Facce ride

Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali

cantava, parecchio tempo fa, Franco Battiato, in quella che credo sia a tutt’oggi la sua canzone più nota: e non serve un fine esegeta per rendersi conto che con questa frase, icastica e sprezzante, voleva esprimere tutto il suo fastidio nei confronti dell’ampio numero di appartenenti, a vario titolo, alla “classe dirigente” di allora, costantemente impegnati a ricordare al popolo italiano quanto fosse importante votare per loro. Nel superiore interesse di tutti, sia chiaro: esimi agiografi nostri contemporanei sono sempre pronti a ricordarci come, nella gloriosa Prima Repubblica, malaffare e secondi fini non esistevano, che li ha inventati Tangentopoli.

Per parte mia, sono giunto solo col tempo a condividere il giudizio di quello che è, probabilmente, il più originale tra i cantautori “commerciali” italiani; ed anche ora, a dirla tutta, lo condivido solo in parte o, meglio, ne condivido le motivazioni solo in parte. C’è infatti stato un tempo, ad occhio e croce coincidente con la mia adolescenza, in cui non solo tolleravo i talk show (che sono la versione più sguaiata e berlusconiana delle altrettanto farsesche, ma più ingessate, tribune elettorali dell’Italia democristiana), ma essi addirittura mi appassionavano; ancor di più, se percepivo (con quella distorsione della percezione che solo i dorati teen ages possono produrre) che a condurli o, direi oggi piuttosto, a commetterli, erano delle star televisive che, nonostante mi fossero estranee sotto tutti i punti di vista, percepivo comunque come amiche o, peggio ancora, come compagne. Alcune volte (non di rado, confesso: ricordo desolanti serate trascorse a guardare Porta a porta, invece delle pubblicità dei telefoni erotici come tutti i miei coetanei) bastava l’ospite giusto, per farmi immobilizzare davanti allo schermo, a fare il tifo come un cheerleader.

Ecco, è essere stato quella persona allora, che mi rende felice, oggi, di possedere quel “razzismo” che mi tiene lontano dai “programmi demenziali con tribune elettorali”, ed anche da tutti quelli che trattano di politica anche solo di striscio: non tanto per il fastidio per quei finti “duelli”, costruiti ad arte solo per distogliere l’attenzione dal fatto che le parti in causa sono in disaccordo unicamente su quanto essere di destra, ma piuttosto per la vergogna che mi provocherebbe veder comparire (sì, sono passati quindici anni, ma l’erba cattiva, come si sa…) il volto di uno di quei personaggi discutibili che da ragazzino consideravo degli idoli.

Probabilmente, dovrei essere meno severo con il me stesso di quei tempi (e con chi attraversa quella temperie oggi): molte delle cose che ho scoperto in quei giorni (e l’adolescenza è, senza dubbio, il periodo della mia vita in cui ho scoperto di più) mi sarebbero rimaste ignote, se non avessi posseduto quella curiosità vorace (“l’arsura sana degli assetati”, l’ho chiamata, con le parole di un altro cantautore, Francesco Guccini) che mi portava ad essere un accanito spettatore anche di quella robaccia; ed inoltre, ho vissuto quel momento così delicato proprio quando esisteva un personaggio politico così polarizzante che era quasi impossibile (per una creatura di sedici anni, poi!) credere che potessero esistere sfumature più complesse di “con lui” e “contro di lui”.

E però, non posso fare a meno di chiedermi: ma queste attenuanti bastano? La mia giovane età ed il loro antiberlusconismo, rumoroso ma alla fin fine assai blando, giustificano il fatto di aver creduto di stare “dalla stessa parte” di gente come Antonio Di Pietro e Michele Serra (e per fortuna avevo già un minimo di raziocinio in più, quando Gianfranco Fini tentò di adottare le stesse pose)? Possono scusarmi per aver pensato che Maurizio Crozza fosse non solo “uno giusto”, ma addirittura un grande comico (e, Dio mi perdoni, un grande satirico)?

Si obietterà che su quest’ultimo punto un qualche scampolo di ragione dovevo pur averlo, se è vero com’è vero che a quei tempi (ed anche adesso, se è per quello) Crozza era il “titolare” di un one man show su La7, e che una rete così grande ed importante è difficile che affidi il suo pubblico ad un intrattenitore meno che eccellente. Tale considerazione pare sensata; pure, da essa ritengo di dover dissentire, sia per ragioni particolari (non mi fiderei eccessivamente del giudizio di  persone che, da quello stesso canale televisivo, avrebbero cacciato, appena un anno dopo essersi fidati di Crozza, Daniele Luttazzi, e cioè il più grande comico italiano degli ultimi trent’anni almeno), sia per ragioni generali: compito di chi redige un palinsesto, infatti, è scegliere trasmissioni ed interpreti che siano appetibili per i telespettatori e, dunque, che abbiano buone probabilità di diventare redditizi (ed in effetti i numerosi programmi che Crozza ha prodotto per La7 hanno avuto un lusinghiero successo in termini di ascolti); ma questa figura professionale (posto che per altre sia diverso, il che non è affatto certo) non ha alcuna competenza per decidere della grandezza artistica di questo o quel performer, ed oggi direi che siamo abbastanza distanti dal momento storico in cui il loro autore era (o gli piaceva pensare di essere) “scomodo”, per guardare con equanimità al lavoro di Crozza e renderci conto che esso è, nella maggioranza dei casi, tutto sommato mediocre (in senso etimologico: non troppo distante dalla media di quanto fanno i suoi colleghi… e mi rendo conto non essere questo un complimento, considerando che in Italia la media del comico è Colorado Cafè e Made in Sud). Per averne una prova, basta guardare alle sue imitazioni.

È un esempio che torna comodo alla mia argomentazione, me ne rendo conto, perché per il comico l’imitazione è quello che la frittura è per il cuoco: viene applaudita quasi sempre, ma saperla far bene è tutto un altro discorso. In particolare, per evitare di trasformare le proprie imitazioni in una stanca ripetizione di travestimenti, faccette, tormentoni e luoghi comuni tutti uguali (vizio cui Crozza inclina spesso, oserei dire con gusto) è necessario uno studio approfondito e, in un certo senso, crudele della personalità e delle attitudini del soggetto che si vuole imitare. Questo non solo per far sì che l’imitazione assomigli a lui, e non a chi la fa, ma anche, nel caso in cui ci si voglia servire di questa tecnica per fare satira, per comprendere qual è il motivo per cui è giusto (“offendere i mascalzoni è nobile: in fin dei conti, significa onorare gli onesti”, scriveva Aristofane) mettere in ridicolo una certa persona. Ed è stato pensando all’imitazione di Roberto Giacobbo che, per lungo tempo, è stato un suo cavallo di battaglia (ci chiudeva le puntate di Crozza nel Paese delle meraviglie, se non vado errato) che mi sono reso conto che Crozza o non ha compiuto affatto questa operazione, o l’ha compiuta male.

Il suo Giacobbo, di fatti, conduttore di un programma televisivo argutamente intitolato Kazzenger (boutade che, suppongo, sarebbe potuta venire in mente a qualunque studente di terza media) assomiglia a quello originale solo in maniera superficiale, e fa ridere, sì, ma in modo facilone e per i motivi sbagliati. Chiunque avrebbe saputo confezionare uno sketch come quelli “classici” del Giacobbo di Crozza (magari non altrettanto divertente, certo: ma l’esperienza avrà pure un suo peso), mettendo in fila una serie di affermazioni incredibili (in senso stretto) e destituite di ogni fondamento, non troppo dissimili da quelle che l’originale faceva nel programma che l’ha reso famoso, Voyager; in più, ciò che rende Giacobbo meritevole di essere messo alla berlina non è il fatto che racconti bufale e, tutto sommato, neppure che le racconti mentre, evidentemente, non ci crede neppure un po’: io ritengo che un tale comportamento sia legittimo, e se non la pensassi così non avrei tentato di tenerne uno simile, a volte (ad esempio qui e qui). Il vero problema è il linguaggio usato da Giacobbo per raccontare quelle storie: un linguaggio privo di spigoli, consolante, che spinge alla passività piuttosto che alla ricerca attiva e, soprattutto, un linguaggio che rimuove ogni traccia di conflitto.

È tuttavia necessario spezzare una lancia a favore di Crozza: io stesso, che gli sto facendo le pulci, non mi sono reso conto di queste problematiche finché non ho guardato le prime puntate di Freedom (ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio), il nuovo programma che Giacobbo sta conducendo su Rete 4 e che si propone di portarci, come recita il suo sottotitolo, “oltre il confine”. Nobile intendimento, non fosse che Giacobbo varca i “confini” (che sono essenzialmente quelli posti dall’autorità giudiziaria, e solo con un permesso della stessa: una visione dell’avventura piuttosto piccolo borghese) solo per raccontarci, con parole banali ed assai poco stimolanti, una meraviglia d’accatto, di quella che cercano i turisti che si accontentano delle riproduzioni della Basilica di San Marco o del Colosseo, pur di non andare troppo lontano da casa: quelli, insomma, che vogliono sì andare oltre il confine, ma solo per scoprire che, tutto sommato, si sta molto meglio dentro il confine. In questo senso, Giacobbo riveste il ruolo di tutti quei vip che, durante il lockdown, ci dicevano che in quarantena potevamo fare un sacco di belle cose, ma che il nostro vero dovere era continuare a desiderare il ritorno alla normalità. Senza comprendere che la normalità era il problema.

Uso questo esempio non a caso: nella puntata di domenica scorsa, di fatti, Giacobbo si è recato all’Aquila, ed ha utilizzato alcune immagini della recentemente ricostruita Basilica delle Anime Sante (tra tutte le cose meravigliose che ci sono in quella città che tanto amo, proprio questa chiesa insipida e trascurabile) per cantare le lodi della “vita che riparte dalla morte”: che è un modo appena più poetico per dire “seppelliamo i morti ed andiamo avanti facendo finta che non sia successo niente”, che tutto sia di nuovo normale. Ma questo non può accadere, perché a L’Aquila qualcosa è successo, e questi discorsi pacificatori vanno bene solo e soltanto per coloro che possono permettersi di ignorarlo, quel qualcosa: quelli che non hanno perso casa, lavoro, cari, salute; quelli che anzi magari da quella tragedia ci hanno guadagnato. L’Aquila non è un germoglio che, oh, il miracolo della vita!, spunta fuori da un mucchio di macerie; L’Aquila è un campo di battaglia dove alcuni sono morti, e molti sono rimasti feriti, nel corpo o nell’animo, per le scelte dissennate di altri.

Ed è il tentativo di nascondere tutto questo, di farlo sparire insieme coi calcinacci che ancora affollano quel luogo (che è quello in cui anche la mia infanzia è morta), che dovrebbe irridere uno che voglia essere ricordato come un satirico, e non come un modesto cabarettista da villaggio turistico.

27 thoughts on “Facce ride

  1. il post è molto ricco di spunti eterogenei interessanti, ma risveglia in me l’istinto malsano di ritornare ad essere correttore di elaborati scritti, come sono stato per molti anni, prima come insegnante di lettere (che parola orribile!), poi come membro di commissioni di concorso.
    ora temo di suggerirti di rinunciare a quella fluvialità ricchissima che è il tuo tratto più caratteristico e di volere bortocalizzare il tuo stile, che potrebbe anche voler dire di rovinarlo: ma perché non inserisci delle pause che permettano di evidenziare meglio le diverse sequenze?
    qui io trovo queste:
    1. l’entusiasmo adolescenziale tuo per la politica i tempi dell’anti-berlusconismo trionfante: una politica peraltro tutta televisiva, dunque prettamnete berlusconista (osservazione mia)
    2. il rifiuto attuale di quella stagione e di quel modo di concepire la politica
    3. i limiti dell’umorismo di Crozza
    4. Giacobbo e il suo programma sull’Aquila
    5. il vero umorismo, e qui il cerchio si chiude.

    scusa se non entro più a fondo nei temi che hai toccato tu; mi sono tolto lo sfizio soltanto di guardare su YouTube qualche volta Crozza, indubbiamente divertente – a volte -, ma spesso ripetitivo puerile e qualunquista: ed è l’equivalente contemporaneo del Marc’Aurelio, la riviusta umoristica che faceva ridere gli italiani di tutto, tranne che del fascismo, sotto il medesimo.
    ma non so neppure chi sia Giacobbo e temo perfino che questo non sia grave. 🙂

    • Intendi proprio delle pause grafiche?

      Comunque avevo iniziato a scrivere questo post per giungere a parlare di Giacobbo… poi invece mi sono reso conto che intendevo parlare di tutte queste cose e, dunque, ho lasciato il post così com’è venuto.

      • sì, dei momenti di distinzione dei blocchi di pensiero, per aiutare il lettore.
        (a me avevano consigliato di mettere un sommario di certi post all’inizio, per evitare che il lettore si perdesse, ahhah)
        ma non è detto affatto che il mio consiglio sia giusto; magari agli altri lettori va bene così, invece.

      • non c’è alcun dubbio che io debba essere il medico che cura se stesso, però di pause grafiche nei miei post ne metto parecchie: temo che non sia questo il problema.
        per dirla tutta, temo che il problema sia che nei miei post cerco di ragionare e la gente non ha più voglia di farlo, tanto meno vi si presta internet come strumento.
        ma forse ho inteso il male il senso del tuo commento, visto che con l’occasione sono passato sul tuo blog e vi ho trovato un post di una fluvialità che io non mi permetto mai: quindi era indubbiamente di te stessa che parlavi, ahhaha.
        sono comunque lusingato di essere almeno conosciuto, se non letto, e ironie a parte, ringrazio del commento. 🙂

  2. Io sono vecchio abbastanza per ricordare quando sulla Rai (esisteva solo un canale, in bianco e nero) la sera venivano trasmessi programmi come “Tribuna elettorale”, “Tribuna politica” e “A come Agricoltura” (che non c’entra niente, ma era solo per dare un’idea).
    Terribili.

    Giacobbo lo considero un ciarlatano e non lo sopporto, cambio immediatamente canale anche se si tratta solo di uno spot del suo programma.

  3. Ma – considerato tutto quello che abbiamo (forse ho, penso di essere decisamente più vecchio di te) visto poi, la Tribuna Politica era poi tanto male? Noiosa magari, ma con un tratto decisamente più ragionevole. Gli “spettacoli di intrattenimento politico” (che già nella locuzione c’è tutta la premessa) non possono che essere circhi orrendi dove la notorietà è il premio all’arroganza. Ho smesso di vederli quando forse tu hai iniziato. E non dico che tu non abbia fatto bene. E’ che forse ho fatto male io. Sarei arrivato prima a quest’atarassia politica.

  4. Giacobbo non si merita un post così lungo… ma nemmeno un post corto. In passato mi è capitato di vederlo qualche volta: uno che si mette casco, stivaloni, imbracature e dopo mezz’ora scopri che si cala nel nulla. Come se io passassi mezz’ora a mettermi tuta da sub, scafandro, pinne per poi …andare in bagno a lavarmi i denti!

  5. Mi domando se fra qualche anno non proveremo una simile repulsione verso altri “commentatori politici” diventati protagonisti televisivi… penso, tanto per fare un nome a Zoro (e quanto interessante che nella sua, se così possiamo chiamarla, metamorfosi, ora stia tirando dentro anche uno come Zerocalcare…)

      • Ancor prima, bisognerebbe riflettere sul rapporto fra generalizzazione (intesa come maggiore accesso alle masse, alla generalità del pubblico) e normalizzazione

                    • Entrambe le questioni andrebbero, a mio parere, frammentate.
                      Se accettiamo, ipoteticamente, la defezione di norme che propongo sopra, allora norme non sono “fatte” (salvo che per “fare le norme” non si intenda la quotidiana ripetizione di certi comportamenti – che ci porterebbe ad altre analisi): le norme sono trascritte, fissate, “istituzionalizzate” partendo da una realtà sociale nella quale già emergono.
                      Chi le trascrive, dunque? Qualcuno che ha il potere, suppongo (e potremmo anche chiederci *che tipo* di potere?).

                      A cosa conducono?
                      Partirei in astratto: conducono alla fissazione di certi comportamenti. Al loro consolidamento e perdurare nel tempo, quindi da un lato conducono a) ad anacronismi fra la norma “istituzionalizzata” e il mutevole sentire & prassi sociale; dall’altro, b) conducono alla creazione e fissazione di aspettative: non solo mi aspetto che tu faccia X perché fino ad ora si è per lo più fatto così, ma anche perché è scritto in una qualche legge

                    • Mmm. Sto pensando che probabilmente la norma non è quello che si fa per lo più, ma quello che fa il più forte (o che serve al più forte). È anche coerente con quello che diceva Rousseau, ad esempio.

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