Effetto Covid

In un post su un blog che si occupa di medicina d’urgenza, ho letto alcuni giorni fa un articolo che parlava dell’effetto Covid.

Si tratta della tendenza dei sanitari (e dei pazienti) a considerare che non ci siano altre patologie al di fuori del Covid. Fenomeno preoccupante, che probabilmente sta portando alla morte parecchie persone: persone che, come ho letto non ricordo dove, muoiono per il Covid ma non con il Covid; persone i cui sintomi vengono sottostimati, una volta che il Covid è stato escluso o, assai più spesso (perché tutto sommato i medici sono parecchio più preparati di quanto non si creda… escluso io, ovviamente) persone che muoiono a casa perché hanno paura di venire a prendersi il Covid in ospedale.

Trovo incredibile, vista la mancanza di acume che mi caratterizza, che io mi sia reso conto dell’effetto Covid prima che qualcuno decidesse di dargli questo nome, e dunque, in un certo senso, prima che esso esistesse; in un mio post dell’undici marzo scorso scrivevo, infatti:

non è che perché c’è il coronavirus, la gente smetterà di ammalarsi di tutto il resto

ed in seguito ho discusso estesamente di questa problematica con parecchie persone, tra i quali di sicuro figura il mio amico bortocal. Di questa “preveggenza” non dovrei vantarmi eccessivamente, dal momento che io stesso soffro spesso di effetto Covid; e non solo dal punto di vista professionale ma anche da quello, per così dire, umano. Me l’ha fatto notare, qualche giorno fa, la mia amica Anita, quando mi ha chiesto, piuttosto candidamente: “ma perché sul tuo blog ultimamente non parli d’altro che di coronavirus?”. Domanda legittima, a cui non sono riuscito a rispondere allora ed a cui non riesco a rispondere ora; tuttavia, trovo sia giusto almeno tentare di invertire questa tendenza: e dunque sto scrivendo questo post come un ipotetico arrivederci alla tematica che negli ultimi due mesi ha monopolizzato queste pagine (e che probabilmente comunque le monopolizzerà anche in futuro, visto che personalmente ritengo fin troppo ottimistiche le previsioni del governo e, soprattutto, quelle del governatore della regione in cui vivo): una specie di “articolo definitivo” in cui cercherò di sintetizzare tutte le “considerazioni generali” che non mi è riuscito di inserire nei post delle settimane scorse (sono abbastanza sicuro di non farcela, visto che sono qui a parlare di sintetizzare dopo un’introduzione così lunga…).

Le prime “parole definitive” che vorrei dire, quelle che mi spingono a scrivere questo post, in effetti, è che sono deluso da come la parte politica che sento mia (ma che probabilmente non mi riconosce come cosa sua), e cioè la sinistra, ha gestito l’opposizione al governo Conte a partire dal quattro di marzo, quando sono state introdotte le misure che hanno portato al lockdown in tutto il paese. Ora, intendiamoci: io non contesto minimante il fatto che le forze antagoniste abbiano continuato ad essere tali dopo quel giorno; in un momento in cui il presidente del consiglio ed i suoi scherani vogliono farti credere (coi provvedimenti presi e con il linguaggio utilizzato) che non stai affrontando un’epidemia, ma combattendo una guerra, io penso che l’opposizione sia non solo legittima, ma necessaria. Ci vuole qualcuno che ricordi che un ordine, per essere obbedito, deve avere un senso; ci vuole qualcuno che vigili sull’operato di un governo che, a qualunque livello, ha più volte dimostrato di avere a cuore più il guadagno di alcuni che la vita di tutti.

Quello che non mi sta bene è il bersaglio verso cui quel qualcuno ha deciso di rivolgere le sue critiche. Nei mesi scorsi, di fatti, mi è capitato più volte di leggere su siti legati agli ambienti della sinistra radicale (anche di persone che molto stimo: i Wu Ming, ad esempio, in articoli come questo ed i molti scritti in seguito… ma ammetto che qui potrebbe trattarsi di un mio difetto di interpretazione) testi che attaccavano la gestione emergenziale con cui si intendeva contenere (o piuttosto si pretendeva di contenere) il diffondersi del Covid-19: e, anche se da ex aquilano so bene quali danni possono fare, le gestioni emergenziale, mi è sembrato che si contestassero non tanto i modi in cui l’emergenza veniva gestita, ma il fatto stesso che ci fosse un’emergenza. Mi è sembrato che nel presentare tutto quanto il governo Conte faceva come un tentativo di imporre un controllo sociale sulle masse (che è una lettura che in larga parte condivido), ai commentatori di sinistra sia sfuggito che il Covid-19 non è come lo sbandierato “pericolo terroristico”, che a molti ha fatto accettare le città piene di militari ed il controllo sulle nostre attività online (per controllare se stiamo andando in Valsusa per una manifestazione NoTAV, più che per sapere se abbiamo rapporti con al Qaida): è un pericolo reale, che minaccia(va?) di uccidere migliaia di persone e di far collassare l’unico sistema con cui avremmo potuto aiutarle, e cioè quello sanitario nazionale (indebolito da decenni di tagli e favoreggiamento del privato, certamente). Trovo desolante che in tanti si siano quasi spinti a ridicolizzare le politiche di distanziamento fisico del governo (probabilmente, tra le poche cose sensate che sono state fatte), ergendosi a paladini delle libertà personali calpestate dallo stato invadente: un atteggiamento che mi sarei aspettato da un repubblicano di pura scuola statunitense o addirittura texana, ma non dagli esponenti di una galassia politica che dovrebbe riconoscere di default la collettività come più importante dei suoi componenti.

Difendendo in modo sterile ed a volte pretestuoso il diritto del singolo a “farsi una camminata” o ad “andarsene in montagna” (come se non si capisse che queste attività, a basso rischio di per se, aumentano significativamente i contatti umani e quindi il rischio di infezione), si è persa l’opportunità di far notare che il distanziamento fisico e l’autoisolamento domiciliare non sono e non dovrebbero essere atti di imperio di un governo paternalista, ma atti di autodisciplina libertaria; sono io stesso che evito i contatti diretti con le altre persone perché mi rendo conto che, di fronte ad un virus caratterizzato da un’elevatissima contagiosità, sono un pericolo per tutti. La trova anche una manovra intelligente dal punto di vista politico, perché l’autorganizzazione dimostra che non c’è alcun bisogno di un governo padre-padrone che ci imponga di fare qualcosa: siamo noi stessi che comprendiamo che una cosa va fatta, e così togliamo una scusa a chi vuole mettere l’esercito per le strade. Ma anarchia, sta scritto in uno dei miei libri preferiti, significa senza capi, e non senza ordine: e difendere il diritto del singolo di andare a passeggio (magari vicino a casa: cos’è, l’ora d’aria?) significa essere ultraliberisti (lo stato non mi dice cosa cazzo devo fare, e nemmeno il buonsenso!), non libertari.

Questo continuo minimizzare, per altro, ha fatto perdere di forza alle sacrosante analisi che la cultura di sinistra ha iniziato a produrre man mano che l’epidemia avanzava, di fronte alle misure muscolari e confindustriali ed alla comunicazione ad un tempo stucchevole e violenta: ho condiviso le parole di chi diceva che è ridicolo chiudere le scuole, se si continuano a mandare in fabbrica gli operai a produrre beni che servono solo ad alimentare un consumismo che neppure la pandemia è riuscito a stroncare (Alessandra Daniele faceva giustamente notare che l’unica cosa che non si è mai fermata, da quando il Covid è iniziato, è stata la pubblicità); quelle di chi denunciava l’intento diversivo delle varie bufale sull’origine del nuovo coronavirus, buone solo a distrarci dal fatto che esso è figlio di un sistema iniquo chiamato capitalismo (a questo proposito, potete leggere Sted); quelle di chi irrideva chi non vede l’ora che “tutto torni alla normalità”, visto che la normalità è il problema. Ma tutto questo, come può andare d’accordo, come può essere coerente con un bordone che sembra dire “ma non è vero niente, cercano solo una scusa per tenerci sotto controllo”? Solo a me è sembrato che il messaggio avrebbe dovuto essere: “questo virus è un potenziale killer delle fasce più povere della società, lottate per stare a casa senza perdere il lavoro“?

Perché, ed invece in questo mi è sembrato che la sinistra sia stata pienamente all’altezza della situazione, la retorica dello “state a casa, siamo tutti nella stessa barca”, è un’emerita boiata. Questo virus è molte cose, ma sicuramente non è democratico; non colpisce allo stesso modo il ricco ed il povero e, anche nel caso in cui lo facesse, non ha sul ricco e sul povero le stesse conseguenze: un ricco può benissimo permettersi di starsene tappato in casa, intanto perché ce l’ha, una casa, ed in secondo luogo perché spesso ha tanti di quei soldi da non avere alcun bisogno di uscire dalla porta, per farne altri; ma se uno è obbligato ad andare a lavorare, per portare a casa uno stipendio o per potercelo avere ancora, un lavoro, alla fine dell’epidemia, allora mi pare evidente che il rischio diverge significativamente. E questo, badate bene, non giustifica affatto coloro che utilizzano “l’argomento” della perdita dei posti di lavoro per giustificare l’esposizione continua dei lavoratori al rischio di ammalarsi: perché, se questo accade, non è perché c’è un’epidemia, è perché il mercato del lavoro è una giungla, pensata col preciso fine di permettere ai poteri industriali di sfruttare al meglio i lavoratori che essi sfruttano. Il problema è tutto quello che c’era prima del coronavirus, e di cui chi oggi leva peana per i poveri disoccupati non si è mai preoccupato; è, ed ecco che ci torniamo, la normalità a cui tutti vorrebbero tornare.

Chissà perché.

Postilla

Lo ammetto: avevo iniziato a scrivere questo articolo con l’intento di vedere se ero abbastanza onesto da “prendermela” con coloro che la pensano “come me”. Alla fine, probabilmente, è venuto fuori che no, non lo ero, perché mi sono ritrovato a discutere più delle molte cose buone che la sinistra ha prodotto, di fronte a questa epidemia, rispetto ad una sola, singola “cosa cattiva”.

Non lo stesso, evidentemente, avrei potuto dire delle parole di Giorgio Agamben, che pure hanno lottato per trovare un posto in questo articolo; anche il quasi ottantenne filosofo infatti ha contestato molto chiaramente l’esistenza di un’epidemia, e si è lamentato del fatto che tutti abbiano accettato le misure di distanziamento fisico, il cui fine precipuo sarebbe stato scindere:

l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra.

Vorrei dire che, se alla fine ho dedicato a quelle parole solo questa risicata postilla, è perché ci sarebbe voluto un altro articolo (uno di quelli che questo post ha cercato di prevenire) per discutere del come e del perché Agamben sbagli.

Ma la verità è che penso che non ci sia molto da dire, su uno che ignora l’esistenza della piramide dei bisogni, e dunque non sa che le persone prima cercano di sopravvivere, e poi si occupano di salvaguardare la propria anima (ammesso e non concesso che ci credano): se non che è un po’ troppo facile, fare i francescani che baciano i lebbrosi con le labbra degli altri.

 

13 thoughts on “Effetto Covid

  1. non so se questo post tu l’abbia scritto prima o dopo le ultime direttive governative, perché ho il dubbio (anzi, quasi la certezza) che queste abbiano fatto definitivamente capire come non ci fosse nessun recondito intento di controllo sociale sulle masse quanto piuttosto una banale, semplice, efficace, incontrovertibile, totale incompetenza (che conferma il ben noto “assioma del tarallucci e vino” in base al quale l’approccio italico a problemi di tale portata è “facciamo un po’ a c***o, tanto prima o poi qualcosa accadrà”)
    p.s. qual è il libro a cui ti riferisci quando parli di anarchia?

  2. Anche se non condivido in toto i tuoi presupposti (ma la sinistra è così, riusciamo a dividerci in tante fazioni quanti sono gli atomi nell’universo), trovo imbarazzante che da alcune parti (e – si badi bene – di varie connotazioni politiche), si voglia passare l’idea che sia tutta una montatura orchestrata ad uso dei poteri forti, che – nessuno capendo esattamente perché – ma sarebbe interessata a tenerci a casa, e separati. Negando l’evidenza, e cioé la pericolosità della malattia, che tanti altri – per ragioni affatto diverse – hanno pure negato. Tenterei di richiamare il più possibile allo stare ai fatti. Già, ma c’è chi anche i fatti mette in dubbio. Allora la metterei così: la critica non è male di per sé, ma la stessa pressione critica andrebbe esercitata in maniera costante, verso TUTTE le fonti. A me pare – paradossalmente – che alcuni esercitino una critica feroce solo verso le fonti ufficiali, accettando supinamente quanto asserito dalle altre. Magari a partire da una critica delle fonti severa, ma giusta, si può arrivare anche a mettere in fila quattro concetti (che poi – stringi stringi – sono quelli della peste di Milano del 1630), tanto da riuscire a mettere insieme necessità e virtù. Scoprendo poi di essere – casualmente, eh! – nel XXI secolo, si potrebbe anche tentare di utilizzare quanto di più abbiamo ora, e che purtroppo nel 1630 non c’era, tra le tante cose che purtroppo invece sono d’intralcio oggi come lo erano circa 400 anni fa.

    • Be’, al potere il popolo piace sempre separato: divide et impera. Ma in questo caso, forse per il motivo sbagliato, forse senza un vero motivo, quella cosa lì era quella giusta, ed opporvisi per principio è il classico tagliarsi le palle per fare un dispetto alla moglie.
      Riguardo le fonti, credo non c’entri l’appartenenza partitica, ed anzi la sinistra ha sempre dimostrato ottima capacità di fare controinformazione seria.

  3. commento apertamente un post che condivido completamente in tutto un suo filone di pensiero (a parte un dettaglio, forse trascurabile, forse no – ma ne ho già parlato altrove sul mio blog e non avrebbe senso ripetersi qui) -, ma poi non trae coerentemente tutte le conseguenze necessarie che ne derivano -, sostanzialmente per dire il mio dispiacere per il mio silenzio degli ultimi tempi rispetto a questo blog ammirevole:
    credevo che il silenzio fosse tuo e non mio – e stavo pensando che tu fossi così preso professionalmente dall’emergenza, da non riuscire più a scrivere -, ma oggi ho scoperto che, semplicemente, wordpress ha smesso di notificarmi i tuoi post da diverso tempo
    evidentemente mi sbagliavo: girano ancora post per la rete che vale la pena di leggere, e questo è uno, e me lo stavo perdendo.

    un post di critica ad Agamben ho avuto la tentazione di scriverlo anche io…: per consigliare il silenzio a chi incorre in errori così marchiani e peggio ancora alla fine di una carriera o un percorso che sembrava apprezzabile.

    la considerazione si estende alla sinistra antagonista di cui tu parli, che si è definitivamente squalificata da sé in questa emergenza e ha perso ogni legittimità a restare nel dibattito politico, cioè ad essere presa in considerazione: da tempo, del resto, osservo che questa presunta estrema sinistra è soltanto la cosiddetta sinistra dell’estrema destra (sempre esistita, anche sotto fascismo e nazismo, del resto), visto che ne condivide tutti i presupposti ideologici e soprattutto il nazionalismo o sovranismo – nella variante anti-razzista, ma sempre nazionalismo è.

    ps. trovo “ed i suoi scherani” una pesante caduta di stile: e parlo proprio di stile in senso letterario, cioè intendo il ricorso ad un lessico stereotipato che non è da te.

    • Non ho idea del perché, ma il tuo commento era finito in spam. WordPress non vuole che ci parliamo. Ti ringrazio dei complimenti, comunque… perché trovi “i suoi scherani” una caduta di stile?

      • ah, ecco. e allora deve essere successo lo stesso a quello che ho mandato al bandolo del matassa; strano perché non contenevano link.

        scherani è una parola cult che ho sentito usare per decenni; oggi la usano quasi soltanto i centri sociali: è orribile, perché è molto letteraria e datata, e dunque contraddistingue per sua stessa natura una comunicazione rivolta a un circolo chiuso: questo non dovrebbe essere, in teoria, il tratto tipico di una comunicazione che si dice rivoluzionaria, ma che – proprio per queste scelte linguistiche – rivela invece la sua vera natura di snobismo elitario.
        mi riferisco all’uso del termine in documenti rivolti all’esterno da parte di qualche organizzazione; non sono considerazioni direttamente applicabili ad una scrittura da blog, che ha tutto il diritto di fare anche queste scelte, semmai.
        ma il giudizio sul termine scherani dei comunicati degli autonomi, dei centri sociali o dei comunisti puri e duri passa istintivamente per assonanza anche qui – almeno per me.

      • Non avevo idea che si usasse in quell’ambito. Comunque, non condivido la tua critica sul linguaggio: usare un certo tipo di linguaggio è formare un mondo nuovo. Non è strano che un gruppo di rivoluzionari “parli un’altra lingua”.

  4. Le riflessioni di questo post (di cui condivido la critica di fondo), mi conferma quel che ho sempre temuto: non usciremo migliori da questa pandemia.
    Non potremmo farlo, fino a che non metteremo in discussione alcuni punti di fondo del nostro modello di vita.

      • Ho letto, con enorme ritardo, quel post di Agamben. Forse non l’ho capito, o non ho capito la tua critica (ad esempio, non vedo dove neghi la pandemia, né mi pare dica che il fine delle misure fosse la scissione. Semmai la scissione è stata una premessa dell’accettazione di queste misure).
        In entrambi i casi, per quanto provocatorio, non l’ho trovato assurdo. L’ho trovato un pò estremo nel porre la questione, ma ho trovato doveroso che la si sollevasse.
        Non nego affatto la necessità del distanziamento fisico, né l’emergenza. Neppure sono in disaccordo con il tuo richiamo all’autodisciplina libertaria (molto foucaultiana). Ma, proprio perché di autodisciplina parliamo, credo alcune sfumature sarebbero doverose. Per quanto trovi spesso al limite del fanatismo e spesso ingiustificato “il sacrificare la vita piuttosto che la fede” (tipo qui: https://it.wikipedia.org/wiki/La_vita_nascosta_-_Hidden_Life), per quanto comprenda e condivida il fatto che in una pandemia siamo noi stessi a rappresentare un pericolo per gli altri (come ben dici), mi pare ci siamo lasciati troppo facilmente trascinare in un individualismo estremo.
        L’autodisciplina può essere esercitata in tanti modi, anche nelle pieghe della legge (penso, per quanto li abbia trovati stucchevoli) agli esempi di giovani che si sono offerti di andare a fare la spesa al posto degli anziani: ecco, questo mi pare sia mancato un pò troppo.
        L’autodisciplina, per riprendere Foucault, dovrebbe sfociare nel “non essere troppo governati”, in un esercizio di illuminismo e critica che prova anche a testare i limiti delle norme. E non solo per continuare ad andare a correre.
        Spero il commento abbia senso. Altrimenti chiedo venia: come scritto all’inizio, magari non ho capito nulla XD

      • Differenze di interpretazione, evidentemente: a me il post di Agamben è sembrato quasi l’autoparodia del filosofo che, ben al riparo dai pericoli di una pandemia che ha falcidiato sopratutto chi non ha potuto star isolato dagli altri (vedi il gran numero di lavoratori infettati), si lamentava del fatto che “il popolino” non avesse compreso tutte le implicazioni biopolitiche delle misure di contenimento. Dal che, la battuta: facile fare il francescano che bacia i lebbrosi, con le labbra degli altri.

        Detto ciò, la discussione sull’individualismo non riguardava quel post di Agamben, ma critiche che avevo letto alla necessità delle misure di contenimento giunte da sinistra, e che erano state utilizzate dal governo per imporre quelle misure manu militari, facendo per altro partire la caccia all’untore (cosa che ovviamente non condivido). Appunto dicevo che, allora, avremmo dovuto noi stessi fare la cosa giusta (ed ormai lo sappiamo che lo è, come dimostrano gli USA): imporci da soli la disciplina per non contagiarci e non contagiare, senza che venisse un governo a farlo.

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