Quattromilanovecento e tredici

(Il 23 aprile scorso, come ogni anno, si è festeggiata la Giornata internazionale del libro; ed a pensarci, dato che della mia vita ricordo molto più quello che ho letto, che quello che ho vissuto – cit., e come vedremo ben di rado ne ho fatte di così pesanti era inevitabile che, prima o poi, per quella giornata, io ricevessi un regalo. Anche se in quella stessa data si celebra anche il diritto d’autore, che non sono sicuro sia una cosa a cui, nelle sue incarnazioni contemporanee, voglio essere associato.

Il regalo in questione è stato entrare nell’esclusivo club degli autori pubblicati; in che modo ci sono entrato, e perché questo peculiare regalo, sia stato in qualche modo pieno di magia, lo spiega il mio maestro in quest’arte, Mariano Tomatis, che quel regalo me l’ha fatto, in questo video:

Trovo ovviamente adeguato che l’unico libro che io abbia scritto nella mia vita ad aver raggiunto un qualche tipo di notorietà – per altro, col mio nome e cognome – sia in realtà stato scritto non da uno, ma da ben due autori che, be’, non sono me; in effetti, l’unica sezione di quel testo che sia farina del mio sacco, e cioè l’introduzione, Mariano, giustamente, non l’ha citata: ed è per questo che sto scrivendo questo articolo, per rendervi partecipi di essa. Sto tornando quasi ai livelli di sadismo dei tempi de Il peggio del nostro peggio, lo so.

Trovate quell’introduzione qui sotto, insieme al libro di cui Mariano è stato così gentile da parlare. Buona lettura).

Benché le loro vite si sovrapposero per gran parte della loro durata, credo che Jorge Luis Borges e Raymond Queneau non si conobbero mai. Ciononostante, ritengo non debba suonare eretico questo mio tentativo di leggere una serie di brevi composizioni del primo (i Diciassette haiku) alla luce di un’opera, i Cent mille milliards de poèmes, in cui il gioioso sperimentalismo del secondo si spinse al suo estremo. Anzi, credo che una simile operazione, e nei due sensi, potrebbe essere fatta per numerosi altri scritti dei due autori, considerando quanti temi e motivi comuni essi trattarono, o a cui si interessarono: i misteri del linguaggio, gli scacchi, l’umorismo sui generis, il sogno… la cultura dell’Estremo Oriente e la combinatoria.

Curiosamente, le due opere che ho qui idealmente voluto compendiare, sono probabilmente tra le più diverse che Borges e Queneau abbiano scritto: a ben vedere, l’unico elemento che le accomuni è che entrambe si misurano con due forme poetiche classiche, sia pure di due realtà culturali molto diverse tra loro.

Borges pubblicò per la prima volta i Diciassette haiku nel 1981, in spagnolo (o, per meglio dire, in rioplatense) sul periodico La cifra di Buenos Aires. Lo schema poetico giapponese con cui si confronta qui è una breve composizione composta da tre versi (il primo di cinque, il secondo di sette, il terzo ancora di cinque sillabe), che è sempre molto difficile trasporre in una lingua diversa da quella in cui esso è stato concepito: il giapponese, com’è facile immaginare, ha una scansione sillabica assai diversa da quella delle lingue indoeuropee, e ciò rende ragione del perché, sotto il punto di vista puramente formale, i tentativi di importare l’haiku in Occidente siano sempre stati fallimentari. Non sono un esperto di grammatica spagnola, ma sono comunque convinto che, sotto questo punto di vista, anche Borges “imbrogli” un poco: nonostante questo, tuttavia, è facile rendersi conto di come i suoi haiku siano decisamente convenzionali, almeno dal punto di vista tematico. Come quelli classici del Paese del Sol Levante, infatti, anche essi tratteggiano quadri naturali o esistenziali, che, come le delicate immagini dei poeti giapponesi, sono intese ad evocare riflessioni letterarie e/o filosofiche. Inoltre, Borges rimane nel solco della convenzionalità (sia pure, dell’eccezionale convenzionalità che gli è propria) anche perché i suoi haiku sono un’opera puramente letteraria.

I Cent mille milliards de poèmes di Queneau, viceversa, apparvero, in francese, nel 1961, quando il suo autore era all’apice della sua fama e, ripetiamolo, quando aveva più voglia di giocare (solo un anno prima aveva fondato l’OuLiPo) con tutto ciò che la letteratura aveva significato fino a quel momento. In questo caso particolare, la sua attenzione si rivolge a due “mostri sacri” della storia letteraria occidentale: il sonetto, la forma poetica più fortunata d’Europa, composta da quattordici versi divisi in quattro strofe e tra loro legati da un preciso schema di rime, ed il libro, inteso proprio come oggetto. I Cent mille milliards de poèmes sono, infatti, anzitutto un tentativo, un tentativo fisico, di espandere la “forma libro” oltre ogni limite: quest’opera è infatti costituita da dieci pagine, ciascuna delle quali reca stampato su di se un sonetto; ogni pagina è tuttavia ritagliata in quattordici listarelle, una per ciascuno dei versi del sonetto: ogni verso è così “sfogliabile” indipendentemente, e quindi il libro di Queneau consente una vertiginosa opera di composizione combinatoria. Si può far seguire al primo verso del primo sonetto, ad esempio, il secondo dell’ottavo, il terzo del quinto, e così via; poiché le pagine sono dieci, ed i versi di ogni sonetto quattordici, il numero di sonetti ottenibili da questo “calcolatore libresco” è dieci alla quattordicesima, e cioè centomila miliardi, da cui il titolo. Ciascuno dei sonetti è formalmente perfetto, e “significativamente” sensato. Mi stupirebbe scoprire che nessuno abbia mai provato a realizzare una versione informatica di questo favoloso “giocattolo letterario”.

Come si sarà notato, sto insistendo molto sull’aspetto ludico dell’opera di Queneau, e questo non dovrebbe sembrare né fuori luogo, né insultante: anzi, questo è probabilmente il core della sua produzione, e tale era anche l’opinione di un critico assai illustre come Italo Calvino. Una spiccata componente ricreativa è presente, sia pure ad un livello inferiore, anche in molte opere di Borges, che spesso da l’impressione di volere anche divertirsi e divertire scrivendo (basta leggere, per accertarsene, Dodici casi per don Isidro Parodi e Cronache di Bustos Domecq, scritti con Adolfo Bioy Caseres): questo è un ulteriore punto di contatto tra i due, ed è probabilmente quello che mi ha spinto a realizzare il volume che avete tra le mani (se lo avete già stampato). Cosa accadrebbe se si giocasse con gli haiku di Borges, come Queneau ci ha invitato a giocare con i suoi sonetti? Cosa potrebbero celare i quasi cinquemila haiku (quattromilanovecentotredici, per la precisione) che si possono comporre associando casualmente il primo verso di un haiku, il secondo di un altro ed il terzo di un altro ancora? Lo scoprirete (almeno, lo spero) seguendo le istruzioni riportate poco più sotto.

Immagino l’obiezione che si potrebbe opporre a questo mio progetto: Queneau realizzò i suoi sonetti espressamente con l’intenzione di farli “rimescolare” al suo lettore; Borges, al contrario, non aveva quest’intenzione (almeno, non quest’intenzione dichiarata). Conseguentemente, tra le numerose combinazioni in cui potremmo imbatterci, alcune minacciano di essere, per così dire, inservibili: in alcuni casi si rischia di avere una mancata concordanza tra soggetto e predicato, in altri si può andare incontro ad una punteggiatura incoerente, in altri ancora un pensiero accennato nel verso precedente, rischia di non trovare conclusione in quello seguente… Personalmente, ritengo questi errori essere i risultati più interessanti che questo libro possa produrre: cosa voleva dire, Borges, quando associò (quando pensò di associare) un verbo singolare ad un soggetto plurale? Non è la stessa cosa che, nell’originale ebraico, la Genesi fa con Dio, che viene chiamato Elohim (al plurale), ma che compie operazioni espresse da verbi al singolare?

Lascio a voi il compito di risolvere queste (apparenti) contraddizioni. Per parte mia, mi limito a far notare che, anche in questo caso, come in molti simili, a furia di giocare si rischia di giungere a riflessioni originali e spiazzanti.

Che sono le riflessioni che, almeno a livello di percezione, cambiano il mondo.

Il testo che ho senza vergogna sottratto a due dei più grandi autori del XX secolo lo trovate qui.

E le ultime parole di questo articolo voglio usarle per rivelarvi che ho mentito: in quelle poche pagine, di fatto, qualcosa di mio l’ho scritto, assai più importante di questo gioco letterario di cui ho voluto farvi partecipi; e quelle parole sono:

Al mio amico Luca dedico questo libro, sottratto dalla Biblioteca di Babele.

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