Un punto di vista (e un po’ di memoria)

Alcuni anni fa, prima di assurgere nuovamente, anche se per motivazioni sbagliate e largamente surrettizie, agli onori delle cronache, Daniele Luttazzi (che è laureato in medicina) conduceva una vita straordinariamente simile a quella attuale del sottoscritto, facendo silenziosamente il suo lavoro e gestendo, credo in prima persona, un blog; l’unica differenza tra me ed il Luttazzi di quei tempi, a ripensarci adesso, è che il suo blog aveva uno straordinario successo, sebbene in seguito motivazioni tecniche legate all’evoluzione (ma forse sarebbe meglio dire all’involuzione) della Rete abbiano finito per cancellarlo. Mentre quello su cui state leggendo questo scritto vive e prospera (si fa per dire): nel caso aveste bisogna di una prova ulteriore della senescenza di Internet.

Ad ogni modo, quello spazio fu il primo luogo sul Web in cui, sia pure col mio nome e cognome, presenziai come autore; e fu anche la tribuna di cui Luttazzi si servì per diffondere, oltre ad una serie di post intrisi di acredine nei confronti di Silvio Berlusconi (acredine comprensibile, intendiamoci, ma che credo finì per instillare anche nei suoi fan un’idea sbagliata del perché si dovesse combattere il Cavaliere), numerose note ed appunti che non mi sarebbe dispiaciuto se avesse raccolto e pubblicato in un libro che avrebbe potuto intitolarsi, che so, Il mestiere di comico.

Trovai assai interessante la lettura di quelle riflessioni, al tempo, e penso che nessuno, almeno in Italia, abbia mai raggiunto un simile livello di approfondimento etico e teorico sul tema della comicità; i punti di vista di Luttazzi mi influenzarono a tal punto che quando, anni dopo, tentai con risultati risibili (potete accertarvene voi stessi andando a leggere o, peggio ancora, a rileggere i post raccolti sotto questo tag, se ne avete il coraggio) di applicarmi alla sua professione, ne feci un pilastro del mio agire: per dire, fu nei testi (che forse sarebbe meglio chiamare ipertesti) pubblicati sul suo blog che Luttazzi propose e chiarì la distinzione tra satira e sfottò fascistoide, di cui ho parlato tante volte su queste pagine (la prima e più importante, presumibilmente, qui); e fu sempre lì che espose un concetto che mi torna in mente tutte le volte che si parla di Checco Zalone, e che credo spieghi perfettamente perché io lo trovi fastidiosamente divertente fin dalla prima volta che lo vidi calcare un palcoscenico che, se non vado errato, era quello di Zelig, o comunque, di un simile raccoglitore comico televisivo (a cui, riconosciamolo, dobbiamo parecchie delle piaghe che hanno afflitto il nostro paese negli ultimi anni).

Parlando infatti di “cosa fa ridere in una battuta” e del “luogo comune ‘l’idea è la stessa!'”, Luttazzi scriveva infatti queste parole (che posso riportare fedelmente grazie a questo sito, che ha recuperato quasi tutti i post del suo blog):

ciò che fa scattare la risata è LA TECNICA della battuta, non il suo contenuto […]. Il contenuto serve alla salienza e predispone l’animo alla risata, ma è la tecnica (il timer) a farla esplodere.

Credo sia perché, sia pure ad un livello superficiale e, per così dire, istintivo, Zalone conosce e sa applicare la tecnica di cui Luttazzi parla, che riesce sempre a strapparmi una risata, ogni volta che lo vedo comparire in televisione, spesso in contesti così improbabili da suscitare di per se un sorriso, quanto meno di compatimento (d’altronde, se hai uno che moltiplica per tre o per quattro gli indici di ascolto, non è che puoi schifarlo solo perché vuoi proporti come “programma di cultura”): mette le parole al posto giusto, le pronuncia con la giusta inflessione, sa quando accelerare, quando rallentare e, addirittura (pregio raro, nel mondo della comicità) quando fermarsi, per far rifiatare il pubblico e per consentire alla sua spalla (di solito, il presentatore del programma che lo ospita) di fornirgli “l’innesco” per la battuta successiva. La quale finisce spesso per suonare autentica, nonostante, come sa chiunque abbia masticato abbastanza televisione da averne compreso anche poco la grammatica, debba per forza essere stata studiata e preparata con largo anticipo. Zalone, in questo, è la prova perfetta che per far ridere non importa cosa dici, ma come lo dici: e a dimostrarlo sta il successo di cui hanno goduto i quattro film che ha mandato al cinema (con un quinto, Tolo tolo, in uscita oggi), nonostante i loro numerosi problemi di scrittura, nonché il fatto che il pubblico gli abbia sempre perdonato senza eccessiva preoccupazione una sostanziale incongruenza tra ciò che il suo personaggio vorrebbe essere e ciò che il suo personaggio realmente è.

Un esempio lampante di questa contraddizione si può avere andando a leggere il testo di Immigrato, la canzone utilizzata per pubblicizzare proprio Tolo tolo: come in molti altri casi (penso a Gli ominisessuali, ad esempio), in essa Zalone sceglie di utilizzare un argomento di “pubblico interesse” come traino per le sue commediole; tale scelta, tuttavia, fa a pugni con il personaggio che interpreta fin dalle prime apparizioni televisive, che si chiama appunto Checco Zalone (il vero nome del comico è infatti Luca Medici). Questi è uno squinternato cantante neomelodico, disposto a servirsi di ogni mezzuccio pur di raggiungere la fama; Zalone è la rappresentazione di quello che una volta si sarebbe chiamato l’italiano medio, è ignorante, gretto, arrivista, avido ed approfittatore. A sentire l’autore (che tuttavia è impossibile prendere sul serio, visto che non esce mai dal personaggio), ed a leggere quanto hanno scritto alcuni critici, anche illustri, in questo modo egli vuole mettere alla berlina tale tipo umano: nobile intento (era quello della commedia italiana, in fin dei conti), ma tale critica, quando presente, è talmente sfumata da risultare spesso impercettibile. Immigrato, è stato detto, irride l’odio intriso di terrore che il piccolo borghese italiano prova verso gli stranieri, allo stesso modo in cui Gli ominisessuali avrebbe dovuto prendersela con chi scrive canzoni sugli omosessuali senza conoscerli in alcun modo (l’ispirazione, pare, erano Anna Tatangelo e la sua Il mio amico); tale scopo, tuttavia, non è così trasparente, e la canzone finisce per diventare l’ennesimo campionario di luoghi comuni sui migranti (chiedono l’elemosina, piacciono alle donne italiane più dei connazionali…).

Non voglio dire che Zalone sia razzista; più che altro, che non è così diverso da tanti comici insignificanti che affollano televisioni, cinema e schermate di riproduzione di YouTube. Non che ciò sia meglio: facendo in questo modo, Zalone sfugge alla responsabilità (a volte pesante) che deriva dall’aver fatto una battuta; questa responsabilità, e qui torniamo a Luttazzi, è ciò che differenzia la satira dalle altre forme di comicità, perché la satira ha il coraggio di farsi interprete di un punto di vista. In secondo luogo (e questo è probabilmente l’aspetto peggiore) Zalone conferma i pregiudizi di una larga fetta del suo pubblico.

È infatti un dato di fatto che la maggioranza di coloro che lo ascoltano ed apprezzano assomigliano a Zalone; probabilmente, anzi, lo seguono perché gli assomigliano (mi riferisco ovviamente al personaggio, non alla persona), perché sono ignoranti, gretti, arrivisti, avidi ed approfittatori. Come molte delle cose che Zalone ha fatto in passato (ed ecco che torniamo alla sua bravura…), Immigrato ha suscitato polemiche; gli “zalonisti in buona fede” (tra cui anche qualche nome noto, come Fiorella Mannoia) hanno giustificato gli intenti di Zalone sottolineando quello che per loro era un ovvio intento satirico. Tutti costoro hanno secondo me peccato di superficialità nell’analisi, considerando solo la fonte e non il bersaglio della comunicazione. È un po’ lo stesso problema del Giornale che pubblica il Mein Kampf, o della pubblicazione delle “vignette di Maometto” che piacevano tanto a Calderoli: posso anche credere alle buone intenzioni di chi mette in atto queste operazioni (oddio, del Giornale e di Calderoli insomma…), ma quel che è sicuro è che molti di quelli che le ricevono non le coglieranno e, anzi, si limiteranno a coglierne quel che è necessario per rinforzare le proprie visioni del mondo.

Potete sostenere che possono esserci molti motivi per scrivere una canzone come Immigrato (e per girare un film come Tolo tolo, di cui ovviamente non posso dire nulla non avendo ancora avuto la possibilità di vederlo… ma penso di aver dato abbastanza possibilità al comico pugliese), e che Zalone in fondo in fondo (ma bisogna scavare molto, per trovare questo fondo) tiene in camera il poster di Carola Rackete; ma molti di coloro che ascolteranno la prima e guarderanno il secondo non coglieranno la sua fin troppo sottile ironia di Zalone.

E non la coglieranno perché sono razzisti.

La satira è un punto di vista e un po’ di memoria.

6 thoughts on “Un punto di vista (e un po’ di memoria)

  1. non credo che andrò mai a vedere un film di Zalone, che del resto non conosco assolutamente, ma ti ringrazio di avermi dato qualche motivo più che dignitoso per questa scelta; diciamo meglio che erano tutte cose che intuivo oscuramente, per come se ne parla nei media, e che ora stano squadernate bene e ben argomentate davanti a me.
    colgo lo spunto per una confessione autobiografica: la comicità italiana in genere non mi fa assolutamente ridere; non so se è un fatto genetico come l’arrotolamento della lingua, dove invece riesco benissimo, o culturale – ma propendo per questa seconda interpretazione per via della mia formazione parzialmente tirolese.
    è universalmente noto, infatti (tranne che agli italiani), che la cosiddetta comicità italiana, che in genere si riduce ad una aggressione con parolacce e sfottò a qualcun altro, non viene assolutamente capita all’estero e infatti i nostri film comici non sono esportabili: uno spettatore normale non italiano infatti non trova nulla di divertente nell’aggressione a qualcun altro, mentre gli italiani la trovano divertentissima.
    ammetto dunque volentieri che Zalone non è un caso speciale, ma solo un esempio di una cosa che accenni anche tu in questo post: cioè che la nostra comicità ha molto a che fare con i nostri mali nazionali e col nostro delirio aggressivista che da secoli inquina la nostra vita pubblica e privata.
    così considererei volentieri Crozza una dei peggiori criminali che abbiano calcato le scene televisive, se non fosse che in genere aggredisce stando dalla mia parte, e dunque – amaramente confesso – quando lo guardo mi diverto anche io, se non altro per la larga componente italiana della mia formazione.
    ma questo rischio, certamente, con Zalone non lo corro, e dunque sono sicuro che a vedere questa comicità con un piede in due scarpe, mi incazzerei soltanto.
    (buon anno)

    • Condivido il fatto che pochi comici italiani facciano ridere, ma non condivido affatto che la sola comicità italiana attacchi qualcuno: anzi, mi sembra che la comicità italiana sia spesso edulcorata a livelli patologici, e pensata per essere rassicurante, e che anzi questo sia il solo modo in cui pare che possa essere; da ciò, ovviamente, escludo gli attacchi banali alle solite categorie bersaglio (immigrati, donne, omosessuali… bionde e carabinieri, se è per quello, ma senza che ciò costituisca reale motivo di critica, e sì che per i carabinieri ce ne sarebbero di cose da dire). Per il resto, la stand up comedy americana è fatta di attacchi, e d’altronde Aristofane non si vantava di “attaccare chiamando per nome” le persone? Ciò che davvero dovrebbe fare il discrimine (ed anche questa è un’idea che mi viene da Luttazzi) è chi attacchi, e perché.

      • eccoci a uno dei nostri dissensi (costruttivi, dici tu, bontà tua).
        non conosco la stand up comedy americana, però da qualche cosa vista nel passato posso ammettere che da quelle parti circoli abbastanza aggressività, bonaria però; e prescindo per il momento da Aristofane, ma lo riprenderò.
        vengo ai grandi comici classici della storia del cinema, da Chaplin a Buster Keaton, dalla coppia Hardy Laurel, a Tati e a Belushi, o tra i recenti a Jim Carrey o mister Bean; ma per restare in Italia a Totò: ti risulta che mai in loro la sostanza della comicità stia nella satira o peggio nel sarcasmo sugli altri? anzi, la sostanza della vera comicità sta nell’autoironia.
        proprio questa autoironia manca completamente nella comicità pecoreccia italiana.
        che poi uno degli aspetti della comicità stia anche nell’ironia verso gli altri è vero; ma in Italia sembra che si sia persa la capacità di distinguere tra l’ironia e l’offesa, così che c’è un interscambio continuo tra le due categorie: offese sanguinose e imperdonabili, lesive dell’umanità, vengono fatte passare per scherzetti innocenti, e viceversa ironie sofisticate e sottili passano per offese sanguinose.
        quindi non accetto l’idea che il vero umorismo è quello che attacca i nostri nemici, anche se ammetto che mi fa piacere godermelo.
        e Aristofane, allora? domandi giustamente tu. hai le tue ragioni, ma se fosse proprio lì l’origine di quella tradizione della comicità come strumento di attacco politico diretto e violento?
        ma, senza scomodare Aristofane, pensiamo a Dario Fo e alla sua comicità politica indubbiamente aggressiva.
        be’, lì attorno a quegli anni, si teorizzava che quel tipo di comicità era legittimo se attaccava il potere, ma diventava squallido se serviva ad attaccare i poveracci; su questo ci potremmo ritrovare, con le tue conclusioni.
        io direi che la comicità più autentica è quella rivolta a se stessi, ma che, quando è rivolta ad altri, è comico l’attacco al potere, squallido l’attacco agli oppressi, e in questo caso non so tratta di comicità, ma di violenza verbale.

        • Che è proprio la distinzione che diceva Luttazzi tra satira e sfottò fascistoide :-). Comunque, penso che ci sia un problema di fondo: la comicità e la satira non sono la stessa cosa. E forse è per questo che prende un abbaglio chi interpreta le canzoni e i film di Zalone con quella categoria.

  2. sono d’accordo sulla fondamentale distinzione che hai introdotto, tra satira e comicità; e a me pare che l’Italia abbondi di satira, ma non di comicità.
    e forse servirebbe anche un’ulteriore distinzione fra umorismo e comicità.
    ma siccome col resto del commento dilagherei in maniera forse poco opportuna, continuo da me.

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