Più ingrandisco, meno ci capisco

È ironico che non ricordi in che occasione, su questo sito, ho scritto che una delle caratteristiche precipue (e, a voler essere chiari, più fastidiose) della cronaca e più in generale del giornalismo, è quella di non avere apparentemente memoria: si possono star dando, giorno dopo giorno, continue notizie su una guerra in corso, eppure si racconterà di ogni nuovo scontro e di ogni nuova morte (si intende, si quelle avvenute tra i buoni) con l’espressione di chi non si sarebbe aspettato mai che, a sganciar bombe ed a spararsi addosso, qualcuno potesse finire per rimetterci le penne; ci si può profondere in analisi ed approfondimenti ponderosi e financo prolissi su qualunque attentato terroristico commesso in territorio europeo, scavare a fondo nelle ragioni psicologiche e sociologiche che hanno spinto qualcuno a commetterlo (sforzo che, a dire la verità, viene condotto ben di rado), investigare sull’orribile opera di sfruttamento che le “multinazionali del terrore” compiono ai danni dei poveri disperati che teniamo ai margini della nostra società grassa ed egoista, e comunque ritrovarsi di nuovo, alla prossima autobomba, ad osservare il pingue faccione di qualche esimio opinionista che guarda in camera e si e ci chiede, forse provando appena la stessa curiosa sensazione di dejà vu che proviamo noi: perché? Come se non ci fossimo fatti questa domanda negli ultimi diciannove anni (non un giorno di più, non un giorno di meno), e non avessimo già trovato un buon numero di risposte: scomode, certo, ma non per questo meno veritiere.

Ho pensato a questa caratteristica, a ben vedere assai opportunista, quando ho constatato come i giornalisti stavano narrando della morte di Willy Monteiro, il ragazzo ventunenne ucciso a Colleferro a calci e pugni da due suoi concittadini, e cioè utilizzando la cornice della violenza insensata ed inusitata; peccato che quest’ultima parola, che nessuno usa ma che tutti gli articoli di giornale che ho letto fin qui sulla faccenda sottintendono, significhi, dizionario Treccani alla mano, [riferito a] cosa a cui non si è avvezzi, e perciò non usuale, insolita: ed invece, ad eventi come quello capitato (ma cosa dico: ad eventi come quello commesso) a Colleferro dovremmo essere ben avvezzi, visto che ne sono capitati numerosi altri; di cui, forse, conserveremmo una memoria sia pur tenue, se solo il giornalismo non ci avesse convinti (e noi non ci fossimo lasciati convincere) che la storia ricomincia da zero ogni volta che qualcuno ritiene che sia una buona idea continuare a riempire di botte una persona che ha perso conoscenza ormai da molto, troppo tempo.

Non voglio comunque darmi arie da censore: io stesso cado vittima dello stesso abbaglio che rimprovero ai giornalisti ed ai loro fruitori; probabilmente, non mi sarei ricordato neppure io che dietro l’omicidio di Monteiro esiste una storia, se Colleferro non si trovasse così vicino alla provincia in cui sono nato e cresciuto che il suo nome, sconosciuto ai più, mi era già famigliare prima che l’ennesima, efferata ammazatina lo facesse balzare agli onori delle cronache (il professore che mi ha insegnato, con scarsi risultati, arte alle scuole medie veniva da lì tutte le mattine, per dire); se non lo avessi sentito pronunciare così tante volte da percepire che esso è contiguo (distano meno di quaranta chilometri, mi dice Google Maps) da un altro paese che si chiama Alatri; dove, tre anni fa, in una situazione del tutto simile a quella in cui è stato ucciso Monteiro, aveva perso la vita un altro giovane, Emanuele Morganti. In quell’occasione, me lo ricordo perfettamente, i giornali avevano attivato lo stesso “contorno” che stanno evocando adesso: la provincia sonnacchiosa ma violenta, l’insensata voglia di sangue dei giovani, la rissa dal sapore della “cavalleria rusticana” tra due maschi per l’onore di una fanciulla offesa; tutti parevano essersi dimenticati (o essere interessati a dimenticarsi) che la colluttazione in cui Morganti aveva perso la vita si era svolta non fuori da un locale qualunque, ma davanti ad un circolo ARCI, e che almeno uno degli indagati era stato attivo nella politica locale: per la precisione, e qui vengo al punto, in un partito, la Fiamma Tricolore, che non ha mai fatto mistero della sua ispirazione schiettamente fascista, e che anzi si formò nel momento in cui alcuni membri del MSI non condivisero la “svolta” (…) centrista di Gianfranco Fini, avvenuta nel 1992 a Fiuggi (che, pure, è nella stessa zona di Colleferro).

Ho subito pensato, non appena ho visto i giornali “di ogni ordine e grado” tirar su le impalcature apposite, che stessero tentando di trasformare il “caso Monteiro” in un “caso Morganti secondo”; e non per nulla, ad un certo punto, è saltato fuori che “la rissa” (che sarebbe ora di cominciare a chiamare col suo nome: pestaggio divenuto omicidio, al minimo preterintenzionale) sarebbe stata innescata da una discussione, che coinvolgeva un amico di Monteiro che lui sarebbe intervenuto per difendere, “per storie di donne”: più esattamente, per un like irriguardoso che una delle parti in causa avrebbe osato lasciare sotto una foto pubblicata su Instagram da una ragazza in qualche modo legata non ho capito se agli aggressori o agli aggrediti (e francamente non mi interessa saperlo: se volessi leggere storie morbose di sesso e sangue, comprerei Cronaca vera, non andrei su repubblica.it… almeno in linea di principio). La solita cortina fumogena, mi ripetevo convinto, che ogni volta viene innalzata per impedire che qualcuno pronunci quella che i Wu Ming hanno ironicamente ribattezzato la parola con la F.

Dati successivi, riportati da giornalisti che non possono certo essere accusati di nostalgie del ventennio (gente come Valerio Renzi, per capirci), paiono smentire questa mia ipotesi: nessuno degli imputati era legato per via ufficiale ad alcuna delle organizzazioni gravitanti nella galassia del (neo)fascismo e, soprattutto, visto che si parlava di particolari grotteschi che vengono ripetuti ben oltre il limite del vomitevole, mentre spaccavano un organo dopo l’altro alla loro vittima i due non hanno pronunciato alcun insulto razzista; lo testimoniano gli amici di Monteiro lì presenti (i quali sono sicuramente dei testimoni assai affidabili, visto lo stato di perfetto equilibrio psicofisico in cui si troveranno dopo aver visto uccidere una persona a cui volevano bene davanti ai loro occhi): manca la pistola fumante, caso chiuso, voi comunisti volete vedere il fascismo ovunque, i due erano dei bravi ragazzi che si sono trovati al posto sbagliato al momento sbagliato!

Già, se questo fosse un giallo a questo punto un avveduto, anziano giudice, dopo aver adeguatamente richiamato l’attenzione col suo martelletto d’ordinanza, pronuncerebbe la lieta sentenza: assolti per mancanza di prove; ma il problema, per l’appunto, è che questo non è un giallo, e non dovremmo guardarlo come se da un momento all’altro dov’esse spuntar fuori Jessica Fletcher a dirci chi è stato: una persona che aveva dieci anni meno di me, sull’asfalto di Colleferro ci ha buttato il sangue per davvero, e se vogliamo capire perché (che, visto che qui non siamo in un libro di Nero Wolffe, è assai più importante che chi e come), forse dobbiamo guardare maggiormente al contesto, e non ai singoli particolari: viceversa, commettiamo quell’errore che il mio professore di anatomia patologica sintetizzava con le parole “più ingrandisco, meno ci capisco”.

Parlando di contesto, attenzione, non mi riferisco (non solo, almeno) a quello prettamente locale: non conosco abbastanza quella zona per dire se è un covo di fascisti o meno, ed al più posso insinuare che ha una storia per così dire sospetta (era feudo elettorale di Giulio Andreotti e per un periodo, una famosa fabbrica di materassi di Frosinone, tre uscite autostradali più in là, è stata diretta da un signore che si chiamava Licio Gelli); quel che voglio dire è che questo omicidio si inserisce perfettamente in, ed in un certo senso corona, un tipo di discorso che abbiamo sentito fare spesso negli ultimi anni, e che potremmo definire, rubando la terminologia ad Umberto Eco, ur-fascista: ossia, seppure non fattualmente fascista, in possesso di tutti gli elementi per condurre al fascismo. Ad esempio: come viene vissuto (almeno, da quello che possiamo ricostruire basandoci sul racconto giornalistico) il ruolo della donna, in questa storia? Allo stesso modo in cui lo viveva chi produsse questo manifesto, poi non per caso ripreso da quei “bravi ragazzi” (tutti bravi ragazzi, in questo paese…) di Forza Nuova: un’appendice del maschio, incapace di far valere le proprie ragioni, per cui il maschio parla ed in nome e per conto della quale può ed in certe situazioni deve uccidere, perché a ben vedere l’insidia contro la donna è un’offesa al suo stesso essere maschio; ma anche senza giungere a questo: non è forse platealmente fascista l’idea di rispondere a uno che, diciamo pure che ti stia insultando, ma ti sta semplicemente parlando, con pugni e calci? Non era Goebbels che diceva che, quando sentiva parlare di intellettuali (e badate, che per certe persone la soglia da oltrepassare per essere etichettati come intellettuali è molto, molto bassa) metteva mano alla pistola?

Ma questi, visto che ultimamente sono uso a citare Eco, sono giuochi per noi uomini di dottrina. C’è un quesito che mi viene sempre in mente, tutte le volte che qualcuno cerca di convincermi che in questa o quella violenza variamente razzista, il razzismo ed il fascismo non c’entrano niente, e questo quesito è: ma come mai, alla fine, quello che crepa in mezzo alla strada è sempre e soltanto un nero?

6 thoughts on “Più ingrandisco, meno ci capisco

  1. in italia il fascismo non è solo dei fascisti, il razzismo non è solo dei razzisti: sono mali trasversali, annidati ovunque.
    attribuirli ad una parte sola è un modo di sottovalutarli e di negarli dalla propria parte.
    per fare un esempio recente, quando qualcuno critica Montanelli dicendo che era pedofilo e non perché era fascista (allora), questo dimostra che il fascismo c’è anche in chi critica, che sottovaluta il suo essere fascista in un certo momento storico: non lo vede proprio.
    secondo me abbiamo bisogno di un rifiuto del fascismo più forte e netto e meno fazioso.

    in questo caso specifico, fra l’altro, fatta la tara di questo fascismo endemico, oltretutto particolarmente vivo in quella zona, credo che c’entrino anche qualche sostanza psicotropa, fosse pure l’alcool soltanto, ma più probabilmente la coca, e l’assenza dei carabinieri nel territorio (Leitmotiv di tutti i più recenti episodi di cronaca nera di questo tipo): il pestaggio è avvenuto a meno di 100 metri dalla caserma dei carabinieri, ed episodi di questo tipo erano abituali lì, sempre nella totale latitanza delle cosiddette forze dell’ordine.

    • Se la tua è una critica, la rigetto: contesto Montanelli perché era pedofilo E perché era fascista; in certi termini, perché era pedofilo A CAUSA del suo essere fascista. Per di più, c’è anche una componente di intollerabile ipocrisia nel suo comportamento. Ma ne abbiamo già parlato. Sul resto sono d’accordo, e c’è la famosa frase di, credo, Gobetti, che riassume perfettamente la questione: il fascismo è l’autobiografia della nazione.

      Su questo non so, le droghe secondo me slatentizzano solo quello che c’è già. Quello che posso dire, con una mezza battuta, è che forse è paradossalmente meglio che non siano intervenuti i carabinieri…

      • assolutamente non voleva essere una critica, semmai un’integrazione.
        è vero che le droghe riducono le inibizioni e dunque rendono manifesta quel che si agita dentro; ma la civiltà si basa appunto sulle inibizioni; del resto volevo sottolineare appunto che il razzismo è presente anche in chi si dichiara anti-razzista, almeno da noi, società altamente repressa dal conformismo di massa. ottima la citazione di Gobetti, calza a pennello.

        sono anche d’accordo con te che nel giovane Montanelli lo spirito neo-coloniale che lo indusse a quella specie di matrimonio a tempo, era una sfaccettatura del fascismo globale di cui stiamo parlando. io intendo sottolineare quanto è grottesco il moralismo dei bigotti che si scandalizza per il comportamento sessuale di Montanelli e non per la cultura para-fascista che lo caratterizzava allora – anche se, paradossalmente, lo sposare, sia pure a tempo, una “negra” lo rendeva sospetto agli occhi dei razzisti ed era giusto il segnale di un suo filo-fascismo soltanto parziale; insomma era già l’espressione del suo modo di essere, di destra, reazionario, ma non veramente fascista (ricordo che in quegli anni anche Ingrao e Napolitano militavano, giovani com’erano, attivamente nelle organizzazioni universitarie fasciste: leggersi Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo.
        quanto al resto continuo fermamente a pensare che sia perverso raggruppare nella stessa categoria mentale di pedofilo chi ha perversamente bisogno di sfogare la sua sessualità compulsiva su esseri umani impuberi e chi realizza il normalissimo desiderio umano di avere rapporti sessuali ed affettivi con persone giovani e le trova affascinanti; ammetto che ci sia una enorme varietà di situazioni in cui questi rapporti non sono opportuni e la legge giustamente li punisce, ma provo ribrezzo per il politically correct che intende imbraghettare il mondo.
        quarant’anni fa, quando ero ancora un docente, mi trovai a difendere una collega che aveva abbandonato il marito per una relazione con un suo studente minorenne; cosa certamente sbagliata, ma non un crimine, non essendoci stata violenza, ma forse suggestione psicologica; non ho cambiato idea. del resto uno dei miei docenti era famoso per avere sedotto una studentessa ed essersela anche felicemente sposata.
        (non so bene perché ho voluto inserire quella piccola provocazione che ha portato ad una ripresa di questa sterile discussione tra noi, ma probabilmente vedo un nesso oscuro fra le due questioni. non a caso l’accusa di pedofilia è il cavallo di battaglia di Qanon; quindi esiste un nesso preciso e documentato tra fascismo delirante e isteria anti-pedofila ed occorre recuperare lo spirito libertario del Sessantotto per combattere entrambi, secondo me: l’antifascismo altrettanto isterico non basta ed è anche ambiguo).

      • una ulteriore annotazione: ho verificato più volte un grosso limite della comunicazione social scritta – e dunque una delle cause di crisi dei blog -: suscita una percezione tendenzialmente ostile delle comunicazioni, che l’interazione verbale diretta evita con le intonazioni e le espressioni del viso.
        per questo alla fine nei social si afferma la comunicazione dei like o degli apprezzamenti melensi: gli unici che riescono a sfuggire a questa specie di filtro negativo deformante. riuscire a parlarsi senza farsi percepire come aggressivi è una scommessa, che spero che qualche volta si riesca a vincere.
        poi magari anche questo commento fa la stessa fine… ;->)

  2. Pingback: per Willy – 335 – Cor-pus 2020

  3. che homo sapiens soffra di gravi perdite di memoria a medio-lungo termine è fatto ormai assodato, nel caso specifico c’è l’aggravante della comunicazione mediatica. sarebbe interessante capire come si determina non tanto la durata quanto la soglia della memoria e le cause biologiche della perdita di questa, o la soglia dell’indignazione se preferisci, ovvero la soglia che consente di evitare la reiteraizone di fatti come quello in questione. non ho una risposta ma nel tempo mi sono fatto l’idea che questo non sia così troppo scollegato dagli stessi meccanismi che portano alla fede (in ogni caso credo si passi dall’amigdala, che sono sempre più convinto essere un organo affascinante).

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