Non credo che Cristo si scandalizzasse mai

Sapete cosa vi dico? Sono veramente felice che due poliziotti dementi siano crepati male nella questura di Trieste; anzi, guardate, se devo essere proprio sincero mi dispiace solo di un fatto: che Alejandro Augusto Stephan Meran sia stato fermato dagli sbirri quando di loro colleghi ne aveva ammazzati solo due. Fosse riuscito a guadagnare l’uscita stendendo a colpi di pistola ogni guardia che gli si parava davanti, e anzi avesse portato fuori con se anche tre o quattro cadaveri per mostrare ai giornalisti assiepati lì davanti che fine fanno (che fine dovrebbero fare) gli infami che portano la divisa, sarebbe stato assai meglio; e sarebbe stato giusto: in fin dei conti, quanta gente ha ammazzato la polizia? Dieci, cento, mille Nassiryia!

E va bene, ho mandato tutto in vacca con l’ultimo slogan (il che non vuol dire, ovviamente, che ciò che lo precedeva, in questa sorta di parodia che non condivido, fosse indimenticabile): ma, sapete, credo che (a meno che uno non si chiami Matteo Salvini) esista un limite alle cazzate che si possono dire/scrivere coscientemente, senza scoppiare a ridere o senza dare ad intendere, ad un certo punto, di essere ben consapevoli di star eruttando cumuli fumanti di sterco, appena defecato da un animale che non bada eccessivamente alla salubrità di ciò che mangia; quel dieci, cento, mille Nassiryia, assolutamente improprio visto che i morti della città irachena appartenevano all’esercito ed ai carabinieri, e non alla polizia, quindi, credo rappresenti qualcosa di simile ad un tic, o ad un lapsus freudiano: il mio cervello ha voluto segnalare, in quel modo, che sapeva che quello che stava elaborando era inaccettabile; ma che, a dispetto di tutto, continuava a lavorarci su e ad inviarlo alle mani che lo stavano scrivendo, perché, da qualche altra parte dentro la mia scatola cranica, esisteva un impulso ulteriore che lo spingeva a farlo.

Questo impulso ulteriore derivava, innanzitutto, dall’attenta osservazione dell’andamento che avevano subito le visite a queste pagine dopo il risultato tutto sommato discreto del mio ultimo articolo; in secondo luogo, dai consigli che ha tentato di fornirmi (con scarso successo, vista la mia ben nota recalcitranza come discente) un libro che ho terminato di leggere giusto ieri, Blitzkrieg tweet di Francesco M. De Collibus; al quale vanno sicuramente riconosciuti dei meriti, ma che mi è riuscito, per così dire, antipatico, vista una sua sostanziale incoerenza di fondo. Esso infatti pretenderebbe di essere una specie di “manuale di guerriglia digitale”; in realtà, rappresenta piuttosto un “soluzionario” per il problema che mi cruccia ogni volta che guardo le colonne dell’istogramma dei contatti con suprasaturalanx.wordpress.com precipitare verso lo zero; uno di quei volumetti che, dietro questa o quella metafora, vogliono consigliarti i metodi migliori per venderti così bene online da far sembrare Chiara Ferragni una blogger terzomondista che scrive corposi e ben documentati saggi sulle carestie dell’Africa centrale e sulla crisi climatica ormai incombente, giusto per dire due argomenti di cui non frega niente a nessuno.

La metafora utilizzata da De Collibus, che per motivi che non ho compreso ha deciso di dedicare Blitzkrieg tweet a Aaron Swartz, il cyberattivista suicidatosi a soli 26 anni dopo essere stato demenzialmente incriminato per “attentato alla sicurezza nazionale”, è quella guerresca, citata anche esplicitamente (“ci sono numerose e interessanti analogie tra i metodi di twittare e la guerra aerea”, pagina 27); i suggerimenti forniti, tuttavia, non sono diversi da quelli delle altre migliaia di trattati, di varia corposità, esistenti sull’argomento, si attegino o meno questi ultimi ad opere che portano alto il vessillo del progressismo e della rivoluzione sul Web: parla degli argomenti “di moda”, sii il più social possibile, utilizza bene le armi a tua disposizione… cerca di spingere tutti a parlare dell’argomento di cui stai parlando tu o, che è lo stesso, dai agli altri un motivo per parlare di te.

Sono un uomo dai molteplici difetti, lo riconosco, e spesso mi lascio accecare dai miei pregiudizi (che, per verecondia, di solito chiamo le mie questioni di principio); tuttavia, ho voluto dare a Blitzkrieg tweet una possibilità, ed ho applicato i suoi insegnamenti all’incipit di questo post. L’arma di cui ho tentato di servirmi per far parlare di me è una delle più efficaci e conosciute in questo senso, quella dello scandalo; e, riconosciamolo, non si tratta certo di un’arma innovativa: già nel meraviglioso romanzo Nei pleniluni sereni, scritto da Luca Canali nel 1995 ed ambientato nel primo secolo avanti Cristo, veniva sottolineato che lo scandalo provoca parimenti riprovazione e fama; le social media star hanno semplicemente applicato quest’intuizione, portandola a livelli parossistici.

Certo, in alcuni casi applicare una simile strategia è ridicolmente semplice; quando un membro delle cosiddette forze dell’ordine rimane ferito o, peggio ancora, muore nell’esercizio delle sue funzioni, ad esempio, basta dire/scrivere qualcosa di diverso da quanto preveda la liturgia del caso o, a volte, semplicemente dire/scrivere una cosa qualunque per balzare agli onori della cronaca o, più modestamente (e sarà verosimilmente il mio caso), per attirare qualcuno che ti farà notare, più o meno educatamente, che “non avresti dovuto”. A dimostrarlo, sta proprio il duplice omicidio di Trieste o, per meglio dire, gli strascichi del duplice omicidio di Trieste.

Avrete infatti sicuramente sentito parlare di quella serie di tweet che Gabriele Rubini, meglio conosciuto come chef Rubio, ha dedicato alla vicenda (potete leggerne qui, in caso contrario); il popolare cuoco ha suscitato un vespaio di polemiche semplicemente esplicitando che trova inamissibile che un poliziotto si faccia sottrarre l’arma di ordinanza da un comune ladruncolo, e che imputa questa condotta ad una sostanziale impreparazione delle forze di polizia. A Rubio riconosco benvolentieri la buona fede, e devo dire che spesso sono d’accordo con lui; non in questo caso, comunque: intanto, perché credo che a tutti possa accadere di essere colti alla sprovvista, e trovo insensato dare ad un singolo poliziotto la colpa per essersi fatto sottrarre l’arma; per tracciare un parallelo, è come se domani Rubio entrasse nella sua cucina, si mettesse a sminuzzare il prezzemolo, uno dei coltellacci appesi davanti a lui cascasse giù e gli tranciasse un dito, e qualcuno publicasse un tweet in cui argomenta che la responsabilità è sua, che non ha fissato meglio i coltelli. In secondo luogo, perché ad un certo punto, quando la polemica era inevitabilmente dilagata ed alla cagnara dei soliti noti (Salvini, Meloni… Rita Dalla Chiesa) si era aggiunta un’ampia massa di persone attirate per effetto gregge, lo chef ha scritto che il lavoro di poliziotto andrebbe vissuto come una missione.

Ecco, io credo che sia proprio in questa visione che si radichi l’intera mistica che ruota attorno alle forze dell’ordine, quella che rende così facile suscitare scandalo ogni volta che si parla di loro; quella che, in effetti, rende impossibile affrontare un discorso ampio di critica nei loro confronti, senza finire sommersi dal cicaleccio di chi crede che non si possa dire nulla contro persone morte mentre ci stavano difendendo.

In questo contesto, diventa impensabile proporre l’unica domanda che avrebbe davvero senso, in questo caso: difendere chi, e da cosa? Perché, come fa notare giustamente Titta Morticani, sempre su Twitter, la vera causa della tragedia avvenuta a Trieste è l’idea sottesa alla polizia che è stata imposta all’opinione pubblica, man mano che il tasso di insicurezza reale del paese precipitava verso i suoi minimi storici: se Meran è riuscito a sfilare una pistola dalla fondina di un poliziotto e ad uccidere lui ed un suo collega, è stato perché quelle pistole sono state pensate per essere facilmente estraibili e per poter sparare in fretta, senza perdere tempo a togliere la sicura, armare il cane, far scivolare il colpo in canna; perché si da per scontato che i poliziotti, come in quei vecchi film americani, debbano essere messi nelle condizioni prima di sparare, e poi, eventualmente, di fare le domande; perché scopo delle forze dell’ordine non è più fornire un servizio, teso a proteggere tutti i cittadini, compresi quelli che stanno commettendo un reato; no, è quello di combattere una guerra contro un nemico che non appartiene più al campo del reale, ma a quello del metafisico: un nemico che non è più un semplice rubagalline, o un rapinatore di banche, o un truffatore che vende polizze assicurative taroccate agli anziani, o un capomafia; no, è un’incarnazione del Male, nelle sue varie declinazioni (che ultimamente sono sempre più spesso quelle del degrado) e come tale non va rieducato né protetto: va semplicemente annientato. Soprattutto se non è il truffatore delle polizze o il capomafia che ha ordinato una strage di attivisti, ma il rubagalline la cui morte sappiamo non avrà alcuna conseguenza reale per noi.

Ecco, essenzialmente questo è il motivo per cui Blitzkrieg tweet non mi è piaciuto: perché spaccia per liberatorie pratiche che, invece, servono solo ad avvolgerci sempre più in questa spirale verso il peggio, alimentando le narrazioni che invece dovremmo combattere.

E tutto questo, senza far arrivare nemmeno un visitatore in più sul mio blog, per di più.

16 thoughts on “Non credo che Cristo si scandalizzasse mai

  1. ci dev’essere un punto di equilibrio tra il rifiutarsi di seguire le puttanate del mainstream, cioè parlare anche noi di quel che si deve parlare giorno per giorno e che è assolutamente irrilevante, e il rinchiudersi in un mondo proprio dove nessuno ti ascolta perché quel che dici è troppo fuori dal coro.
    non credo che questo punto sia, però, il criticare il mainstream, anche se in modo molto acuto e intelligente, come fai tu, soprattutto nella conclusione di questo post.
    comunque una risposta non ce l’ho.

  2. sulla scia dall’incipit: conosco personalmente la persona che scrisse il tuit “uno di meno e con la faccia nemmeno troppo intelligente, non ne sentiremo la mancanza” riferito al recente omicidio di roma. quel tuit non solo ha suscitato un putiferio ma anche una grave azione legale, al momento in corso (e con giustificazioni quasi più imbarazzanti rispetto al danno). ora, io penso che tutto quanto hai scritto si gioca su un sottile confine estremamente personale e labile (fluido, direi), che è la capacità/desiderio di saper/voler stare al centro dell’attenzione. nel suo caso questa non c’era, e si è ritrovata nel battage mediatico senza volerlo (e senza poi sapere gestirlo). nel caso opposto, vale la regola di wilde – per chi ci si ritrova appieno: c’è solo una cosa peggiore del far parlare di sè, ovvero il non far parlare di sè. ecco, la mia idea è che gli strumenti che usi semplicemente seguano, assecondino in fin dei conti una predisposizione, un’attitudine allo stare o non al gioco della “popolarità”. io, per parafrasere nanni moretti, mi troverò probabilmente sempre più a mio agio con una minoranza di persone che presferiscono rimanere dietro le quinte della rete.
    p.s. e tu, come me, hai scelto di scrivere un blog nel 2019 (io un po’ meno, ultimamemente, ma la sostanza è quella). un blog con post minimi di 1000 caratteri nel 2019 è un inno all’anonimato, qualunque cosa tu scriva nell’intro, lo sai, vero? 😆
    p.s.2 ho cercato il libro di canali ma mi risulta esista solo in audio CD, ora non disponibile. mi mandi un riferimento?

  3. Non avevo letto il commento di Rubio, però devo ammettere che il dubbio da lui evidenziato l’ho avuto anch’io. Non tanto per “criticare” l’operato dei due (o di uno dei due) scomparsi. quanto per sottolineare la “facilità” di gabbare il carabiniere o poliziotto di turno in quei brevi frangenti in cui uno può non essere umanamente pronto a qualsiasi cosa. E non può neppure stare sempre con le mani sull’arma, pronta a venire estratta.

    Riguardo lo “scandalo”, beh, devo dire che la vecchia massima “male, purché se ne parli” è sempre valida, e molti pur di attirare qualche attenzione su di loro pensano che sia meglio dire una idiozia luminosa, che tacere nel buio.

  4. Io noto solo una cosa, se le forze dell’ordine mettessero la stessa passione (e professionalità) non solo quando uno dei loro viene colpito, ma quando una donna vittima di violenza si rivolge a loro per avere aiuto, forse non avremmo così tante donne che hanno paura di essere giudicate e che per questo prendono botte per anni…fino a morirne
    (Ovviamente non sono contenta della morte degli agenti, e poi non so se il mio commento ci azzecca, chiedo scusa, ma è la prima cosa che mi è venuta in mente sentendo la notizia e i soliti commenti)

    • Posto che per una volta non ho sentito di agenti che chiedevano di “eliminare” il reprobo colpevole di aver colpito uno di loro, non credo ci sia molto di professionale nella reazione che di solito le forze dell’ordine hanno di fronte ad eventi simili. E riguardo la passione, piuttosto si dovrebbe parlare di empatia: credo che la storia per cui gli agenti dovrebbero metterci “passione” faccia parte della stessa mistica che ho cercato di stigmatizzare in questo articolo.

  5. Le forze dell’ordine in Italia sono oggetto di barzelletta e per diverse ragioni : mancano di autorevolezza non tanto perché sono impreparati piuttosto non sono messi nelle condizioni né hanno i mezzi per contrastare al meglio la criminalità.
    Poi dobbiamo dirlo ci sono molte zone buie…
    Rubio è un provocatore lo seguo di tanto in tanto : si atteggia a trucido e il tweet in questione lo si può leggere in tanti modi e mi taccio.
    Non credo abbia bisogno di incrementare i suoi Followers.
    Non credo che questo interessi neppure a te.
    ( magari qualche sforbiciata qua e là😋.

    Shera

    • Non so dirti dei mezzi, quel che è certo è che sono santificate non soltanto oltre i loro meriti, ma anche oltre quel che potrebbero fare. Combattere il crimine non dovrebbe essere considerato un atto eroico, anche perché spesso ciò significa arrestare dei rubagalline e cacciare i barboni dalle panchine del parco (e quest’ultimo per me è un atto decisamente poco meritorio).
      Rubio non mi è mai parso un provocatore per il gusto di: è uno dei pochi che mi pare sincero, su Internet (ivi compreso io, ovviamente).

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