D’esperienza

Questo articolo (come praticamente tutti quelli che scrivo) sarà, credo, una stanca ripetizione di riflessioni che altri hanno già sviluppato, prima e meglio, su tribune che, giustamente, hanno una visibilità assai maggiore di questo blog. Me ne scuso anticipatamente con tutti coloro che hanno letture più impegnative delle mie, e che negli ultimi anni si saranno imbattuti (su riviste specializzate di vari settori, e forse anche sulla stampa generalista) in un numero credo considerevole di analisi riguardo i modi ed i temi della comunicazione di Donald Trump.

Se tale “ossessione” è davvero esistita, come credo, non si può certo dire che sia stata insensata: sono molti, e tutti interessanti, gli aspetti da considerare e sviscerare su questo argomento, a cominciare dall’atteggiamento di un uomo che pare essere uscito da un cartone animato di propaganda degli anni Quaranta, e non essersi ancora accorto che risulta al minimo patetico, quando non pericoloso, continuare ad interpretare il ruolo che riveste col piglio da “padrone del mondo” che lo caratterizza, proprio nel momento in cui è chiaro praticamente per tutti che gli Stati Uniti stanno per lasciare la posizione di predominio mondiale che si erano abituati ad occupare (e, contrariamente a quanto pensavamo, questa non è una notizia così buona… ma suppongo che finché ci sarà qualcuno pronto ad occupare quella posizione la geopolitica sarà sempre avara di buone notizie). C’è anzi da attendersi che simili, dotte dissertazioni siano destinate a moltiplicarsi viepiù, man mano che l’election day di novembre si avvicina e la strategia del presidente uscente per cercare di far dimenticare agli elettori gli ultimi quattro anni si fa più chiara… e Trump francamente non mi sembra il tipo da adottare quella che ha sempre portato fortuna ai repubblicani, e cioè sedersi sulla riva del fiume ad attendere che i democratici si suicidino (cosa che comunque sembrano avere intenzione di fare anche questa volta, visto che come candidato alla presidenza hanno scelto Joe Biden).

Ho scritto quest’introduzione (che a ben vedere ha tutti i caratteri dell’excusatio non petita) perché in questo articolo ho intenzione di condividere con voi alcuni pensieri, probabilmente, lo ripeto, né originali né profondi, su quello slogan che, si sente dire, è stato la causa del successo elettorale di Donald Trump quattro anni fa (sempre che si possa definire successo un sostanziale pareggio trasformatosi in una vittoria solo grazie al metodo farraginoso con cui gli statunitensi scelgono il loro presidente): mi riferisco ovviamente a quel “make America great again”, a cui va al minimo riconosciuto il merito (o il demerito) di essere riuscito a penetrare in profondità nell’immaginario collettivo o, almeno, nell’immaginario di coloro che, tra un quadrimestre, dovranno decidere del futuro, quanto meno politico, di Trump. Quel motto è diventato infatti così popolare che ormai in America lo si richiama semplicemente con l’acronimo formato dalle sue iniziali, MAGA; il quale ha trasceso le circostanze specifiche in cui è nato e si è sviluppato trasformandosi in un intero universo culturale, un sistema di valori (si fa per dire…) che è poi quello contro cui, giustamente, si stanno battendo gli afroamericani un po’ ovunque nel paese a stelle e strisce (ed a questo proposito, pochi giorni fa una discussione a Philadelphia ha rischiato di finire in tragedia quando un ristoratore si è sentito ricordare un fatto sgradevole ma veritiero, e cioè che la retorica che sta dietro al MAGA va bene per i maschi bianchi eterosessuali e protestanti: insomma, per i privilegiati).

Era a questo slogan che si richiamava direttamente un video che credo sia stato girato parecchio tempo fa ma che ho potuto (o forse voluto) vedere solo la scorsa settimana, quando una persona (che ringrazio e con cui mi scuso per le parole di critica che userò tra poco) ha voluto mostrarmelo: sto parlando dello spot (non saprei definirlo altrimenti) che la nota marca di birra Corona ha voluto commissionare per esprimere la propria contrarietà al progetto di Trump, poi ahimè in gran parte divenuto realtà, di erigere un muro sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Ora: quella della Corona è probabilmente una campagna pubblicitaria perfetta, ma è, appunto, una campagna pubblicitaria, e delle campagne pubblicitarie ha tutti i limiti ed i difetti: tra gli altri, mi paiono particolarmente imperdonabili quello di appoggiarsi a degli stanchi pregiudizi (il sangue “caliente”, la patria del calcio, il continente in perenne rivolta… per levare la voce contro una decisione fondata su pregiudizi, poi!) e l’ennesimo tentativo di far credere al consumatore che non gli si sta tentando di vendere un prodotto, ma un’idea. Non di meno, questo spot è riuscito a farmi vedere in maniera decontestualizzata il “make America great again” (che sono le parole con cui si apre), e forse per questo, guardandolo, mi è venuto in mente un “controslogan” che sarebbe stato ideale, e che mi sorprenderebbe sapere nessuno abbia mai proposto.

C’è una scena, nel classico di Billi Wilder Viale del tramonto, che è così famosa che la conosce anche chi, come me, non ha mai visto il film: ad un certo punto, un autista riconosce nell’anziana donna che ha in macchina Gloria Swanson, vecchia star del cinema muto, da tempo scomparsa dagli schermi; le dice allora: “Ma voi siete Gloria Swanson! Eravate grande un tempo”, e la Swanson gli risponde, con disprezzo: “Io sono sempre grande. È il cinema che è diventato piccolo”.

Ecco: “Rendiamo l’America di nuovo grande!”. “L’America è sempre grande, sei tu che sei piccolo”.

Qualcuno potrebbe controbattere che una risposta così salace non si conviene ad un ambiente “ingessato” come quello delle alte cariche democratiche; in verità, io credo che il partito dell’asinello sarebbe stato ben felice di usarla, e non solo perché mi sembra che essa sia il genere di risposta che gli americani avrebbero adorato: evoca infatti una delle divinità del loro pantheon (e poco importa che il grande Billy Wilder fosse in realtà austriaco, e che i suoi film siano più spesso critici che indulgenti con molti degli aspetti dell’american way of life) e, in secondo luogo, non intacca minimamente il presupposto che l’ha reso così d’impatto, e cioè, la presunzione che sia giusto che l’America sia grande o, per meglio dire, che sia più grande degli altri. In certi termini, anzi, una risposta come quella avrebbe consentito ai democratici di appropriarsi del messaggio che Trump stava lanciando; ed una cosa su cui si dovrebbe riflettere è che non sarebbe apparso strano a nessuno se lo avessero fatto.

Per un europeo, e segnatamente per un italiano, abituato all’idea che perfino partiti almeno nominalmente appartenenti alla stessa galassia politica siano in disaccordo, apparentemente, su tutto, il sistema politico americano, strettamente bipolare, potrebbe sembrare selvaggiamente manicheo, con elezioni che, più che il confronto tra due partiti politici, finirebbero per somigliare ad uno scontro tra due visioni del mondo, mutualmente esclusive ed inconciliabili. La verità però è che repubblicani e democratici sono assolutamente concordi su numerose questioni: ed una di queste è che l’America si merita di essere grande o, meglio ancora, di essere la più grande. Se Trump non li avesse battuti sul tempo, prima o poi, questo slogan che ha finito per incarnare la sua politica sarebbe stato probabilmente sfruttato (e senza nessuno scandalo) da un qualche politico democratico: ed è inquietante che l’intero arco costituzionale statunitense sia completamente impenetrabile alle critiche all’imperialismo che agisce da ormai almeno settant’anni. Non solo per i risvolti foschi che ciò ha sul mondo, ma anche per quelli che avrà sulla psicologia del popolo che in esso crede, nel momento in cui la supremazia che ancora riesce a difendere le sarà, come dicevamo, definitivamente strappata.

L’utilizzo della parola “America”, in luogo del più proprio “Stati Uniti”, è un altro aspetto significativo, che per altro si ricollega a quanto abbiamo detto poc’anzi: so bene che nell’uso comune si tende a chiamare America gli USA, ed io stesso credo di averlo fatto in questo articolo puravendo tentato di evitarlo; ma sta di fatto che le parole non sono mai solo parole: tutti sappiamo che l’America non è gli Stati Uniti (e questo è per altro il punto di partenza su cui lo spot Corona si basa), ma dare per scontato che le due parole si possano utilizzare in maniera intercambiabile, come ha fatto chi ha coniato il motto di Trump, significa evocare implicitamente l’idea esattamente opposta. Ed identificare il resto dell’America (con l’eccezione forse solo dei cugini canadesi, a cui comunque non si è mai perdonata l’eccessiva indipendenza) come una colonia degli Stati Uniti è non solo l’ideologia che consente di considerarsi giustificati se si militarizza in modo unilaterale un confine, ma anche quella, pericolosissima, che negli anni ha portato alcuni a considerare il Sudamerica il “giardino di casa” degli USA, con le conseguenze che chiunque abbia incontrato su un libro di storia i nomi di Pinochet, Videla, Castelo Branco conosce bene. Trump ha evidentemente sposato questa linea di pensiero nel momento in cui ha sostenuto l’insostenibile, e cioè le pretese di Juan Guaidò alla presidenza del Venezuela: prova che quella scelta non è stata casuale.

Infine, vorrei permettermi un piccolo appunto: MAGA ha avuto un “ritorno di popolarità”, negli ultimi tempi, soprattutto negli ambienti telematici che sostengono il presidente americano più come si sostiene una star dello show business, che un politico che si stima (e d’altronde lo stesso Trump ha sempre cercato più di farsi idolatrare che di farsi ammirare); c’è da chiedersi se questo sia un bene o un male per le prospettive politiche future del tycoon. Se, infatti, Trump scegliesse di ricominciare ad usare in maniera massiccia questo slogan, c’è il rischio che qualcuno si renda conto che esso, utilizzato adesso, dice una cosa significativa: e cioè, che l’America ha ancora bisogno di essere riportata alla grandezza, esattamente come quattro anni fa. Dice, insomma, che la presidenza Trump è stata essenzialmente inutile, sia pure per gli obiettivi contestabili che si proponeva da realizzare.

C’è da vedere se i democratici si accorgeranno di questa sfasatura o se preferiranno giocare al gioco del trono con le stesse regole con cui ci gioca Trump, ossia con l’appello all’emotività ed all’irrazionalità. Dimenticando così il consiglio fondamentale di Walter Mathau:

non discutere mai con un imbecille. Ti porta nel suo campo e poi ti batte d’esperienza.

11 thoughts on “D’esperienza

  1. l’elemento comune alla nostra realtà è in ogni caso il medesimo: sopravvalutiamo l’elettorato. sopravvalutiamo quello che, nel segreto dell’urna, il dio wasp vede e stalin no (quello che tiene nascosto il grande nodo della sconfitta democartica di 4 anni fa nelle urne dell’america profonda: la clinton è una donna). MAGA, in ogni caso, rischia di funzionare anche stavolta per la medesima inettitudine democratica che sottolinei, a fronte dello svantaggio innato dato dai numeri dei grandi elettori, ma tant’è.

  2. I demo con la Clinton hanno sbagliato ogni strategia 4 anni fa, io spero che abbiano imparato la lezione, perché altri 4 anni di Trump davvero non credo si essere in grado di reggerli.

    La Clinton non l’hanno votata perché era antipatica, perché ha fatto conventions sfarzose con personaggi dello spettacolo, mentre Trump andava in mezzo alla gente, con i minatori, con gli agricoltori etc. Il fatto fosse donne può avere inciso, ma solo marginalmente.

    • Questa secondo me è una falsa spiegazione: Trump avrà fatto le convention in mezzo ai minatori… ma certo non è un minatore. Il problema vero è sempre quello: dalla politica chiediamo di essere privilegiati. E nessuno ha più privilegi di uno come Trump.

  3. non sono affatto convinto che l’egemonia cinese sul mondo potrà essere peggiore di quella americana: certo quella hitleriana e perfino quella staliniana sono state peggio, ma sono anche state sconfitte dalla storia, ma perfino l’egemonia inglese sul mondo, fino alla prima guerra mondiale, è stata migliore di quella americana di oggi (forse anche perché non così assoluta). quindi mi è difficile pensare, lasciando perdere quelle cancellate dalla storia, che ci possa essere in futuro qualcuno che eserciti l’egemonia in maniera più arrogante degli USA.
    tu dirai che non è il più importante fattore, però non è neppure dei meno importanti.

    per il resto, quello slogan è semplicemente falso: è chiaro che l’America resterà grande anche se non sarà più egemone, ed è anche bene che lo rimanga, per mantenere un certo equilibrio di poteri a livello mondiale: ma chi dice Make America great again vuole dire in realtà: Rendi l’America LA PIU’ grande di nuovo.
    ma questa è una battaglia che l’America ha già perduto, a meno che qualcuno non voglia tentare l’avventura del confronto militare aperto. dato che militarmente effettivamente l’America resta la più grande (anche se questo non basta ancora a garantirle la vittoria sempre negli scontri aperti: Vietnam insegna).

    • Come forse sai (non mi ricordo se ne abbiamo mai pensato) per me in generale il fatto che esista una qualunque egemonia è un male. Ma l’egemonia cinese mi spaventa (e di questo di sicuro abbiamo parlato, me ne ricordo) proprio perché è più sottile di quella americana: è più difficile rendersene conto.

      Potremmo anzi dire che in certi casi (tipo il Vietnam, appunto) l’America ha perso perché era la più grande. E pensava che questo bastasse per imporsi ovunque.

  4. A dire il vero la risposta a MAGA l’aveva già coniata Michelle Obama 4 anni fa, dicendo pressapoco “America is already great”. Non ha preso, e sarebbe da investigare perché.
    Un parte della risposta la azzardo già qui: perché, per quanto largamente intercambiabili gli attori, i messaggi dipendono da un mood, da un sentimento, che a loro volta dipende anche da chi li invia. I democratici non potevano credibilmente mandare il messaggio di una “grande america” perché l’America si sentiva più piccola (disoccupazione, ascesa della Cina, conflitti irrisolti), perché identificava loro come gli autori di questa diminutio e perché i progressi che i democratici di Obama avevano perseguito minavano quell’idea di grandezza WASP che Trump ha identificato.
    Qualcosa di simile è avvenuto col messaggio “take BACK control” della Brexit.

    Una piccola nota su quanto scrivi sopra sull’egemonia cinese: ad oggi è difficile rendersene conto, perché ancora non è in atto. La Cina mira a diventare superpotenza globale (egemone o quasi) entro il 2049. Fino ad allora, tutti i passi sono cautamente misurati. Certo, procede molto spedita. Ma ancora non si sente (e non è) tale. Dunque, si dimostra assai flessibile nei propri obiettivi strategici. Consiglio questo articolo, fra i molti: https://www.limesonline.com/cartaceo/come-fini-la-guerra-che-non-comincio-mai
    Ne riparleremo fra qualche anno….

    • Mi sconvolge sempre pensare che, per un WASP “medio”, il semplice fatto che Obama sia nero, o che la Clinton sia donna, basti a renderli sospetti; nonostante siano, evidentemente, tra i maggiori “difensori” di tutto ciò in cui crede il maschio bianco eterosessuale medio, comunque.

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