Quando ero bambino questo blog era scritto meglio

L’altro giorno, mentre mi concedevo un pasto, deprimente per molteplici ragioni e sotto molteplici punti di vista, nella mensa dell’ospedale in cui sto lavorando in questi mesi, ho incrociato lo sguardo con un uomo che era in tutto e per tutto identico al professore che mi insegnò chimica quando ero al primo semestre della facoltà di medicina, undici anni fa ed a quasi seicento chilometri da dove sono ora; quel semestre, sia detto per inciso, fu l’unico normale della mia carriera universitaria, che sia maledetto il sei aprile del 2009 che, tra le altre cose, dette tutto un nuovo significato alla parola fuorisede.

Ad ogni modo, quell’uomo lì doveva essere un fratello, oppure un cugino con cui la genetica è stata particolarmente ironica, del professor B., per forza; allampanato, magro al limite della denutrizione (nonostante fosse venuto in quella mensa, apparentemente, per lo stesso motivo per cui ci vanno tutti), stessi baffi anacronistici, stesso aspetto stralunato, stessa miopia denunciata dagli occhiali a fondo di bottiglia che gli rendevano minuscoli gli occhi (ricorderò per sempre l’esilarante strabismo che il professor B. era costretto ad esibire, ad una classe che lo temeva ed irrideva allo stesso modo, tutte le volte che guardava l’orologio da sopra le lenti): l’avessi visto tracannarsi un caffè mentre scriveva formule chimiche su una lavagna per me enorme (ero ancora abituato a quella del liceo, perdonate), appuntamento fisso di tutte le sue lezioni, e non con in mano un vassoio assai sguarnito e con addosso un camice, mi sarei aspettato di sentirlo proferire da un momento all’altro, con accento romanesco riconoscibile anche se non spiccato (qualche volta ho pensato che il professore se ne vergognasse), una di quelle battutacce che l’avevano reso famoso, e che a distanza di oltre un decennio ancora ricordo; ad esempio, “queste specie chimiche si chiamano radicali… no Bonino, no Pannella” (ed intanto Pannella è morto, la Bonino è stata colpita da un cancro che ha rischiato di farle fare la stessa fine, ed oggi probabilmente nessun diciannovenne capirebbe quella freddura. Giusto per dire quanto sono cambiati i tempi).

Penserete che stia esagerando, e non posso né voglio far nulla per convincervi del contrario; ad ogni modo, vi assicuro che il mio primo istinto, quando ho visto quell’uomo, è stato quello di alzare la mano e dirgli buongiorno, come facevo ogni volta che incrociavo il professor B. nei corridoi della facoltà (che nel frattempo avrebbe fatto in tempo a cambiar nome ed a diventare un dipartimento con un’intitolazione inconcepibilmente lunga), anche dopo aver sostenuto con lui il terzo dei settantacinque esami che, alla fine, mi hanno portato a diventare medico, ed aver rimediato un trenta che, oggi, non credo essere stato meritato (ma d’altronde non posso dire di aver mai davvero meritato nulla di buono di quanto mi è capitato nella vita), e che allora, invece, mi riempì d’orgoglio. Per la cronaca, tutte le volte che ci incontravamo il professor B. prima rispondeva al mio saluto per educazione e poi, ricordandosi chi ero, tornava indietro per chiedermi come stavo e come andava il mio percorso di studi. L’ultimo volta che l’ho visto, con un sorriso eccessivamente largo, gli ho risposto: “Bene, sto preparando la tesi”. Sono felice di non averlo mai incrociato, nei mesi in cui Neurosurgery Kid si era impossessato di me.

Quando sono uscito dalla mensa, ho pensato di mandare un messaggio ad un mio amico (che so leggere queste pagine: quindi, non credo sia necessario che lo chiami per nome e cognome, perché capirà benissimo che sto parlando di lui), conosciuto in quella stessa aula dalle lavagne enormi; avrei voluto scrivergli qualcosa come: “Ho appena visto uno tale e quale a B. Chissà che fine ha fatto. Chissà se insegna ancora. Chissà se è vivo” (credo che fumasse, ed ahimé per deformazione professionale sono portato a credere che tutti coloro che lo fanno finiranno molto male). Se, alla fine, non l’ho fatto, è perché mi sono reso conto che qualunque forma avessi dato a quel messaggio, esso non avrebbe potuto che diventare, come questo post, d’altronde, nostalgico.

La nostalgia è un sentimento con cui ho sempre avuto un rapporto conflittuale: quando iniziai a scrivere su queste pagine, ad esempio, in un momento in cui pure ero molto diverso da come sono ora, seguivo assiduamente L’antro atomico del dottor Manhattan (ad Alessandro Apreda, il suo autore, guardavo anzi, e guardo ancora, come ad un esempio, e confesso che più volte gli ho invidiato lo stile e la freschezza della scrittura), un blog che faceva (e fa anche oggi) della nostalgia, sia pure di una sua versione “buona”, che non rinuncia allo spirito critico e ad un’abbondante dose di ironia nei confronti dei “bei tempi andati”, la sua ragion d’essere; d’altronde, uno dei primi post di Suprasaturalanx si intitolava La nostalgia colora di rosa anche la lama della ghigliottina, e più o meno in quei tempi embrionali scrissi pure un racconto, questo, che avrebbe dovuto forse chiamarsi Le disavventure della nostalgia. Il protagonista di quel racconto si chiamava Alessandro, e l’intera trama ruotava attorno ad una fissazione nostalgica che io ed il dottor Manhattan condividiamo (quella per Ritorno al futuro, su cui vi invito a leggere anche questo). E no, anche se li ho scritti cinque anni fa, quegli articoli non sono validi, e neppure passabili.

Col tempo, quel contrasto si è acuito. Credo che ciò dipenda due fenomeni che si stanno realizzando contemporaneamente, man mano che invecchio: da un lato, infatti, insieme con i miei anni aumentano anche i miei ricordi e, soprattutto, le versioni distorte dei miei ricordi, che sono il cibo spazzatura di cui la nostalgia si nutre e si ingrassa; dall’altro, il mio carattere peggiora di giorno in giorno (non dico che questa sia una legge di natura, ma capita così a me), e dunque provo un fastidio sempre maggiore, ad essere io pure vittima di un sentimento così mainstream.

Chiunque frequenti anche solo occasionalmente il mondo della cultura popolare (e quella filmica in particolare) si sarà infatti reso conto che da qualche anno a questa parte, puntare sul “fattore nostalgia” è l’unico metodo infallibile per essere premiati da un successo, se non strettamente commerciale, quanto meno di visibilità: non per caso, Joker, uno dei film più chiacchierati degli ultimi mesi, aveva per protagonista (senza che ce ne fosse alcun bisogno) un personaggio dei fumetti vecchio di oltre settant’anni, ed era ambientato negli anni Ottanta; e d’altronde, anche le operazioni di questo genere che non riescono a “sfondare” (penso, ad esempio, al remake di Ghostbusters uscito nel 2016), fanno ampiamente parlare di se, soprattutto grazie ad un nutrito gruppo di recensori che non vede l’ora di sottolineare che l’originale era senza dubbio migliore.

Non credo che qualcuno abbia analizzato se, ed in che misura, questo clima possa almeno contribuire a spiegare la proliferazione incontrollata di formazioni politiche (ahimè, tutte più o meno ammirate a vari livelli) che basano tutta la loro forza sull’evocazione di un passato falso quanto appetibile; l’esistenza di queste formazioni è, ovviamente, il motivo principale per cui oggi non accetterei (laddove in passato l’avrei fatto con fatica, ma l’avrei fatto) che qualcuno pensi che io sono nostalgico.

Anche perché, a ben vedere, non c’è praticamente nessun motivo per avere nostalgia di quel passato in cui il professor B. e le sue condensazioni aldoliche erano una presenza quotidiana: certo, allora ero più giovane di adesso, ma possedevo, forse, addirittura più difetti di quanti non ne possegga adesso; soprattutto, non avevo la minima coscienza della loro esistenza. Quando giunsi a L’Aquila, ero convinto che avrei dovuto spaccare il mondo, e non sapevo che, di lì a sei mesi, il mondo, nelle sembianze di un sommovimento del suolo, mi avrebbe rimesso al mio posto, tentando di spaccare me (con tanti altri ce l’ha fatta, e talvolta il “perché io no?” echeggia ancora nei recessi più oscuri della mia anima). Se ripenso a quel ragazzino, forse l’unica cosa che gli invidio è la rabbia, quella rabbia che Guccini ascrive all'”arsura sana degli assetati”; quella rabbia che unì me e l’amico che, nonostante questo articolo abbia abbondantemente superato le milletrecento parole, sono sicuro essere arrivato fin qui. Per il resto, solo un difetto di memoria (più doloso che involontario) potrebbe spingermi a dire: ah, non mi dispiacerebbe essere quello di quei tempi là (giacché si parlava di Guccini).

Personalmente, non credo che esistano passati diversi, passati che non siano ad un tempo spregevoli e patetici; e sono di sicuro passati di questa specie, quelli che evocano i politici che i giornali indicano come prossimi al trionfo, intrappolando chi non sa più che farsene dei propri ricordi in un’età dell’oro mitologica, in cui potevi mangiare Nutella a chili senza prendere un chilo e dormire con la porta aperta (certo, durante gli anni di piombo, te lo consiglio proprio).

Un’età dell’oro che finisce per diventare un carcere: perché, come insegna Camus, il tormento dei prigionieri è avere una memoria che non serve più a niente.

13 thoughts on “Quando ero bambino questo blog era scritto meglio

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  3. beh, credo non sia un caso che il “vintage” stia prendendo sempre più piede, da un po’ di tempo a questa parte. non ho ancora ben focalizzato se sia una questione di nostalgia o di riconoscimento della “caducità del recente”, nel senso più ampio del termine: dalla solidità degli oggetti non usa-e-getta ai limiti della tecnologia semprepiùperformante-sempremenodurevole-semprepiùdipendentedall’elettricità, dalla poca solidità culturale che sostiene l’essenza (in ambito editoriale, un esempio su tutti) alla velocità con cui passano mode e tendenze (chi si ricorderà tra 50 anni di drake, di ed sheeran, degli one direction, ovvero degli artisti che hanno venduto più album negli ultimi anni? confesso: non l’avrei mai saputo se non avessi visto questa roba ipnotica: https://www.youtube.com/watch?v=a3w8I8boc_I)

      • Penso che quella sia la canzone di Guccini che più mi rappresenta (anche perché Guccini è uno che molto mi somiglia): io spesso sono uno “con la sete mai appagata di chi starnazza e non vuol volare” e sono SEMPRE “chi aspetta sempre l’inverno per desiderare una nuova estate”.

    • Secondo me c’è molto di politico, in questa tendenza: non crediamo più per nulla al presente e, dunque, ci volgiamo al passato. Anche perché cerchiamo, in tempi insicuri, rassicurazione: i gruppi che hai citato sono tutti I love you e baci baci, certo so che è sempre stato così, ma dove sono, oggi, gli outsider alla Rage against the machine? O, per stare più terra terra, alla Modena City Ramblers?

  4. Ogni volta che leggo un tuo post mi sembra di essere dallo psicoterapeuta. Hai perfettamente ragione: sicuramente i nostri alter ego ventenni avevano più difetti, ma anche più fame e passione. E, comunque, resterò sempre “uno degli amici di Lucio”.

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