Chi ha fatto peccato

Alcuni giorni fa, con sgomento, mi sono reso conto che sono anni che sto mentendo a tutti voi. E, anzi, non solo a voi, ma anche a tutti coloro che mi conoscono fuori da questo mondo e che ignorano che possiedo un’identità fittizia che risponde al nome di Gaber Ricci; la quale, a cadenza più o meno bisettimanale, infligge a degli ignari lettori che non hanno altra colpa se non quella di trovare interessante ciò che scrivo (che scrivo io, o che scrive lui?): le mie banali riflessioni o, ancora peggio, i miei tremendi racconti.

Si potrebbe obiettare che non dovrei guardare alle mie menzogne con un simile stupore: in fin dei conti, la mia volontà di essere anche narratore, ed il fatto stesso che esista Gaber Ricci, quell’entità priva di ogni realtà fisica che faccio finta sia me, e che spesso e volentieri non mi assomiglia neanche un po’, rendono assolutamente trasparente, almeno a coloro che mi conoscono solo, o almeno prevalentemente, attraverso questo schermo, il mio desiderio di contar frottole. Ciò mi rende, in un certo senso, un bugiardo assolutamente onesto: d’altronde, Umberto Eco faceva notare che esiste una significativa differenza tra il far finta dei bambini e dei romanzieri (e, aggiungo io, degli illusionisti) ed il mentire dei politici e dei truffatori.

Ma è proprio tale coscienza (mia e vostra) il motivo per cui tale falsità mi risulta assai più tollerabile di quella sulla cui esistenza, come dicevo, mi sono ritrovato a riflettere solo alcuni giorni fa, e che riguarda uno degli aspetti centrali del personaggio che metto in scena su queste pagine da ormai più di un quinquennio: il fatto che Gabriele e, di conseguenza, Gaber Ricci sia un medico.

Quando ho iniziato a scrivere questo blog, a dir la verità, tale tema non aveva ancora acquisito l’importanza che in seguito avrebbe avuto (anche perché il primo marzo del 2013, quando Suprasaturalanx nacque, non ero ancora laureato), ed in effetti è stato solo con le deprimenti avventure di Neurosurgery Kid che sono diventate sempre più frequenti le mie riflessioni sull’essere medico: in certi momenti, poi, queste ultime sono letteralmente esplose e, in particolare, durante la recente pandemia da novel coronavirus di cui, forse, avete sentito parlare, questo blog era un profluvio di pensieri (o forse sarebbe meglio dire di pensierini, come quelli che si fanno scrivere ai bambini della prima elementare) relativi ai reparti in cui ho lavorato, alle intuizioni che mi avevano colto mentre andavo a lavoro, alle delusioni che mi facevano passare la voglia ed alle gioie che mi spingevano a continuare con questo lavoro

E, ecco, è proprio nell’uso di questo termine che sta la menzogna: perché sì, io sono un medico (quanto meno, possiedo una laurea, un’abilitazione professionale, un’iscrizione all’albo e perfino uno stetoscopio), ma la verità è che ho lavorato al massimo un paio di mesi durante la mia intera vita. Il resto del tempo, da quel giorno di marzo di cinque anni fa in cui divenni ufficialmente dottore, l’ho infatti trascorso nella condizione (esistenziale, prima che professionale) dello specializzando.

Pure a questa curiosa, schroedingeriana figura del folklore medico-chirurgico potrei aver accennato in passato, ed è bene (se non altro per buona creanza) che chiarisca ora di che razza di strana creatura stiamo parlando: lo specializzando è un medico, laureato ed abilitato, che tuttavia non ha ancora conseguito nessuna specialità (non è un cardiologo, non è un ematologo, non è un medico legale…), cosa che conta di fare quanto prima grazie all’iscrizione ad una scuola di specialità (iscrizione subordinata al superamento di un test dalla complessità quasi bizantina ed al pagamento di una tassa d’iscrizione piuttosto salata); è dunque, per usare un termine più formale, uno specialista in formazione, che realizzerà (si spera) il suo sogno di diventare infettivologo, chirurgo plastico o anatomopatologo attraverso due vie:

  1. turni di “attività pratica” in ospedale;
  2. lezione di “formazione teorica” in università.

Per svolgere questo percorso, lo specializzando riceve una borsa di studio dal ministero dell’università e della ricerca, e questa gli viene pagata in rate mensili che assomigliano assai ad uno stipendio; ed è questo (insieme al fatto che, in ogni ora del giorno e della notte, si possono facilmente trovare in qualunque ospedale universitario almeno venti specializzandi) che molti di noi finiscono per considerare quello che facciamo (ecco, ci siamo) un lavoro. Ma così non è, ed il regolamento della scuola che frequento io, ad esempio (ma presumo ci siano commi simili in Italia ad ogni latitudine) specifica chiaro e tondo che “in nessun caso l’attività dello specializzando può sostituire quella del personale strutturato”, ossia del personale assunto e pagato dall’azienda sanitaria locale. Un vero peccato, se si considera che, vista la sua delicata condizione (in Italia non si può lavorare a tempo indeterminato nel Servizio sanitario nazionale senza specialità) ed il fatto che non costano nulla alle aziende nelle cui strutture svolgono la loro attività pratica di tirocinio (per altro, non sono previste indennità per turni notturni e festivi), sarebbe assai facile utilizzare il lavoro gratuito degli specializzandi per supplire alle croniche carenze di un sistema che, a causa delle scelte politiche dissennate degli ultimi vent’anni, è perennemente a corto di risorse, e soprattutto di risorse umane. Dev’essere prevedendo questo abuso, che il legislatore ha voluto prevedere quel codicillo, che impedisce a tutti noi di sottostare a condizioni di franco sfruttamento, non solo possibili, ma piuttosto agevoli; e vorrei chiarire che, seppure di simili condizioni avessi sentito parlare come di una realtà quotidiana, non potrei parlarne qui perché come sapete sono un pusillanime, e non vorrei giocarmi carriera e possibilità di sopravvivenza…

Non sto neppure a dire come tali possibilità di sfruttamento si sarebbero potute moltiplicare durante la recente emergenza Covid, che ci avrebbe visti impegnati in prima linea, se solo noi fossimo davvero lavoratori e non, sostanzialmente, studenti (o, per meglio dire, un qualche strano ibrido tra le due figure: “non è cane, non è lupo”, dice un mio collega citando un classico della mia infanzia, Balto). Ed è stato forse per punire, con la stessa sensibilità pedagogica di Dolores Umbridge, gli specializzandi che dicevano bugie, sostenendo di star facendo turni massacranti e di non possedere gli adeguati dispositivi di protezione individuale, che il direttore sanitario dell’ospedale di Padova, Daniele Donato, ha voluto attribuire a noi, e solo a noi, la colpa della diffusione del Covid-19 all’interno degli ospedali, dichiarando:

Nel momento in cui erano in ospedale e dovevano seguire tutte le misure di barriera erano estremamente precisi e monitorati. Ma nel momento in cui si trovavano nella loro sala per mangiare un panino assieme o per usare il computer, questi comunque hanno trovato dei momenti di contatto e di comunione che hanno favorito la trasmissione del virus

Una presa di posizione così grave, che credo sia il caso di abbandonare il sarcasmo di cui mi sono servito fin qui per parlare un poco seriamente.

Coloro che, a vario titolo, occupavano posizioni di potere prima dell’esplosione del coronavirus, devono avere una qualche forma di responsabilità riguardo la sua diffusione: tale responsabilità dovrebbe apparire evidente nel momento stesso in cui quelle persone elencano i meriti che hanno avuto nel contenere il contagio. Se hai avuto tale possibilità, allora avresti avuto anche quella di far sì che non ci fosse proprio nessun contagio: è così che si dovrebbe rispondere a coloro che, per posizione, sono deputati a prendere decisioni. Ed a prenderle giuste, se possibile.

Ora, io non voglio dire che a Donato debba essere attribuita qualche responsabilità specifica: non conosco la situazione padovana e dunque non posso esprimere giudizi. Quello che posso dire con certezza è che sa che chiunque potrebbe pensare che, se lui è direttore, allora una qualche responsabilità deve averla (è un’idea che è balenata perfino ad un mediocre blogger come me…): ed è in ragione di ciò che, in maniera per così dire preventiva, ha indicato un diverso bersaglio con cui prendersela. Gli specializzandi, questo stupidi ragazzini che giocano a fare i medici e che osano scambiarsi due parole mentre ingurgitano di corsa un panino tra un paziente e l’altro. Sono loro che hanno la colpa di tutto.

Ci si dovrebbe ricordare però che colpa e responsabilità sono cose molto diverse: la colpa la si può addossare, e spesso la si addossa, anche ad un innocente; la responsabilità può assumerla solo chi ha voluto un certo ruolo ed una certa posizione. Cercare un colpevole è alimentare un pogrom, è un atto di becero populismo destrorso; cercare un responsabile è chiedere giustizia. Quell’oscura entità che Norberto Bobbio riteneva fosse il cardine di ogni discorso di sinistra.

Credo che di una simile distinzione bisognerà ricordarsi, se e quando i contagi riprenderanno a salire e Giuseppe Conte, nel corso dell’ormai usuale conferenza stampa praticamente priva di contraddittorio, annuncerà che bisogna tornare al lockdown, accompagnando questa ferale notizie con una reprimenda fin troppo prevedibile:

“Be’, insomma, ho creato migliaia di possibilità perché il virus si diffondesse, ma vi avevo detto di stare attenti. Quindi è tutta colpa vostra”.

Chi ha fatto peccato, faccia penitenza.

-Detto popolare

6 thoughts on “Chi ha fatto peccato

  1. oggi qui ho imparato una cosa importantissima: la distinzione tra colpa e responsabilità, e perché la colpa è sempre in antitesi alla responsabilità e infatti spetta soltanto a coloro cui tocca la parte delle ultime ruote del carro.
    grazie.

  2. Pingback: – borforismi 23 – Cor-pus 2020

  3. Voglio giocare anche io a questo gioco della verità e dire finalmente a tutti che non mi chiamo Pindaricamente, ma più banalmente (insomma 🙄): José.
    Per gli amici stretti: Jo’.
    Sì lo so, è un nome maschile, ma non l’ho scelto io. Ai miei genitori piaceva solo che si sono scordati di mettere il Maria davanti per renderlo femminile e monarchico come la regina Maria José.
    Se fossi nata maschio mi avrebbero chiamato Oscar, quindi diciamo che mi è andata bene così! 😂

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