Fare la punta

Esiste in Italia un’ampia massa di autoproclamatisi “progressisti”, che potrebbero essere definiti come segue: sono tutti coloro che hanno l’intima convinzione che il nostro paese (anzi, il Nostro Paese, e vivaddio che almeno all’articolo è concesso di conservare la lettera minuscola) debba respingere i migranti con ogni mezzo disponibile, ma che sia “disumano”, prima di riaffidarli alle amorevoli mani dei loro aguzzini libici, non dargli almeno una carezza o, viste le attuali preoccupazioni per l’igiene, non fargli giungere almeno una parola di conforto e solidarietà. Che è di sicuro quanto di cui più si ha bisogno, per sopravvivere all’inferno che abbiamo contribuito a creare in Libia, in parecchi modi (e quasi sempre, grazie a governi pretesi di centrosinistra).

Tali progressisti hanno sempre accolto con scandalo e raccapriccio le iniziative (ma forse sarebbe meglio dire gli annunci, a cui ben di rado ha fatto seguito un’applicazione pratica) di Matteo Salvini, e tale atteggiamento è anche comprensibile: devono farlo perché si tratta del loro più immediato competitor, per usare una parola che oggi va assai di moda, e la platea di elettori cui si rivolgono, gli uni e l’altro, è la stessa; e non per caso, infatti, gli unici reali atti posti in essere dall’ex ministro dell’interno sono stati, sia pure alla chetichella, sostanzialmente confermati dai progressisti attualmente al potere, che forse provano anche un inconscio senso di gratitudine nei confronti di chi non li ha costretti a fare il lavoro sporco che, prima o poi, “il popolo” avrebbe chiesto loro di fare (e si sa che non sta bene, quando si farla di migranti da far annegare o di manifestazioni di dissenso da reprimere, beninteso, non soddisfare le aspettative del “popolo”).

Ad ogni modo, negli ultimi giorni l’indignazione (parola a lungo vituperata, ma negli ultimi tempi orgogliosamente recuperata, forse in virtù della contingente alleanza parlamentare) dei progressisti nei confronti del leader della Lega ha raggiunto nuovi livelli di parossismo; in molti hanno infatti trovato inaccettabile che Salvini sostenesse, a un tempo:

  1. che il Covid-19 fosse essenzialmente un’invenzione che i suoi amici cinesi hanno costruito per consentire a Giuseppe Conte di assumere i pieni poteri, calpestando le istituzioni dell’odiata repubblica nata dalla Resistenza (ed in tutte le dichiarazioni salviniane che appartengono a questo filone si può forse leggere una certa invidia, al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere se, un anno fa, invece che dal Papeete di Milano Marittima, avesse potuto annunciare la sua decisione di sfiduciare il governo Conte I dal tetto di un ospedale, rivolgendosi ad un’Italia falcidiata dalla pandemia);
  2. che il focolaio di circa centotrenta positivi in un centro di prima accoglienza di Treviso dimostrasse, senza ombra di dubbio, che il Covid-19 è stato artificialmente introdotto nella penisola dalle ondate incontrollate di immigrazione clandestina, allo scopo di annientare la resistenza al “pensiero unico” della pura razza italica, di cui egli si propone come miglior rappresentante (sulla purezza della razza nostrana vi invito, come sempre, a leggere questo: un po’ manierista, ma sempre attuale).

I sentimenti offesi dei progressisti sono, in questo come in molti altri casi, assai maldiretti: Salvini è infatti sempre stato, e sempre sarà, contraddittorio, ed in effetti attaccarlo sul piano del metodo (“dice cose che sono in contrasto tra loro!”) fa il suo gioco, perché significa distrarre l’attenzione dal merito (dice cose che fanno schifo); le motivazioni del suo (passato?) successo, anzi, sono da ricercarsi proprio nella sua capacità di dire tutto ed il contrario di tutto nel giro di poco più di dieci minuti. Salvini è infatti essenzialmente un complottista (la teoria del complotto che propaganda e di cui si serve per propagandarsi è quella, cui si accennava più su, che esista un piano per sostituire gli italiani con persone di altre etnie, portate entro i nostri confini dall’immigrazione), e nessuno di coloro che credono ad un complotto ha mai ricercato in esso autoconsistenza; al contrario, gli adepti delle teorie del complotto vanno in cerca di nuove religioni (è forse un caso che Salvini sia in costante polemica col papa?), che siano in grado di spiegare un mondo che non si riesce ad accettare possa essere complicato ed a tratti incomprensibile (cosa che in effetti è). È per questo che i sostenitori di Salvini apprezzano una delle caratteristiche più stupidamente parodiate del suo modo di agire, e cioè la tendenza a saltare di palo in frasca, a passare nel giro di un tweet dal MES al ragù al sugo di salsiccia che si sta (o, più probabilmente, che gli stanno) preparando per pranzo: questa continua oscillazione di Salvini fa sembrare che si interessi di tutto e, cosa più importante, che abbia risposte per tutto. Che queste risposte sia in contraddizione tra loro, poi, ha poco peso: esse non sono, per così dire, teorie scientifiche che devono resistere alla prova dei fatti; sono dogmi che precedono ed in un certo senso prescindono dai fatti. E se questi non si adattano a quelli, be’… tanto peggio per i fatti.


Per altro, mettersi a fare in questo modo la punta al cazzo (mi si scusi l’espressione colorita, che molto mi piace) per una questione di coerenza ad uno come Salvini è stata una grande occasione persa: perché, almeno per quanto riguarda il frame “i migranti ci portano il Covid!”, controbattere nel merito sarebbe stato assai facile. Una delle poche cose che sappiamo di per certo del nuovo coronavirus, si sarebbe potuto argomentare, è che si tratta di un patogeno assai contagioso, e che questa contagiosità aumenta a dismisura nel momento in cui ci si trova in condizioni di promiscuità, quali sono quelle in cui i migranti vivono contro la loro volontà. Ora, dal momento che non esiste un metodo per impedire ai rappresentanti delle popolazioni che noi abbiamo affamato di presentarsi ai nostri confini a reclamare il loro diritto a vivere (perché rassegnatevi: l’unica alternativa all’accoglienza è stare a guardare mentre muoiono), bisogna agire, piuttosto, sulle suddette condizioni di promiscuità, su cui fortunatamente possiamo intervenire agevolmente: dal momento che è quantomeno inverosimile che un migrante ammalato di Covid riesca a compiere il lungo e periglioso viaggio che lo porta, infine, a salpare verso le nostre coste, mi sembra evidente che il contagio debba avvenire o nei lager libici, o nei sovraffollati centri di prima accoglienza (che sono, ricordiamolo, carceri in cui sono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato). Perfetto, dunque: smettiamo di foraggiare i primi e chiudiamo i secondi; per altro, mi pare di aver capito che in questo momento la maggior preoccupazione dei sovranisti sia che gli alberghi sono semivuoti: prendiamo tutti gli “ospiti” dei centri di accoglienza e diamo a ciascuno di loro una stanza, a spese dello stato, si intende, in uno dei molti alberghi che annunciano di essere prossimi alla chiusura. Un minimo di due problemi risolti in un colpo solo, senza considerare la possibilità di poterci nuovamente guardare allo specchio la mattina, sapendo che non siamo più complici di uno sterminio.


D’altronde, mi rendo conto che questa proposta non è solo impopolare, ma ignora anche, e totalmente, i bisogni di chi non ha opposto alcuna resistenza, mentre Salvini (o una persona egualmente misera) cercava di convincerlo che ad aver diffuso in Italia il Covid-19 siano stati i migranti (o Big Pharma, o Bill Gates, o Soros, o Antonio Gramsci travestito da Diabolik); la stessa paranoia per il “caso zero”, immediatamente successiva al “paziente di Codogno”, rispondeva certo a motivazioni epidemiologiche, ma anche ad un modo assai italiano (ma più probabilmente assai umano) di affrontare i problemi: che non è quello di trovare una soluzione, ma di trovare un colpevole.

E tale attitudine è tutto sommato comprensibile: perché così ci si ritrova ad assistere o addirittura a partecipare ad un linciaggio, sia pure mediatico, che è qualcosa di primitivamente e spregevolmente piacevole; ed anche perché si ha la consolante impressione che, in una qualche maniera magica, aver individuato chi è stato invertirà il flusso del tempo, e ci permetterà di non avere più il problema che ci sta sovrastando, e che ci impedisce di tornare alla normalità. E questa, probabilmente, è un’altra delle motivazioni per cui, tanto spesso, Salvini, ed i progressisti, e praticamente tutti coloro che, in situazioni come quella in cui l’epidemia di Covid-19 ci ha gettato, dovrebbero prendersi delle responsabilità (e, ricordiamolo, la responsabilità è qualcosa di ben diverso dalla colpa), ricorrono a tale sofisma: per non ammettere che il problema non è contingente, ma sistemico.

Che, come abbiamo già detto molte volte, la normalità non è la soluzione, ma il problema.  

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