La Verità ci farà schiavi

Lo ammetto: da appassionato lettore di Borges ed Eco, non ho mai realmente compreso tutto il discorso (che è piuttosto, ora che ci penso, un coacervo di monologhi che di tanto in tanto si intersecano, senza influenzarsi realmente a vicenda) sorto intorno all’argomento fake news, che pare interessare tanti miei concittadini e, segnatamente, quelli che, con la tipica subordinazione dei colonizzati, abbiamo imparato a chiamare col termine inglese opinion maker; tanto il grande narratore argentino, quanto l’intellettuale di Alessandria, infatti, mi hanno insegnato una verità che, a furia di sentirla ripetere da loro, ho finito per considerare autoevidente: il linguaggio è lo strumento che serve agli esseri umani per mentire. Eco, per altro, credo abbia scritto queste precise parole, o altre, comunque molto simili, in uno dei suoi libri più “specialistici”.

Alla luce del mio voluttuoso interesse per questi due grandi scrittori, e compiendo l’errore tipico di chi crede che tutti abbiano gli stessi gusti e le stesse esperienze e, dunque, vedano il mondo allo stesso modo, ogni volta che sento qualcuno elencare tutti i mali connessi al diffondersi incontrollato delle fake news, non posso fare a meno di chiedermi: ma, stante che probabilmente diciamo bugie fin da quando, come specie, abbiamo iniziato a comunicare, perché tanti paiono stupirsi del fatto che lo facciamo anche quando comunichiamo su Internet? Perché, anzi, in tanti sembrano quasi essere convinti che la menzogna sia nata con Internet e, in particolare, quando nella nostra vita hanno fatto irruzione i social network (cui attribuisco svariati difetti, ma certamente non questo)? Mi sembra fosse Noam Chomsky che, negli anni Settanta (assai prima, insomma, che Matteo Renzi proponesse di riconoscere tra i diritti fondamentali dell’uomo quello di avere un profilo Facebook. State buoni, è una battuta), scriveva che gli sembrava assai più sensato informarsi sulla Pravda, che sul New York Times: almeno, della prima si sapeva che scriveva solo falsità e, dunque, bastava credere il contrario di quanto riportava; il secondo, invece, mescolava abilmente realtà e finzione (come un racconto di Borges, aggiungo io) e, dunque, risultava assai più difficile da interpretare.

Forse, questo aneddoto non è vero (ma ciò non significa che Internet sia una landa in cui ogni cosa che viene affermata diviene vera per qualcuno: significa solo che io sono troppo pigro per controllare); come mi è già capitato in passato di dire in altri casi simili, ritengo tuttavia che sia troppo bello per preoccuparsi della sua veridicità. Esso spiega pure, per altro, le motivazioni sottese ad uno degli atteggiamenti che più mi infastidiscono riguardo le fake news: e cioè, il costante tentativo dei giornalisti, e particolarmente di “quelli seri”, di buttarla in caciara ogni volta che si parla dell’argomento.

In effetti, la stessa invenzione dell’espressione fake news (anch’essa mutuata dall’inglese, in effetti) è un modo per buttarla in caciara, visto che significa mettere un vestito nuovo ad un concetto assa antico, che in Italia aveva già trovato una sintesi nel lemma bufala, al solo scopo di trasformarlo (potenza del linguaggio, giacché ne parlavamo) in qualcosa di apparentemente recente onde far appassionare/affezionare ad esso il pubblico; e, quando ho visto quella locuzione esplodere, polarizzando i giudizi, monopolizzando i titoli dei giornali, riempiendo i talk show, intasando le bacheche Facebook e Twitter della “gente giusta”, diventando un modo di dire passepartout (e, dunque, privo di ogni concreta possibilità di incidere sul mondo reale), ho subito pensato che con essa la classe dei cronisti stesse tentando di ripetere l’operazione, coronata da successo, che aveva messo in atto con la parola femminicidio, rubata ai movimenti femministi: ossia, trasformarla in un mantra da ripetere in continuazione (anche, soprattutto nelle occasioni sbagliate) allo scopo di anestetizzarla e renderla un genere letterario (spiegavo come qui, in tempi in cui gli dei ancora mi benedicevano col dono della sintesi).

Per quanto attiene ciò di cui questo post si occupa, credo che le motivazioni di una tale risemantizzazione siano evidenti: i grandi giornali sanno di avere parecchi scheletri nell’armadio, cadaveri dell’etica giornalistica sacrificati ad un dio che potremmo chiamare “dai la notizia grossa/buffa/popolare e dalla subito” (fatevi un giro sul blog di Paolo Attivissimo, scansando magari le recensioni entusiastiche della Tesla di Musk, se non credete a me); e d’altronde, anche qui, non vedo cosa ci sia di sorprendente o scandaloso: se il linguaggio serve a mentire, perché il linguaggio giornalistico (che, per altro, non è una forma particolarmente raffinata di linguaggio) dovrebbe fare eccezione? Ed inoltre: fake news significa notizia falsa. Chi ci aspettiamo che ci dia una notizia, vera o falsa che sia, se non un giornale?

Ora, intendiamoci: io non credo che essere esposti alle menzogne costantemente (nel senso più stringente che si possa dare a questo avverbio: con la diffusione del 4G e del WiFi, esse possono raggiungerci davvero in ogni momento) non sia un problema; credo semplicemente che di esso si sia parlato a volte in malafede (d’altronde, se si discute sui grandi media di un problema dei grandi media…) e comunque quasi sempre con superficialità: a mia memoria, ben di rado (almeno a livello di “grande distribuzione”) si è cercata di alimentare la discussione sul fatto che il “cambio di passo” della “fabbrica delle menzogne” sia responsabilità non di Internet ma, come accennavo, della pervasività di Internet, nonché della sua progressiva trasformazione in un centro commerciale aperto ventiquattro ore su ventiquattro, tutto l’anno, ed in cui la concorrenza è spietata; sulla bolla di filtri che fa sì che le fake news non solo colpiscano, ma immergano gli utenti; sulla necessità di trovare soluzioni che vadano oltre il semplice debunking, che non solo si limita ai fatti nudi e crudi e non ricerca le ragioni profonde per cui le persone credono alle fake news, ma spesso e volentieri si trasforma in un’arma con cui i potenti cercano di abbattere chi a loro si oppone (ad onor del vero, di questi due argomenti si è occupato il sempre stimabile Mariano Tomatis: potete ad esempio leggere questo suo articolo, o ascoltare questa sua conferenza).

Soprattutto (ma qui credo che torniamo nuovamente alla malafede) nessuno ha mai evidenziato che, grazie a quella che ho chiamato “fabbrica delle menzogne”, si sono arricchiti (se non altro, di un’indebita autorevolezza), non solo i menzogneri, ma anche quelli che vengono grottescamente presentati come paladini della verità.

Ho sempre paragonato questi personaggi a dei bulli che vanno in giro per una spiaggia ad abbattere i castelli di sabbia in cui altri bambini (sicuramente, meno “avveduti” di loro) credono vivano delle bellissime principesse e dei cavalieri senza macchia e senza paura: incapaci di comprendere che esistono motivi diversi dalla credulità per credere, e che non tutte le credenze irrazionali sono parimenti deleterie, questi individui hanno un’idea della cultura che trovo francamente aberrante. Ne posseggono certo molta, intendiamoci (e sarebbe difficile non accorgersene, visto che non mancano di esibirla anche quando non viene loro richiesto), ma la considerano come una specie di passaporto per una condizione elitaria ed aristocratica, cui il “normale popolino” può guardare unicamente con deferenza e rispetto: questa visione del mondo non solo cancella la semplice constatazione che non sta alla tecnica, ma alla politica prendere le decisioni, ma trasforma uno strumento potenzialmente liberatorio in uno strumento oppressivo. Questo, verosimilmente, è il motivo principale per cui non sopporto Burioni ed epigoni; o, almeno, così credevo fino alla settimana scorsa, quando David Puente (che si occupa di bufale su Open) ha pubblicato in un tweet (di cui sono venuto a conoscenza grazie a questo commento di un suo “collega di piattaforma”) il suo punto di vista riguardo l’orribile sorte toccata a Daniela Carrasco, in arte la Mimo.

Per chi fosse stato abbastanza fortunato da perdersi la faccenda: da circa un mese il Cile è agitato da proteste di piazza, che hanno portato alla proclamazione del coprifuoco ed al dispiegamento delle forze militari in strada (cosa che nel paese sudamericano non accadeva dai tempi di Pinochet); a queste proteste ha partecipato anche la Carrasco, artista di strada di trentasei anni, che una sera viene fermata dalla polizia, scompare, e viene ritrovata la mattina dopo impiccata ad una recinzione, con addosso, apparentemente, segni di tortura.

Molti attivisti cileni avevano già denunciato, da quando la protesta è esplosa, numerosi episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine, in particolare contro le donne; la morte della Mimo, dunque, appare come la tragica tappa finale di un’escalation, e molti, cileni e non, chiedono a chi di dovere di fare chiarezza. Ecco, Puente ha trovato questa richiesta fuori luogo, ed ha invitato chi aveva preso a cuore questa storia a “non farsi prendere dall’emotività”: come se inorridire e rabbrividire non fosse la reazione più umana, di fronte ad una notizia del genere (ne avevo già parlato qui); come se la storia (cilena, nostrana… di ogni posto del mondo) non insegnasse che una violenza poliziesca è non solo possibile ma, in certi contesti, probabile, e che dunque è più che lecito farsi venire almeno un sospetto.

Alla fine è venuto fuori che forse Puente aveva ragione, e che la Mimo potrebbe essersi suicidata; i suoi familiari hanno comunque richiesto degli accertamenti per escludere che sia stata torturata (ricordiamoci, comunque, che esiste una lunga storia di suicidi per interposta persona).

Tutto questo, ad ogni modo, non cambia assolutamente il giudizio che ho su quel tweet: esso è vergognoso. Perché non solo dimostra una freddezza che rasenta quasi il cinismo (mi raccomando, di fronte al cadavere di una ragazza neppure quarantenne non fatevi perdere dall’emotività), ma contiene un’idea della verità che non esito a definire autoritaria: perché se anche per formulare ipotesi e dubbi bisogna essere in possesso di dati certi, allora dove va a finire il processo di ricerca? Che alternativa abbiamo allora, se non quella di affidarci ad un’autorità, per decidere cosa è vero, e cosa no?

E questo dimostra che, in effetti, le fake news di danni ne hanno fatti, e parecchi; uno dei peggiori, verosimilmente, è stata la nascita del movimento anti fake news.

O, piuttosto, la religione anti fake news.

17 thoughts on “La Verità ci farà schiavi

  1. insomma, per dirla con uno slogan: siamo tutti autori di fake news, anzi forse siamo noi stessi delle fake news, e nessuno è meno fake news di altri; semmai è la misura del fake che conta qualcosa.
    posso citarmi? (ma non so più dove l’ho scritto): scoprire una bugia è ancora possibile qualche volta, ma scoprire una verità è molto più difficile.
    anche Socrate mentiva quando diceva di “sapere” di non sapere: poteva dubitarne soltanto, perché per sapere positivamente di non conoscere la verità, bisognerebbe saperla, e la contraddizione è insanabile, evidentemente.

    ciao, buona giornata.

    • Certo, non ho voluto neppure toccare le molte implicazioni filosofiche che l’impianto pedestre della discussione su questo tema calpesta. Ad un livello più meramente empirico, comunque, il problema è appunto un ritorno ad una verità fatta dalle auctoritates, a cui si può solo guardare con speranza e fede. Forse si inserisce in quel quadro di progressiva lotta alla ricerca di cui parlavi qualche post fa.

      • ti dirò, caro Gabriele, che quando sento che qualcuno di quelli che sbandierano il rosario e ha grande consenso politico, si offende se sente dire che Gesù era ebreo, capisco che siamo, io, ma aggiungo anche te, del tutto non all’altezza della comicità surreale della situazione, e immagino anche i molto beoti che gli daranno ragione…
        d’altra parte bisogna anche ammettere che da quando la fisica quantistica ci ha dimostrato che la struttura del mondo è assolutamente incomprensibile ad una comune intelligenza, credere nelle proprie capacità razionale assomiglia sempre di più ad una scommessa sconsiderata-

  2. Pingback: siamo tutti fake news? (siamo tutti falsi? falsi d’autore?) – bortoblog 46 – cor-pus 15

  3. “Fake news” è da considerarsi “falsa informazione”, più che letteralmente falsa notizia, e mentre nei decenni scorsi era ad appannaggio dei “mass media”, ora la falsa informazione è in mano al mondo politico, proprio perché non è più strettamente necessario passare per un “giornale” per far conoscere le proprie idee, ma basta connettersi ad un canale social qualsiasi, di fatto bypassando a piè pari i mass media come li abbiamo intesi fino a poco tempo fa.

    Il TG ha detto, citando i dati ISTAT (spero che almeno i numeri siano “sinceri”, essendo numeri) che l’occupazione è aumentata, e che la tassazione media annuale è calata (di pochi decimali, ma è calata).

    Ma ecco che il politico di turno comunica che “la disoccupazione galoppa e le tasse aumentano”, in ovvia contraddizione con il dato numerico. E la gente crede più a questa fesseria che al dato numerico reale.

    Secondo me ci vorrebbe qualcuno che, coraggiosamente, dicesse loro: ma che caxxo stai dicendo? Ma non lo fa praticamente nessuno, e coloro che lo fanno vengono visti come esseri in via di estinzione. O da confinare in programmi televisivi di nicchia.

    • Ed il “che cazzo stai dicendo?” chi dovrebbe dirglielo, se non un giornalista? Vedi bene quindi che torniaml sempre allo stesso punto.

      Riguardo i numeri: sì e no. Non devo certo dirlo a te che sei uno statistico :-), ma è possibile costruire le indagini per far dire ai numeri quel che si vuole. Per dire: l’occupazione è sì in aumento… ma fai conto che per quelle statistiche viene considerato occupato chi, anche senza percepire alcun compenso ha lavorato, se non vado errato, un’ora (o otto: comunque molto poche) in un mese. E sulla tassazione, i dati sono spesso stati “piegati” per dire che è la più elevata d’Europa, quando invece è in linea con gli altri stati.

    • Rinforzo il concetto: ai numeri si può fare dire quello che si vuole. Che l’occupazione aumenti di per sé non significa nulla se non si aggiungono ad esempio informazioni sulla tipologia o sulla qualità del lavoro, ma tant’è.
      A parte ciò, mi hai fatto riflettere che in effetti io mi comporto con Libero come Chomsky con la Pravda…

      • “l’occupazione aumenti di per sé non significa nulla”

        Ma se dicono che diminuisce allora dovremmo fare lo stesso ragionamento, ed invece ci si strappa i capelli.

        Se aumenta, significa che aumenta.

        Se dicono (l’ISTAT) che i contratti a tempo indeterminato aumentano, significa che aumentano.

        Ed il politico non può andare in TV a dire che l’occupazione diminuisce.

  4. non so perché, caro gaber, le notificazioni dei commenti sui blog altrui sembrano estinte su questa piattaforma; lo dico per spiegare il ritardo della mia risposta.
    non so bene a che frase ti riferisci, del resto una è più pazzesca dell’altra.
    il consigliere leghista che si è dichiarato offeso perché la Segre ha ricordato che Gesù era ebreo è di Trieste, un tempo capitale culturale o quasi nella Kakania di Musil.
    che la fisica quantistica sia incomprensibile è nozione comune; da ultimo lo ribadisce il premio nobel per la fisica Libermann nel suo libro fià vecchiotto La particella di Dio, che ho riletto in questi giorni visto che è riemerso dagli scatoloni in cui stava sepolta la mia biblioteca; del resto di questa torale irrazionalità della struttura profonda del reale, come ricostuita dai fisci, facciamo esperienza diretta ogni volta che ci avviciniamo all’argomento.
    la frase finale, che ne trae le conseguenze (se si corregge un piccolo refuso) è ovviamente mia, e me ne assumo ogni responsabilità in questo mondo dove la irrealtà dilaga, e siamo soltanto all’inizio.

  5. Ti riferisci a Chomsky e all’affermazione che quell’aneddoto sia troppo bello per preoccuparsi dell’autenticita’? Mi trovi d’accordo. D’accordo se si tratta di questioni che non possono essere verificate, ma quando cio’ e’ possibile… perche’ no?

    Bel post. Davvero belle riflessioni (quella iniziale sul linguaggio e quella conclusiva). In qualche modo (ma sono noioso di mio), mi riporta ancora a Jesi e all’idea di mitizzazione. “Mitizzazione” e’ forse un passo troppo oltre, ma la direzione mi pare quella: l’idea che la “verita'” debba essere una meta, non una ricerca, dunque, che vi siano dei punti fermi (di arrivo o di partenza).

    Il problema mi ricorda un po’ i “cospirazionisti” e quelli che vedonono (meglio: sono accusati di vedere) ovunque delle verita’ occultate (ad esempio, sull’11 settembre). Questo per due ragioni: a) perche’ questo approccio muove proprio dallo spirito di investigazione (debunking, in qualche modo) di un verita’ apparente che tuttavia si ritiene falsata; b) perche’ (come le fake news), finisce per produrre una ricostruzione alternativa degli eventi, che potrebbe essere falsa di per se’ (e richiedere un corrispettivo debuking “ufficiale”).
    Forse il problema e’ che sono venuti meno criteri interpretativi affidabili? (o che sono diventati troppo complessi da utilizzare).

    Perche’, per tornare alla mia mania per le citazioni, come diceva il buon Lincoln “il problema di quel che si legge on-line e’ verificarne l’autenticita'”
    https://www.quoteswave.com/picture-quotes/116936

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