Ci si perde

Perché, ad un certo punto della loro storia, gli esseri umani hanno sentito il bisogno di costruire quell’edificio, così carico di significati simbolici, che chiamano (che chiamiamo) casa?

Molte sono le risposte, tutte egualmente soddisfacenti, che qualunque persona dotata di un minimo di buon senso potrebbe trovare per questo interrogativo. Alcune, per quanto veritiere, sono assai banali (per non soffrire il freddo); altre colgono forse più in profondità l’intrinseca contraddittorietà dell’essere umano (per stare da soli e, contemporaneamente, in compagnia; per non dover dividere spazio e risorse con gli altri uomini, a loro straordinariamente simili in tutto, anche nell’egoismo…): tutte, comunque, poggerebbero sull’assunto che non vi è nulla di misterioso nel fatto che praticamente tutta l’umanità, probabilmente, anche quella nomade, viva (o vorrebbe vivere) in ripari artificiali, più o meno estesi spazialmente, dotati di un qualche tipo di separazione dall’ambiente esterno, ed in cui non sta bene entrare senza permesso.

Io stesso, fino a poco tempo fa, e pur sapendo quanto sia pericoloso applicare questa categoria a comportamenti umani, consideravo naturale questo stato di cose; il mio convincimento è stato messo in crisi da una visita, compiuta una settimana fa con due carissimi amici ed invero assai divertente, presso l’enorme labirinto di bambù che l’editore Franco Maria Ricci ha costruito a Fontanellato, in provincia di Parma.

So che sembrerà improprio e, anzi, addirittura incongruo mettersi a far riflessioni sulla casa dentro un labirinto: basta considerare il senso antitetico di due modi di dire come “qui sono a casa mia” e “qui è un labirinto”, per comprendere quanto consideriamo alieni i due concetti. Eppure, la storia e, soprattutto, la mitologia (quanto meno, quella della parte del mondo in cui viviamo e che meglio conosciamo) ci rivelano che, forse, essi potrebbero essere assai più prossimi di quel che ci pare lecito supporre.

In quel tempo che ormai esiste fuori dal tempo, infatti, re di Creta e dominatore del Mediterraneo era Minosse; un giorno, sulle coste della sua isola, egli vide comparire un bellissimo toro, che Poseidone desiderava gli venisse sacrificato. Il re, tuttavia, doveva considerare uno spreco utilizzare così la bestia, o forse rifiutava di sottomettersi alla volontà di un dio che non riconosceva, e decise quindi di rinchiudere l’animale nelle sue stalle. Il signore dei mari, che come tutti gli dei era assai orgoglioso, non tollerò l’offesa e, per vendicarsi, suscitò un desiderio sessuale nei confronti dell’animale in Pasifae, moglie di Minosse: ciò spinse la regina ad accoppiarsi col toro, ed a rimanerne incinta. Al momento del parto, come dice Apollonio Rodio, la regina diede alla luce un figlio, e lo chiamò Asterione: ma si trattava di un mostro, metà uomo e metà toro.

Questa è la storia del Minotauro, che praticamente tutti abbiamo sentito almeno una volta, e che praticamente tutti sappiamo come va a finire: Minosse, per nascondere agli occhi del mondo il frutto del tradimento di Pasifae (perché questa, se ci pensiamo, è tutto sommato una storia di orgogli maschili, e maschilisti, offesi), e per contenere le spinte ferine del figliastro, fece venire da Atene l’architetto Dedalo, che costruì un palazzo, ancora oggi esistente, pieno di corridoi, bivi, vicoli ciechi (insomma, un labirinto) in cui rinchiuderlo. L’odio che Minosse provava per Asterione, frutto del tradimento, per quanto involontario, della moglie, non gli impedì comunque di servirsene per affermare il suo potere su Atene, che aveva sconfitto in guerra ed a cui imponeva di inviare, ogni sette anni, un certo numero di fanciulli e fanciulle da dare in pasto al mostro. Finché Teseo, con l’aiuto determinante di Arianna e del suo filo, non riuscì ad ucciderlo…

Esistono di questo mito, credo, tante interpretazioni, tutte parimenti valide, quante sono le persone che nei millenni lo hanno udito, letto, conosciuto (è così per tutte le storie, d’altro canto). Le due più interessanti, o comunque le due più funzionali a ciò di cui voglio parlare qui, sono tuttavia queste: esso sublimerebbe la sottomissione di un popolo europeo ancestrale, che praticava culti della fertilità legati alla Madre Terra (di cui il Minotauro sarebbe il simbolo), ad un popolo di conquistatori giunto, probabilmente, dall’Oriente, ed in possesso di una cultura bellica tale che i suoi capi avrebbero finito per essere adorati come dei o, quanto meno, come figure semi-divine (Minosse, ma anche lo stesso Poseidone); alternativamente (ma le due ipotesi non si escludono a vicenda), il Minotauro potrebbe essere un’immagine della natura intrinsecamente bestiale degli esseri umani, che essi tentano di “tenere a bada” (ma che ogni tanto devono “lasciar uscire”) attraverso la “civilità”, che qui si sostanzia nell’atto di edificare un palazzo. Quel palazzo, tuttavia, forse il più antico della nostra cultura, è fin dall’inizio, oltre che una casa, una prigione: Dedalo applica la sua scienza esatta non solo “allo sterminio”, come voleva Salvatore Quasimodo, ma anche al controllo; si dedica a costruire una macchina che confina, contro la sua volontà, un essere vivente in uno spazio chiuso che, nella sua incomprensibilità, è capace di farlo impazzire (e qui ci si potrebbe chiedere: il Minotauro era così crudele fin dall’inizio, o è la carcerazione a renderlo tale?).

Dovremmo dunque concludere che, se l’uomo ha cominciato a costruire case (se l’uomo ha cominciato a costruire labirinti, che almeno all’inizio era la stessa cosa) è stato perché voleva un luogo riparato dove sottomettere ed essere violento? L’idea non dovrebbe sembrare così fuori luogo: basta leggere uno qualsiasi degli allarmanti rapporti sugli abusi condotti a danni di donne, bambini, anziani e disabili per rendersi conto che la maggioranza di essi avviene in famiglia: e la famiglia, in un certo qual modo, non potrebbe considerarsi il costrutto sociale creato apposta per far sì che gli altri non si interessassero del male che facciamo a chi, la sera, varca con noi la porta di casa? Non ci hanno sempre detto, i nostri nonni, che “i panni sporchi si lavano in famiglia”? Fuori dall’Overlook Hotel, l’albergo isolato tra i monti in cui, nel film Shining, Jack Torrance perde la sanità mentale e tenta di uccidere sua moglie e suo figlio, è presente un labirinto; tutti gli esegeti dell’opera di Kubrick, almeno a mia memoria, lo hanno sempre visto come un simbolo della mente già contorta di Torrance, che l’isolamento e, forse, gli eventi soprannaturali che accadono nell’hotel finiscono di guastare. Ma se non fosse così? Se quel labirinto di siepi fosse, piuttosto, la rappresentazione della trappola in cui Torrance ha voluto mettere quelli che ipocritamente avrebbe potuto chiamare i suoi cari, per sfogare il suo desiderio, forse innato, di violenza? E non è forse un rimando al mito del Minotauro, ed al tempo stesso una sua evoluzione, il fatto che alla fine, in quel labirinto, Torrance ci muoia, unicamente come conseguenza delle sue azioni e non per l’opera violenta di un Teseo, che dell’ibrido figlio di Pasifae non è migliore?

La “soluzione di Teseo”, infatti, non è altro che un “combattere il fuoco col fuoco”, opporre alla violenza inconsapevole (o folle) di Asterione la violenza controllata e selettiva della civiltà, che decide chi è buono e chi è cattivo basandosi unicamente sui suoi valori; non per nulla, anche Teseo nasce in seno alla cultura guerresca dei popoli conquistatori. Qualcuno, forse, potrebbe dire che l’esempio da seguire, in questa storia, è allora Arianna, che tenta di opporre alla violenza la sua intelligenza: ma, come in molte storie del mito greco, quella di Arianna non è intelligenza, ma astuzia; e comunque l’eroina non sconfigge il Minotauro: sconfigge il labirinto. E ci riesce perché esso è una struttura artificiale, creata con un criterio che essa può capire, perché in possesso di un cervello che funziona come quello di chi l’ha costruito: come spiegava Umberto Eco quando, ne Il nome della rosa, faceva risolvere a Guglielmo da Baskerville l’intrico di corridoi e bivi ciechi che è la biblioteca in cui è ambientato quel romanzo, si può comprendere un labirinto perché è stato l’uomo a crearlo: “senza la matematica, non fai i labirinti”. Come fare, tuttavia, ad utilizzare queste armi per sconfiggere un desiderio di prevaricazione che è forse innato, naturale (ed ecco che, come in un labirinto, siamo tornati su una via già battuta) nell’uomo? Assomiglia tanto all’ingenuità, o alla malafede, di coloro che vogliono sconfiggere il fascismo, che di quel desiderio è l’incarnazione politica, con “la cultura”: ma se quella cultura è quella naturale, cioè la stessa che crea ed alimenta il fascismo, allora come può essere la soluzione?

Personalmente, non ho risposte alle domande che ho posto fin qui; tuttavia, trovo che la strada da seguire potrebbe essere quella proposta, forse inconsapevolmente, da Ricci: sovvertire il simbolo. Se il labirinto è nato come strumento di prigionia e morte, bisogna ribaltarlo, renderlo un luogo di divertimento e riflessione, come in effetti è la creazione dell’editore parmense; se esso è stato introdotto nella nostra cultura per essere legato a qualcosa di mostruoso (sia esso il Minotauro, o la cattiveria degli uomini che se ne servirono, in un modo o nell’altro), allora si possono costruire nuove storie, storie diverse, che lo abbiano per centro: storie che cambino i punti di vista come, ad esempio, fa il bellissimo La casa di Asterione di Jorge Luis Borges, cui questo articolo deve molto.

E vorrei tanto avere qualcosa di più conclusivo da scrivere in coda a questo articolo, ma ciò sarebbe davvero imperdonabile: perché esso parla di labirinti e, in certo qual modo, voleva essere un labirinto. E, per citare ancora Eco, vorrei che in esso si penetrasse, si avessero strane visioni e, come accade nei labirinti, ci si perdesse.

16 thoughts on “Ci si perde

  1. Ah, ma è più complicato di così, la mitologia greca stessa è un totale labirinto dove gli dei si rimpallano tra loro attributi, caratteristiche, animali sacri e pure le storie.
    Il Toro, in quella strana famiglia, c’era già da prima: Zeus infatti si era trasformato in Toro (il suo animale sacro per eccellenza, e le sue dee e fanciulle preferite finivano spesso per diventare giovenche, prima fra tutte Era “dagli occhi bovini”) per rapire Europa. La portò a Creta, ne fece la sua amante e ebbe da lei tre figli. In seguito sposò Asterione, re di Creta, che adottò i bambini. Uno di questi si chiamava Minosse, ed è considerato l’inventore di leggi e giusti processi. Dopo la morte di Asterione Minosse diventò il re di Creta, e di nuovo si ritrovò coinvolto in una storia di tori. Invece di fare scenate alla moglie (la cui infedeltà non venne sanzionata in alcun modo; ma è noto che nella mitologia greca i mariti sono molto comprensivi, anche perché spesso si trovano davanti rivali di una certa levatura) costruì il labirinto – per nascondere Asterione? O per proteggerlo? Comunque sia, il Minotauro si nutriva di carne umana (cosa decisamente insolita, sia per un uomo che per un toro) così i cretesi presero l’abitudine di esigere un tributo in giovinetti da Atene oltre a fare (e questo è un particolare storico) uno spettacolo a base di pericolose danze col toro in suo onore ogni anno.
    Anche Arianna è un personaggio piuttosto discusso. Tradì il fratello e scappò con l’assassino del fratello.A sua volta però fu abbandonata da Teseo che “la dimenticò”, lasciandola addormentata a Nasso. Non fu però un grande problema perché, nelle versioni in cui lei non si impicca ma si limita a piangere sconsolata, arriva ben presto Dioniso (figlio di Zeus, secondo certe versioni alter ego di Zeus e comunque pure lui ha il toro come avatar, proprio come Zeus) che la racconforta e se la prende come sposa. Teseo invece torna ad Atene, dove avrà diversi problemi – forse per avere abbandonato Arianna, o forse per aver ucciso il Minotauro – ed entrambi i motivi suonano piuttosto strani.
    Insomma il toro POTREBBE essere la parte più nobile (e indomabile) dell’uomo, ovvero la sua divinità; oppure la più incomprensibile e irragionevole – e qui si ritorna agli dei greci, irragionevoli e irrazionali quant’altri mai. Inoltre il toro era animale sacrificale per eccellenza. Quindi decidere cosa fare del Toro non è questione di facile soluzione. Nasconderlo, abbiamo visto, non è una soluzione ragionevole, specie se richiede un tributo in vite umane. Ucciderlo non porta a conseguenze molto positive. Ammetterne l’esistenza, portarlo alla luce e parlarci all’aperto e nelle piazze facendolo potrebbe essere una soluzione?
    Chissà.

    • buongiorno Murasaki, sono passato dalle tue parti dopo tanto, tanto tempo spinto dal tuo commento qui da gaber e ho letto con piacere il post su jojo rabbit. scusate se commento di qua e non di là ma credo ad un certo punto di aver eliminato il mio account blogspot. volevo semplicemente sottoscrivere a caratteri cubitali la bellezza del film, a cui la vita è bella non fa nemmeno un baffo (anzi, un baffetto, visto il maître-à-penser olograficamente presente nel film) – ed è un film, a mio modo di vedere, non solo per ragazzi, anzi.
      p.s. aggiungo però anche un ‘attenzione spoiler’ a gaber nel caso volesse vedere il film prima di leggere il tuo post, ammesso che non l’abbia già fatto.

      • Piacere di ritrovarti! E sì, per i commenti Blogspot è diventato un vero impiastro, certe volte si mette a far storie perfino per far commentare me 😓
        D’accordissimo che Jojo Rabbit non è film solo per ragazzi: usa quel tipo di linguaggio (molto complesso da manovrare) che arriva a tutti.

  2. Esiste in matematica (o, meglio, nel connubio matematica-topologia) uno studio molto complesso dei labirinti, della loro struttura e della loro soluzione. Ci sono quelli “semplicemente connessi” e quelli “molteplicemente connessi”, quelli “pari” e quelli “dispari”, e quello che può apparire un semplice “gioco” da settimana enigmistica diventa un problema complesso e – ai miei occhi – assai più affascinante.

    (non mi addentro nel significato simbolico del labirinto in questione, posso solo dire di essere stato a Cnosso e di avere visitato questi posti così densi di significato e di… mitologia).

      • Vado a memoria.

        Entri in un labirinto.
        Con il braccio destro tocchi la parete alla tua destra e continui a toccarla proseguendo. Se alla fine della lunga camminata torni al punto di partenza allora il labirinto è “pari”. Se invece la camminata (sempre tenendosi a contatto con il lato destro) ti porta al traguardo, allora il labirinto è “dispari”.

        Se il labirinto è “pari” devi proseguire toccando (e seguendo) il muro opposto a quello seguito la prima volta.

        Il discorso è identico se si parte con il lato sinistro ed il braccio sinistro.

  3. sono andato a curiosare l’etimologia della parola labirinto: una delle ipotesi è legata al semplice concetto di palazzo, proprio in relazione a minosse, senza un apparente giudizio di valore, ma ritengo verosimile che “labirinto” sia una di quelle immagini che non possono in alcun modo essere svincolate dall’immaginario che richiamano.
    non sono invece riuscito a ritrovare i riferimenti di un (interessante) testo che lessi parecchio tempo fa sull’evoluzione abitativa dell’uomo (mi sembrava di diamond ma no, ho cercato e non è lui. ti farò sapere se mi torna alla mente)

  4. Hai dubbi sul fatto che la violenza di Asterione fosse innata o dovuta alla prigionia? Ti aiuto io. Dato che il labirinto sicuramente non gli fu costruito attorno (al contrario di una nota banca), Minosse ha fatto condurre suo figlio al centro dello stesso con la forza o con l’inganno. Non so tu, ma io sarei leggermente cazzatiello.

    • Osservazione interessante. Se anche fosse stato “naturalmente” violento, per altro, c’è da dire che ci troveremmo nuovamente di fronte allo scontro tra “natura” e “cultura”, tra violenza istintiva e violenza istituzionale.

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