per motivi molto ideologici, ke accenno appena.
    1. perké accusi i viaggiatori di distruggere il mondo, e dunque temo ke tu ti akkosti, certamente senza volere, all’attuale mistifikazione che rigetta sui singoli la kolpa del riskaldamento globale, quando le melanzane fuori stagione che centinaia di migliaia di persone acquistano nei supermerkati inquinano milioni di volte di più di un mio singolo viaggio in India su un aereo che volerebbe lo stesso anke se io non acquistassi il biglietto
    2. perké non mi piace la Lonely Planet, ma nei miei viaggi la uso lo stesso, soprattutto per sapere dove andare a dormire spendendo poco, e dunque in qualke modo anke tutelando l’ambiente; e me la porto in giro poko, effettivamente, perké per la sua valutazione dei luoghi vale pokissimo: è infatti molto amerikana ideologikamente, però in effetti lei o la Routard svolgono una funzione indispensabile proprio per il viaggiare in autonomia.
    è vero ke affidarsi a loro per sapere ke kosa vedere è konsegnare ad un altro le decisioni su ke kosa vedere, ma per evitarlo basta stabilire kome regola ke komunque, dove ti fermi più di un giorno, il primo giorno ti muovi a kaso; e poi si possono usare le guide anke per decidere ke kosa NON andare a vedere: ad esempio, Hollywood a Los Angeles, per quanto mi riguarda – e a volte mi viene il dubbio ke sia stata una scelta demente; e invece sono andato a cercare Hollywood all’Observatory, e l’ho anke trovata, visto che ci fu girata la scena più importante di Rebel without a cause (Gioventù bruciata, in Italia).
    3. e questo non so se dirtelo oppure no, perké ti dispiacerà moltissimo, ma il trukko nel video di Youtube si vede benissimo, ma la kolpa non è tua, ke sei bravo quel ke basta, è proprio dello strumento, ke è capace di uccidere l’illusione ke crea meraviglia, anzi è fatto proprio per questo: per sostituire quella illusione kon le altre volute dalla ditta.
    (era abbastanza in crisi di astinenza, ma alla fine il tuo post è arrivato finalmente, ahha…)

    • (Ma tutte ste k?:-)
      1. E su questo devo darti ragione, ci sono cascato;
      2. In questo senso posso anche accettarlo;
      3. In che senso, colpa dello strumento?
      (Non ho capito).

      P.S.: pausa dal lavoro, poi magari approfondiamo :-).

      • turno di notte, allora, per te…
        sulla colpa dello strumento: sbatte troppo in primo piano e permette di tornare indietro a togliersi ogni dubbio: quei giochi vanno visti a una maggiore distanza ed è indispensabile qualche effetto distrazione, dato dalla figura intera…, vietato anche il tasto replay.
        per il resto sei stato sintetico, ma credo che tu abbia detto l’essenziale.
        buona continuazione.

      • Ah, ma infatti ho ben chiarito, in seguito, che la magia è un’arte che va gustata live e, se possibile, “one shot”. Ed il fatto che non mi piaccia mostrare il volto (idiosincrasie personali anche qui… e poi il centro dell’esibizione dovrebbe essere l’effetto, non il mago) non aiuta.

      • ah, le kappa…, dimenticavo.
        me ne è skappata una soprapensiero, mi ha fatto una buona impressione e quindi ho deciso, per una volta, di mettercele tutte 🙂

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