Sono scritture

Questa notte ho sognato che scrivevo un articolo, che vorrei fosse questo, e che esso finiva per essere bello (qualunque cosa questa parola voglia dire) e compiuto come nessuno dei miei articoli è mai riuscito ad essere.

Com’è ovvio che sia, e come saprà chiunque si sia mai dovuto accorgere con rabbia di aver sognato un qualcosa che non sarebbe mai stato in grado di realizzare e neppure di concepire da sveglio, di quel testo non ho che un ricordo confuso, che sto tentando di mettere per iscritto prima che esso svanisca; una delle sue prime frasi (ed ecco che sto tentando di far coincidere il mondo dei sogni col mondo reale o, per meglio dire, col mondo della veglia) riguardava un’idea che non credo mi appartenga, e che pure ho parassiticamente ripetuto più volte su queste pagine, dando ad intendere che essa fosse stata concepita da me: mi sto riferendo all’idea che, nella letteratura e più in generale nella comunicazione, ciò che si tace è altrettanto importante, o forse addirittura più importante, di ciò che si dice. Ho sintetizzato in passato questo pensiero con una frase che ho rubato (sono un cleptomane, parrebbe) ai jazzisti: un bravo comunicatore deve essere capace di far suonare i silenzi. E questo è uno dei numerosi motivi per cui, al contrario di molti, considero Matteo Salvini un pessimo comunicatore; ma non divaghiamo, che almeno in questo articolo non vorrei occuparmi esplicitamente di politica.

La prima volta in cui, in questo blog, riportai quell’idea e quella frase è, credo, questo articolo qui, che faceva parte di una mia rubrica dedicata ad Harry Potter; ed a tutti gli snob che potrebbero ritenere un esempio tratto dalla letteratura popolare troppo poco per sostenere una tesi, posso dire che non mancano esempi analoghi anche nelle opere letterarie che si studiano a scuola, ed anzi parrebbe che una delle caratteristiche fondamentali per essere inclusi nei programmi scolastici è proprio quella di essere versati, molto versati, nell’arte del “dir tacendo”: la più grande pagina mai scritta da Alessandro Manzoni è quella dei Promessi sposi che contiene la frase “la sventurata rispose”; Dante, d’altronde, ricorre a questa tecnica tanto spesso, da far comprendere ai suoi lettori più avveduti che è ben consapevole delle sue potenzialità: ed il (preteso) cannibalismo del Conte Ugolino non avrebbe turbato e affascinato tante generazioni, se l’Alighieri l’avesse descritto con minuzia di particolari invece di affidarsi al lapidario “poscia, più che ‘l dolor, poté il digiuno”.

Ancor più importanti dei silenzi deliberati, soprattutto per chi sia interessato all’ambiente in cui un autore visse ed operò, sono quelli involontari; quelli, cioè, che esistono solo perché, dove e quando uno scrittore ha concepito una certa opera, certi concetti erano talmente quotidiani che non ha sentito il bisogno di dover spiegare o giustificare determinati passaggi: essi oggi ci sembrano strani o incomprensibili, certo, ma è solo perché viviamo in un contesto spazialmente e/o temporalmente molto distante. Per chiarire: quando scrivo un racconto, oggi, e dico che un personaggio “sale in auto”, non ho bisogno di inoltrarmi dei dettagli della meccanica dei motori a scoppio, e nemmeno di spiegare che “auto”, nell’Italia del XXI secolo, è un’abbreviazione normale per “automobile”; se qualche nostro discendente del tempo in cui la combustione interna sarà un lontano ricordo dovesse però, malauguratamente, mettere le mani su quel mio racconto, dovrebbe innanzitutto scoprire a cosa diavolo mi stia riferendo, ed in secondo luogo rendersi conto, con sua somma sorpresa, che nel mio tempo un oggetto per lui assolutamente inconcepibile era così conosciuto che potevo richiamarlo con una sola parola, anzi, con un’abbreviazione.

Questo tipo di silenzi divengono particolarmente interessanti nel momento in cui riguardano aspetti centrali della cultura condivisa di una certa epoca. Si potrebbero ad esempio scrivere (e non escludo che in effetti ne siano stati scritti) trattati sul diverso modo in cui “gli antichi” ed “i moderni” guarda(va)no ai sogni, ed in particolare sul fatto che per “gli antichi” era perfettamente normale credere che i sogni dicessero qualcosa sul futuro, mentre per noi è perfettamente normale credere che dicano qualcosa su chi li fa. Ho, da tempo, compreso quanto sia futile qualunque contrapposizione tra “il passato” ed “il presente” che abbia l’unico scopo di incolpare i nostri avi per aver vissuto nei loro tempi e, dunque, non ho alcuna intenzione di irridere “gli antichi” per aver professato un’idea apparentemente stupida rispetto a quella che professiamo noi. Anche perché, nel caso delle facoltà divinatorie dei sogni, essi, sia pure in un senso diverso da quello che immaginavano, ci avevano visto giusto (senza che questo significhi, ovviamente, che noi ci abbiamo visto sbagliato).

Sognare qualcosa porta effettivamente quel qualcosa ad avverarsi; purché, ovviamente, chi compie quel sogno abbia la ferma convinzione che gli abbia con chiarezza indicato ciò che deve avvenire. Quello che potremmo chiamare un “credente”, di fatti, posto di fronte a qualcosa che ritiene ineluttabile, lavorerà più o meno consciamente per far sì che quel qualcosa si avveri, ovvero modificherà le sue interpretazioni dei fatti perché sembri che effettivamente si sia avverato: per come è fatta la nostra mente, è meglio incorrere in un evento disastroso (come sono spesso quelli che i sogni anticipano), che non ridiscutere una convinzione fondante del proprio sentire. Se, dunque, oggi ci sembra che i sogni siano, come direbbe Marge Simpson, la cacca del cervello, e non un potente mezzo per scrutare nell’avvenire, è solo perché abbiamo abbandonato questa convinzione, che ci pare assurda, per abbracciarne un’altra, e certo ci stupiremmo a sentirci dire che quest’ultima è altrettanto assurda: ma non potrebbe essere altrimenti che così, perché qualunque sistema che cerchi di dare un’interpretazione (ed utilizzo ovviamente questa parola non per caso) ai sogni partendo dal presupposto che, siccome sono prodotti del cervello, allora possono essere facilmente maneggiati da quelle aree del cervello che sono deputate alle cosiddette “funzioni superiori”, non può che essere assurda. Il cervello “razionale” e quello “sognatore” non parlano solo due lingue diverse, utilizzano proprio due linguaggi diversi, e non solo non si capiscono ora, ma non potranno capirsi mai: il che, ovviamente, non ci deve impedire di riflettere sul fatto che il fine per cui noi abbiamo elaborato una teoria del mondo onirico non è diverso da quello per cui lo hanno fatto “gli antichi”; entrambi cercavamo, in questo modo, di controllare il tempo.

Tutti gli uomini, fino a Freud, hanno creduto che i sogni servissero a guardare avanti; Freud, e tutti quelli che lo hanno seguito (che equivale a dire, almeno su questo punto specifico, tutti quelli che sono vissuti dopo di lui), hanno invertito la prospettiva, ed inventato l’idea che servissero, invece, per guardare indietro. Ma il passato è una costruzione artificiale tanto quanto il futuro: non consideriamo mai davvero tutto quello che è accaduto prima di noi, e quando ci riferiamo al passato stiamo in realtà facendo una cernita (o da soli, o dietro l’imposizione di qualcuno), scegliendo determinati eventi e scartandone altri. E così, quando diciamo che aver sognato questo e quello significa avere determinati sentimenti, stiamo in realtà costruendo una storia che traccia uno dei molti modi possibili in cui possiamo essere giunti a provarli, quei sentimenti, stiamo cioè inventando un passato: un’operazione tanto creativa quanto immaginare un futuro a partire da una confusa immagine ipnica.

Tra l’altro, questo agire sul passato risulta, infine, solo un modo più contorto per agire sul futuro, perché credere (ed ecco che torniamo al punto centrale) che qualcosa ci sia stato porterà qualcos’altro ad esserci, e dunque infine si potrebbe comunque tracciare, a partire da un sogno, un intera catena di eventi che parte dal passato che non è più e giunge al futuro che ancora non è: e così, ancora una volta, ciò che abbiamo sognato, in un modo o nell’altro, “da davanti” o “da dietro”, finisce per determinare e prevedere ciò che sarà… purché ci crediamo, dirà qualcuno a questo punto. Ma dopo questa strana cavalcata, mi trovo a dubitare anche di questo punto: in fin dei conti, la letteratura fantascientifica abbonda di esempi di quel curioso meccanismo che va sotto il nome di “paradosso di predestinazione”, in cui una persona, cosciente del futuro e nel tentativo di cambiarlo, infine lo porta ad avverarsi esattamente come lo aveva conosciuto…

Sarebbe affascinante analizzare le mille implicazioni (fisiche, filosofiche, psicologiche) che schiudono tali racconti, ma penso di aver già esaurito, e da tempo, lo spazio massimo che mi è concesso utilizzare per un articolo come questo; che, alla fine, temo, risulterà un poco involuto e forse addirittura sconnesso: ma è logico che sia così, tutto sommato, visto che in fin dei conti è più una raccolta di appunti, che una trattazione formale di un tema (anzi, non so neanche bene quale dovrebbe essere, il tema che esso affronta).

Ma che strano: pare che il mio sogno di stanotte non si sia avverato.

Come sempre, tutti i sogni sono scritture, e alcune scritture non sono altro che sogni.

13 thoughts on “Sono scritture

  1. Dicono che tutti noi sogniamo, ma che poi solo alcuni riescono a ricordare quanto hanno sognato.
    Io ricordo pochissimo, dei miei sogni, ma una cosa li accomuna: sono tutti proiettati nel passato, mai nel presente o nel futuro. Senza una selezione particolare, se non per il fatto che siano presenti familiari o comunque persone che conosco o che conoscevo.

  2. ti ho seguito fino a “immagine ipnica”, poi mi sono un po’ perso nel collegamento… anche se nel salto che porta al “paradosso di predestinazione” non ho potuto non pensare che il tuo sogno raccontasse dell’esito referendario e delle ricadute politiche che ne conseguiranno.
    (ma forse l’ho solo sognato pure io)

  3. primo punto: “nella letteratura e più in generale nella comunicazione, ciò che si tace è altrettanto importante, o forse addirittura più importante, di ciò che si dice”. non sono sicuro che la letteratura e la comunicazione ordinaria seguano le stesse regole; anche nella comunicazione ordinaria, ovviamente, è molto importante quel che si tace; ma solo la letteratura agisce in modo che la reticenza diventi uno strumento comunicativo e non un semplice occultamento di informazioni sgradevoli.
    secondo punto: molto importanti sono i silenzi involontari di uno scrittore, quando dà per scontate informazioni che per i suoi lettori non lo sono oppure non lo saranno. qui però siamo usciti dal tema, perché in questo caso il silenzio non è usato come strumento espressivo consapevole dello scrittore, ma è qualcosa di imprevisto che gli si sovrappone dal di fuori.
    terzo punto, ma qui trovo un salto logico che non riesco a capire, anche rileggendo più volte: la diversa considerazione dei sogni negli antichi e nei moderni (dopo Freud): in realtà il rapporto con i sogni della cultura antica è molto sfaccettato e complesso, e si va dal divieto di interpretare i sogni sotto l’imperatore Tiberio al divieto ancora più duro, pena la morte, di papa Gregorio II all’inizio dell’VIII secolo.
    si va dall’importanza centrale del sogno come manifestazione divina del “Libro dei sogni ieratico” egizio del 2000 circa a.C. ad una idea simile della cultura ebraica e di lì islamica: l’islam nasce da un sogno di Maometto in cui Allah ordina a lui analfabeta di leggere un libro… a delle idee molto vicine a quelle moderne del sogno come espressione degli strati profondi della psiche – da cui addirittura l’indicazione di dormire possibilmente in luoghi profondi per arrivare più in profondità; e infine in altri casi al rifiuto di occuparsi dei sogni considerati manifestazioni prive di significato: riassumo una sintesi molto essenziale che ho trovato qui: http://www.humantrainer.com/articoli/sogni-significato-storia-umanita.pdf
    il docente con cui mi laureai in greco, il prof. Del Corno, pubblicava poco dopo la mia laurea il principale testo di interpretazione dei sogni dell’antichità: Artemidoro, il Libro dei sogni, che fu un importante punto di riferimento per la prima grande opera di Freud, L’interpretazione dei sogni.
    quindi non è così lineare il rapporto con i sogni delle culture mediterranee nel corso dei millenni.
    e non è neppure detto che l’dea degli antichi sia così stupida, anche se loro attribuivano spesso agli dei i sogni, perché dopotutto in questo modo ritenevano che si esprimesse qualcosa di profondo di chi sogna che definivano divino e che certamente era ed è in grado di determinare il futuro di una persona.
    quarto punto: lo scorrere lineare del tempo è una mera percezione soggettiva, credo che da Kant in poi possiamo considerare questa una acquisizione; quello che lui chiamava noumeno non conosce il tempo; il tempo è una categoria della mente, anzi una nostra particolare limitazione percettiva. ma se la realtà come si manifesta a livello sub-atomico è estranea al tempo, come ammettono anche i fisici – Rovelli fa emergere il tempo dall’entropia che riguarda le strutture complesse, mi pare – allora l’interazione bilaterale tra passato e futuro non dovrebbe essere un tabù: il passato che emerge dai sogni interagisce col futuro, ma anche il futuro, che noi non conosciamo, interagisce col passato; il rapporto razionale di causa-effetto coglie soltanto una interazione del primo tipo, ma il sogno è libero dalle regole della ragione e dunque può effettivamente avvicinarsi a cogliere, in modo disordinato e parziale, e dunque purtroppo non sistematizzabile, l’interazione tra futuro e passato. in poche parole, se anche il futuro determina il presente, allora il sogno riesce a cogliere qualcosa di questi processi che sfuggono alla ragione.

    il tuo post è molto stimolante e sembra la premessa di una riflessione straordinariamente approfondita; mi ci sono rapportato in modo forse invasivo, come spesso mi succede, e questo mio commento, a sua volta, è piuttosto impegnativo.
    uno dei punti su cui lavorare, però, è secondo me se il silenzio come strumento espressivo può avere qualcosa a che fare con l’emersione dell’inconscio e dunque collegarsi a sua volta alle capacità quasi divinatorie del sogno. in altre parole, ciò di cui taciamo è in grado di dirci di noi stessi molto più di quello di cui parliamo?

    • 1. Certo, la letteratura è una forma particolare di comunicazione… ma è pur sempre comunicazione. E questo tipo particolare di silenzio esiste pure in ambito comunicativo “non letterario”: dalle mie parti un popolare modo di dire è “a te nuora lo dico, e tu figlia mi intendi”, che vuole esprimere proprio questo: non te lo dico, ma capisci cosa ti sto dicendo…
      2. Quel che volevo dire è che comunque anche questo tipo di silenzio rivela qualcosa (ed a volte molto) sull’universo culturale di un autore. Tutto sommato questo concetto è molto simile al perturbante freudiano (e direi che questo aspetto lo cogli anche tu nella conclusione del tuo commento): quel che doveva o, meglio, quel che poteva restare celato è divenuto evidente.
      3. Ovviamente sul terzo punto ho forzato la mano, anche perché non ho la tua erudizione sul tema :-). Ad ogni modo, mi sembra, anche leggendo le opere letterarie, che “gli antichi” considerassero i sogni un metodo per interpretare il futuro ad un livello molto vasto (Calpurnia che sogna che la casa le cada addosso la notte prima della morte di Cesare, Carlo Magno che sogna che uccidano Orlando…), laddove oggi è vero il contrario: ritieniamo che i sogni rivelino quello che succede dentro di noi, ossia cosa ci è successo nel passato (ed è vero che qui ho fatto un volo pindarico, ma l’ho scritto che sono appunti:-). E personalmente non ritengo l’idea degli antichi particolarmente stupida: ma è così che la pensa la “cultura condivisa” dei nostri tempi.
      4. Su questo sono d’accordo.

      Penso che la risposta a questa domanda sia senza dubbio sì, ma non so se possiedo gli strumenti culturali per affrontare un discorso così profondo. Credo comunque che la struttura linguistica in cui è costruita la nostra mente “superiore” ci consenta di mentire (o di tacere) anche a noi stessi: ed il sogno, essendo costruito in modo diverso, potrebbe aggirare questa reticenza, come l’hai chiamata tu.

      • sul primo punto hai indubitabilmente ragione; la comunicazione ex silentio esiste anche fuori dalla comunicazione letteraria nella pienezza dei suoi significati e non può essere risolta in reticenza o censura (a proposito: e come si inserisce la censura in questo quadro? ricordo la meravigliosa pagina di Heine: I censori tedeschi – poi una pagina bianca – e in fondo: idioti).
        il problema dunque si sposta, ma diventa soltanto personale: perché in prima battuta l’ho negato? eppure era abbastanza evidente; ma non scomoderemo Freud per così poco…

        sul secondo punto trovo che continuano a sovrapporsi due piani diversi: il silenzio su quello che è dato per ovvio (ma allora non è un vero silenzio comunicativo), dal silenzio su quello che invece è dato per inopportuno e censurato: La sventurata rispose…
        dunque torno al rapporto, in fondo freudiano, fra silenzio comunicativo e censura, anche nel senso freudiano della censura interiore…

        terzo punto: soltanto una spulciata con google, per risvegliare in parte vecchi ricordi, in parte scoprire nuove informazioni. c’è la prova provata di una donna che vide l’omicidio di Kennedy in anticipo e cercò in tutti i modi di avvisarlo, senza riuscirci; caso simile a quello di Cesare; sono solo leggende o fantasie? no, non credo; penso invece che per fatti dalla fortissima potenza emotiva collettiva diventi evidente la capacità del futuro di agire sul passato. quando parlo di meccanismi di feedback, di azione retroattiva, penso a cose di questo tipo, non a Ritorno al futuro… col che sono tornato in prossimità del quarto punto, direi, sul quale siamo d’accordo.

        e completamente d’accordo, a mia volta, con le tue conclusioni

        aspetto con viva curiosità gli sviluppi; però, per continuare, passa o ripassa dalle parti di Rovelli, quando puoi.

      • Ah be’ sì, ma io certo parlavo di due silenzi diversi! Forse avrei dovuto “svolgere” maggiormente il pensiero per chiarirlo.

        Riguardo il tuo terzo punto, mi sembra che ci stiamo avvicinando a Jung, piuttosto che a Freud: all’inconscio collettivo ed agli archetipi. Sbaglio?

        (Non so se ce ne saranno :-).

      • purtroppo Jung era territorio proibito quando sono stato studente e alla Statale di Milano vigeva la rigida ortodossia freudiana di Musatti; io l’ho scoperto molto approssimativamente per mio conto tempo dopo e non l’ho mai veramente approfondito. so del ruolo centrale che gioca nella sua visione la sincronicità e come questo concetto, pur se diverso da quello di cui stiamo parlando qui, apre le porte a tentativi di interpretazione dell’astrologia e dei fenomeni paranormali. ma conosco Jung troppo poco, per poterne parlare seriamente

  4. Pingback: la voce del silenzio è la voce del sogno? – 352 – Cor-pus 2020

  5. Il riferimento ai silenzi “ambientali” mi ha inevitabilmente ricordato quanto scrivevo a proprosito di Sebald e della Germania.
    Un’interpretazione che li’ manca, e che tu proponi, sarebbe proprio che quei silenzi si giustifichino con l’ovvieta’ di quel che avrebbero detto – “talmente quotidiani che non ha sentito il bisogno di dover spiegare o giustificare determinati passaggi” (rimbomba Wittgenstein, in una lettura psicologica e “a contrario”: di tutto cio’ di cui non si puo’ parlare, occorre tacere. Ma psicologicamente, proprio da cio’ di cui non si [riesce] a parlare nasce il trauma).
    Questo apre pero’ una crepa nella riflessione sul “ruolo” dello scrittore e sulla memoria (penso sempre al caso di Sebald, o della Shoah): uno scrittore dovrebbe dire anche ovvieta’ nell’oggi, per trasferirle e preservarle nel domani. Insomma, la scrittura ha istituzionalmente una funzione anti-temporale (o trans-temporale). Forse dovrei approfondire con un post a se’.

    Visto che citi Freud e i sogni, aggiungo che la questione rimane aperta non solo per gli “antichi”, ma anche per praticamente tutte le comunita’ non-occidentali (la psicologia freudiana e’ pacificamente applicabile a questi? Non esiste, che io abbia capito, una risposta conclusiva in merito).

    • Se lo fai te ne sarò grato perché mi hai ingolosito :-).

      Non so, non sono un conoscitore profondo della psicanalisi. Ad ogni modo, la prima domanda da farsi per rispondere alla tua è: esiste in altre culture una visione del senso di colpa analoga alla nostra? Perché mi pare che questo sia un concetto cardine della psicanalisi: rimuoviamo tutto (e quindi non ce lo diciamo, per chiudere il cerchio) perché ci sentiamo colpevoli di aver desiderato nostra madre e voluto uccidere nostro padre.

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