Baciamo le mani

Mi rendo conto, spesso, di essere un ignorante assoluto in campo artistico (al punto che di alcuni artisti capisco talmente poco da non riuscire neppure a decidere se mi piacciono oppure no); addirittura, ci sono intere arti che non comprendo affatto, e che mi provocano un sentimento di sostanziale e colpevole indifferenza. Una di queste è la fotografia, cui non mi applico (neppure come modello) ed a cui dedico appena uno sguardo di annoiata condiscendenza.

Alla luce di ciò, sono rimasto stupito, un paio di settimane fa, leggendo questo articolo del mio amico Mauro (in arte, bortocal), che mostrava come basti osservare le foto che Donald Trump e Barack Obama si sono fatti scattare nei momenti in cui seguivano le catture (poi “accidentalmente” trasformatesi in uccisioni), rispettivamente, di al Baghdadi ed Osama Bin Laden, per rendersi conto di quanto diversi siano i due presidenti degli Stati Uniti, in termini di carattere ed immagine pubblica. L’analisi di Mauro mi ha fatto riflettere, e devo dire che dopo averla letta dedico molta più attenzione alle immagini che mi capitano sotto gli occhi tutti i giorni (essendomi per altro reso conto di come, in una società delle immagini quale la nostra, essere incapaci di interpretare una fotografia significa, in pratica, essere degli analfabeti funzionali).

Con questo spirito, negli ultimi giorni mi sono trovato piuttosto spesso ad osservare ed a riflettere su una foto che ha fatto diffusamente parlare di se: quella di un maresciallo dei carabinieri (di cui non sono purtroppo riuscito a rintracciare le generalità) che fa il baciamano ad Ilaria Cucchi. Al termine delle mie elucubrazioni, sono giunto ad una conclusione: ritengo che essa sia una delle immagini più irritanti che mi sia capitato di vedere non negli ultimi tempi, ma nella mia intera vita.

So che questo potrà sembrare assurdo a chi mi segue da qualche tempo: mi hanno sempre toccato in maniera particolare i casi come quelli di Stefano Cucchi, in cui delle persone sono morte mentre erano “affidate” alle “cure” dello stato e di quelli che dovrebbero esserne i rappresentanti; ed a volte, anzi, a brutte storie del genere ho dedicato, io che odio utilizzare queste pagine per parlare di me, alcuni degli articoli più personali di questo blog (ad esempio questo, che parla di Federico Aldovrandi); lo spettro del giovane geometra romano, deceduto mentre si trovava nella sezione vigilati dell’ospedale Pertini (e, dunque, forse anche per colpa di alcuni miei colleghi, anche se oggi la verità processuale ci dice una cosa diversa), poi, era comparso qui in più occasioni, l’ultima, quando (in un post che non per caso di intitola Ora è una questione personale) avevo parlato di Sulla mia pelle, il film che ne ricostruisce gli ultimi giorni di vita in maniera dolorosamente perfetta.

Qualcuno, dunque, potrebbe pensare che io mi sia rallegrato o, addirittura, che sia stato felice, quando, lo scorso 14 novembre, la Corte d’Assise di Roma ha infine riconosciuto colpevoli di omicidio preterintenzionale Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due carabinieri che (possiamo dirlo, finalmente: la giurisprudenza è dalla nostra parte) picchiarono Cucchi fino a frantumargli due vertebre ed a ridurlo al mucchietto di sangue che era diventato quando vennero scattate foto (ed ecco che ci torniamo) come questa, assai famose ma comunque meno di quanto meriterebbero; che dovrebbe soddisfarmi il fatto che un rappresentante di quello stesso corpo abbia ammesso, in qualche modo, che la caparbia sorella di quel ragazzo aveva ragione, a dire che tra la caserma in cui Cucchi fu condotto in stato d’arresto e la stanza cella d’ospedale in cui morì qualcosa doveva essere successo, e che con quel gesto (che ha assicurato essere stato spontaneo e disinteressato, circostanza di cui non ho motivo di dubitare) abbia anche voluto in qualche modo presentarle delle scuse per tutto quello che ha dovuto passare, dalla mattina del 22 ottobre del 2009, quando qualcuno le telefonò per annunciarle che suo fratello era morto. Provate solo per un istante a mettervi nei suoi panni: Cristo, ogni volta che penso a qualcuno che mi butta giù dal letto per dirmi che mio fratello è morto, devo fermarmi un attimo a respirare.

Ad ogni modo, non ho intenzione di suscitare la vostra pietà; anche perché credo che essa sia un modo per anestetizzare la giusta rabbia che storie come quella di Cucchi dovrebbero provocare, e che una sentenza come quella di giovedì non dovrebbe cancellare, né attenuare: Cucchi non tornerà in vita, in conseguenza di essa, e che due uomini che hanno provocato la morte di un altro siano condannati per questo è non il massimo, ma il minimo che ci si può attendere, in generale e soprattutto in tempi in cui non si fa altro che parlare di “sicurezza” (dimenticandosi che in nessun posto come in una caserma o in un ospedale ci si dovrebbe sentire sicuri). Inoltre, pur riconoscendo che la faida e la sua versione più “socialmente accettabile”, cioè la pena di morte (diretta o nella sua forma dilazionata, l’ergastolo) siano delle aberrazioni che dovrebbero ripugnare qualunque essere umano dotato di un minimo di coscienza, non sono sicuro che il carcere, a cui Di Bernardo e D’Alessandro sono stati condannati, sia adeguato: e no, posate l’indignazione, non intendo dire che, nonostante le mie convinzioni, vorrei che fossero condotti al patibolo (no, non lo voglio). Ma fin troppe storie ci hanno dimostrato che in Italia le prigioni non sono altro che mezzi per sfogare la vendetta della “società dei buoni” contro i reprobi che hanno osato infrangerne le regole (considerate sacre di per se), e non degli strumenti per recuperarli, quei “reprobi”; in questo caso, per altro, non credo che le azioni dei due siano circondate dalla riprovazione popolare: si rischia quindi che i due ex militi (che come pena accessoria hanno ricevuto l’interdizione dai pubblici uffici: forse l’unica cosa buona in questa storia che non indosseranno mai più una divisa) escano dalla galera non “riabilitati”, ed anzi senza una percezione chiara di quanto sia grave ciò che hanno fatto. In altri termini, temo che i due possano finire col credere che l’errore non sia stato picchiare Cucchi, bensì picchiarlo troppo forte: questo anche perché in molti, ultimamente, si sono dati da fare per offrire loro tutta un’ampia gamma di scusanti.

Inciso: l’ultimo in ordine di tempo, ovviamente, è stato Matteo Salvini, che a chi gli chiedeva cosa ne pensasse di questa storia di omicido si è sentito in dovere di rispondere, dopo le parole di rito sul “chi sbaglia paga”, che lui combatte la droga. Come ho già fatto in passato, mi limito a sottolineare che chi ritiene indispensabile sottolineare, come se fosse un’attenuante, che ad essere ucciso era un drogato (e probabilmente un piccolo spacciatore) sta impicitamente mettendo sullo stesso piano l’omicidio e la tossicodipendenza: dovrebbe prendere fuoco per autocombustione ogni volta che prende in mano un crocifisso (se è vero che Cristo fa quest’effetto ai suoi avversari), altro che servirsene per andare a palazzo Chigi. Non ho intenzione di aggiungere altro su quella dichiarazione.

Ecco, forse è per questo che ho trovato irritante quella fotografia: perché essa stessa è una scusante, racconta una storia che sa di giustificazione; non tanto per i due suoi membri che hanno materialmente commesso l’omicidio che giovedì un tribunale ha sanzionato, ma per l’intero corpo dei carabinieri, che ancora una volta avrà un motivo (ridicolo: perché il maresciallo in questione dovrebbe rappresentare i carabinieri più di D’Alessandro e Di Bernardo? Perché il suo gesto dovrebbe valere più del loro?) per opporre all’ennesima storia di “morte per stato” la retorica della mela marcia. L’Arma è sana ma è fatta di uomini, e gli uomini a volte sbagliano.

E nessuno che si chieda mai, in queste situazioni, perché due carabinieri dovrebbero sentirsi tanto tranquilli a riempire di botte una persona che hanno arrestato, anche quando diventa evidente (perché ad un certo punto deve essere diventato evidente) che stanno rischiando di ammazzarlo.

14 thoughts on “Baciamo le mani

  1. attirato come l’ape golosa dal nettare della citazione, che cosa dovrei fare se non passare ad una nuova analisi puramente linguistica della foto di cui tu hai commentato tanto bene i diversi significati?
    ma prima due precisazioni, che servono a riassestare il contesto:
    1) i quattro medici che con le loro omissioni deontologiche contribuirono in modo determinante alla morte di Cucchi sono stati dichiarati colpevoli dalla sentenza, anche se di un reato diverso dall’omicidio preterintenzionale che ha portato in cella i due carabinieri, ma anche prescritto: questo significa che quel reato è stato effettivamente commesso, ma che lo stato non è più in grado di punirlo; naturalmente questo, in un paese civile, dovrebbe significare che il Ministro della Sanità – da cui i due dipendono – dovrebbe avviare un procedimento disciplinare per allontanarli dalla professione, come avvenuto per i due carabinieri direttamente nella sentenza; ma non succederà; lo dico con tutto lo sdegno residuo di uno che come preside rischiò la stessa fine per un reato totalmente inventato, come sancì la Cassazione alla fine di un calvario processuale di sette anni, ma per il reato vero di non avere soddisfatto le ambizioni professionali della moglie poco capace del Procuratore capo della Repubblica che insegnava nella sua scuola.
    2) la sentenza è soltanto di primo grado, ci sono voluti dieci anni per arrivarci, e potrà essere rivista e corretta nei prossimi due gradi di giudizio e per tutti gli anni che saranno necessari per arrivare in Cassazione.
    intanto, a proposito di carabinieri prosegue alacremente l’insabbiamento del caso di quello ammazzato a Roma quest’estate, che ha mostrato quanto profonda sia la contiguità ambigua dell’unità operativa coinvolta con il traffico di droga che devasta Roma e altre città della capitale.
    tutto finirà insabbiato, come insabbiato fu a Brescia il processo ai quattro finanzieri in borghese che inseguirono e uccisero a colpi di pistola un piccolo spacciatore ventenne tunisino, inventandosi di essere stati aggrediti con un coltello rivelatosi inesistente: ma era stato soltanto un regolamento di conti.
    ahi, ecco che sono dilagato ancora una volta, oltre i limiti della decenza; e a questo punto sposto la prosecuzione sul mio blog; del resto è giusto che io qui abbia commentato te e da me prosegua commentando la foto dal punto di vista del linguaggio visivo.
    https://corpus15.wordpress.com/2019/11/18/ilaria-cucchi-e-il-carabiniere-analisi-di-una-foto-bortoblog-44/

      • aspetta aspetta, ho letto che è una sentenza di primo grado e mi sono chiesto anche io come è possibile.
        riassumendo:
        1. 2013. processo di primo grado che assolse tutti, medici, infermieri e agenti penitenziari (inizialmente accusati del pestaggio)
        2. 2014, processo d’appello, che assolve di nuovo tutti.
        3. 2015, la Cassazione annulla l’assoluzione dei medici e riconosce invece come valida quella degli agenti penitenziari.
        4. 2016, nuovo processo di appello, che assolve i medici di nuovo
        5. 2017, la Cassazione annulla DI NUOVO l’assoluzione dei medici
        6. il giorno dopo il reato dei medici cade in prescrizione
        7. 2019. una dottoressa viene assolta e gli altri medici risultano prescritti.
        vengono condannati i carabinieri, per la prima volta.
        quindi per loro il processo è in primo grado, anche se per i medici era in secondo grado.
        altro che casta siete! processo tirato in lungo fino a che la colpevolezza accertata non ha avuto nessun effetto penale; e di quello disciplinare che sarebbe necessario a questo punto chi se ne frega…

      • Ah capperi è vero, ho confuso i due filoni! (Per altro mi sa che ci era stata un’altra inchiesta con un’altra imputazione).
        Lo riconosco. Spesso e volentieri facciamo schifo.

  2. Pingback: Ilaria Cucchi e il carabiniere: analisi di una foto – bortoblog 44 – cor-pus 15

    • Effettivamente c’è anche la componente di maschilismo da non sottovalutare. E poi, Cristo, ma dovrebbe sembrare una compensazione non dico per la morte di un fratello, ma per tutto quello che la signora Cucchi ha passato in seguito? Ma scherziamo?

  3. Se penso a come sono studiate e preparate perfino le foto dei cibi che finiscono sui libri di cucina, mi immagino che tutte queste immagini siano studiate e preparate a tavolino. Ho il sospetto che quel baciamano possa non essere stato sincero, ma forse sia stato suggerito da qualche esperto di marketing! D’altra parte anche Frassica nel ruolo del Maresciallo Cecchini in Don Matteo è uno spot pubblicitario per rendere più simpatica l’Arma dei Carabinieri….
    E’ tutto marketing!

    • Questo non lo so; di sicuro lo è stato l’uso successivo, fatto magari senza la volontà del singolo carabiniere coinvolto. Ciò che mi stupisce è che Ilaria Cucchi si presti a questa strategia.

      • Non riesco a ritrovarlo ma lessi in rete un interessante articolo di come i protagonisti di certi film e certe fiction (tipo Don Matteo) siano scelti proprio per far apparire le forze dell’ordine come amichevoli e simpatiche e far dimenticare i soprusi degli agenti nei casi tipo Cucchi o Genova. Non si occupava solo di Italia ma anche di cinema internazionale. L’autore dell’articolo mi colpì quando scrisse che nel film “Rappresaglia” del 1973 fu scelto Richard Burton per interpretare Herbert Kappler, perchè un attore bello, rendeva il nazista cattivo, un po’ meno cattivo… diciamo un po’ più accettabile che nella realtà. Non ricordo l’autore del pezzo e dove lo lessi ma mi sembrò un punto di vista a cui non avevo mai pensato… Poi magari mi sono sbagliato e tutto il pezzo era una boiata pazzesca…

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