Fotografie, reprise (Domande toscane)

Solo dopo aver scritto l’introduzione a cui, ogni mattina, vi rimando affinché (se è la prima volta che capitate qui) possiate tentare di capire cosa diavolo è Domande toscane, mi è venuto in mente che forse, più che una rubrica, avrei dovuto definirla un concept album, uno di quei dischi le cui canzoni sono legati da un tema (potete intendere questa parola sia in senso contenutistico che musicale). Per altro, questo parallelismo sarebbe stato opportuno perché, è evidente, le componenti di Domande toscane non le sto creando da solo, bensì con l’aiuto di tutti voi che (mai termine fu più appropriato) mi rispondete, ed esso potrebbe quindi anche configurarsi come un concept album di jam session jazzistiche… ma mi fermo qui, per non finire troppo lontano dai lidi a cui vorrei approdare.

Se ho scritto questo preambolo (già troppo lungo, per una serie di post che, almeno per i miei standard, si propongono di essere brevi), infatti, è stato solo per spiegare perché l’articolo di oggi, che per altro interrompe la serie di titoli ordinati in progressione rigidamente alfabetica che l’aveva preceduto, contenga la parola reprise: esso, come una canzone dei Pink Floyd, tornerà a far udire un tema di cui mi sono (ci siamo) già occupati; e forse sembrerà strano che, nella prima (ma non ultima) occasione in cui ciò accade, sia per un argomento che ho candidamente ammesso di non amare né comprendere, e cioè la fotografia.

D’altronde, oggi come oggi è impossibile scrivere qualcosa che abbia in qualche modo a che fare con i viaggi, senza dover parlare di inquadrature mozzafiato, scatti imperdibili e simili, se non altro perché tutti sembrano essere interessati ad immortalare, oserei dire in tempo reale, tutto quello che fanno, vedono, vivono. Credo che, in questo senso, la fotografia si stia incamminando sullo stesso percorso che la musica ha intrapreso tra gli anni Cinquanta e Sessanta quando, da ristretto argomento di studio o, comunque, da elemento ben circoscritto ad alcuni momenti ed ambiti, è passata da essere un fenomeno di intrattenimento di massa. Ironicamente, anzi, si potrebbe dire (e qualcuno l’ha fatto: Elio e le storie tese, ad esempio) che la maggior parte delle esperienze che si vivono oggi le si vivono scattando o filmando.

In dieci giorni che sono stato in Toscana, credo di non aver scattato neppure una foto che non mi fosse stata espressamente richiesta, tanto sono estraneo a questo mondo; e proprio per questo, non ho potuto fare a meno di chiedermi perché questo fosse lo stato di cose; infine mi sono detto che se le persone sentono così spesso il bisogno di immortalare o, molto più spesso, di immortalarsi, è per uno di questi due motivi: perché devono mostrare agli altri che stanno costantemente “vivendo alla grande” (e di questo bisogno ci siamo in qualche modo già occupati), o perché ritengono che un giorno sarà bello avere dei ricordi tangibili (si fa per dire, visto che la maggioranza delle fotografie odierne sono conservate su fragile supporto digitale) di quanto è capitato in passato.

Questi comportamenti hanno entrambi conseguenze psicologiche che non approfondirò; cosa più importante, hanno anche delle conseguenze più meramente pratiche (ed in certo senso politiche), visto che spesso e volentieri, oltre che il nostro privato (o, meglio, quella finzione ormai indistinguibile dalla realtà in cui un fantoccio digitale vive una vita in cui non è mai triste, incazzato, stanco… o se lo è lo è al massimo grado possibile), quelle che consideriamo nostre memorie le consegniamo, caricandole sui social network, a chi possiede le infrastrutture della memoria condivisa (lemma che si conferma ancora una volta assai tossico) che sembra caratterizzare i nostri tempi.

È evidente, infatti, che qualunque forma di memoria abbia bisogno di un supporto che le consenta di emergere: per la memoria personale, questo supporto si chiama cervello; per la memoria “analogica”, si chiama linguaggio; per quella digitale, si chiama server, e noi non lo possediamo né in senso letterale, né figurato: i suoi padroni sono alcuni (pochissimi) uomini, che finora hanno dimostrato di farsi poco scrupolo, quando si tratta di scegliere tra le nostre memorie e i loro soldi.

Ma delle meccaniche dei social network capisco ancora meno della fotografia, e quindi sinceramente chiedo: siamo sicuri (anche io, che le mie memorie le affido al signor WordPress, sia pure sotto pseudonimo) che questa sia una buona idea?

12 thoughts on “Fotografie, reprise (Domande toscane)

  1. domande fondamentali e centrate, considerazioni ampiamente da condvidere (e bella l’immagine sella sessione jazz… 🙂 ). e adesso sono schematico, per non essere fluviale:
    1. la fotografia è una proiezione dell’io, quindi documenta l’io di chi la fa. se uno viaggia in un certo modo, documenta il suo narcisismo consumista, se viaggia per conoscere e capire mondi diversi, o quel poco che ne resta, documenterà questo; non diamo allo strumento le colpe di chi lo usa.
    2. la fotografia anche prima dell’informatica, ma con questa in modo iper-potenziato, è un formidabile potenziatore esterno della memoria, e in questo senso funziona esattamente come una droga: come qualunque droga, potenzia alcune capacità mentali, a scapito di altre. una memoria potenziata è un enorme eccitante e potenzia l’io, che è autobiografico, e dunque il narcisismo. mancano riflessioni adeguate sugli effetti a lungo termine (oppure io non ne conosco).
    3. la permanenza del vissuto attraverso internet è comunque una truffa colossale che dovremmo cominciare a demistificare: nell’occasione attuale del guasto all’HD esterno che ha distrutto tutta la mia attività digitale degli ultimi 15 anni (salvo quella salvata, al momento, su questa piattaforma – che non è poca, comunque, ahah) ho scoperto che gli HD, che ci vendono per archiviare per sempre, sono progettati per durare 2 o 3 anni, che l’alternativa è salvarsi a pagamento su server esterni, e dunque cedere ad altri parti del proprio cervello esterno (chiamiamolo così), cosa che mi pare inaccettabile ed equivalente ad una moderna servitù della gleba; e comunque anche questo è in realtà precario, perché verrai cancellato appena smetti di pagare. insomma l’archivia-ricordi più valido resta ancora la carta, se di buona qualità.
    4. in questi giorni, ripubblicando la mia attività di soli dieci anni fa sul mio blog a parte e riguardando alcuni montaggi video di un viaggio in Cina 2010, mi sono peraltro reso conto che, dove la memoria esternalizzata diventa troppo analitica, non è più mia: di molti episodi, che ho allora “immortalato”, io non ricordo più assolutamente nulla e li vedo come se li avesse girati uno sconosciuto: la perdita del ricordo è un processo naturale e probabilmente anche necessario: vi è una forma malata di capitalizzazione della memoria che pare abbia qualcosa a che fare con lo spirito del capitalismo.
    5. probabilmente qualcuno (come me) ha bisogno di una cura disintossicante, non tanto dalla fotografia, ma dalla memoria digitale in genere.

    (alla faccia della promessa di essere schematico!)

    • Questa volta sottoscrivo in pieno il commento, in tutti i suoi punti. Aggiungo però che (da “amante” della fotografia, che ha iniziato a scattare quando, perdona l’esagerazione, si chiamavano ancora dagherrotipi 😆 ) farsi un autoscatto con il telefono sta alla fotografia come giocare a Subbuteo sta alla finale di Coppa America al Maracanà. Ci sono mille motivi per fotografare, ma difficilmente un amante della fotografia dedicherà il tempo a farsi autoscatti davanti ai monumenti con i muscoli in vista o con le labbra a culo di gallina…

      • manca il tasto discreto del like in questo blog… ringrazio dell’apprezzamento,
        mai fatti autoscatti in vita mia, o quasi, anche perché il mio narcisismo si esprime in altri modi; però diciamo che mi avviene abbastanza spesso, quando viaggio in paesi esotici e lontani, soprattutto in Asia, che mi fotografino gli altri…, assieme a loro, naturalmente, e chiedendolo con molte insistenze, e la cosa non mi dispiace, anche se potrebbe essere considerata una forma di narcisismo al cubo.
        non potendolo documentare del viaggio in Sri Lanka di febbraio-marzo, ti infliggo un esempio più lontano: Indonesia 2013, quattro mesi prima della pensione.

    • 1. Ma il problema è quello che ho cercato di evidenziare in Fotografie “prima parte”: che l’io si sta appiattendo verso forse sempre più uniformi.
      2. Questa immagine mi piace molto… e me la ricorderò (ironicamente).
      3. In realtà forse il dispositivo migliore per la memoria (che è qualcosa di molto diverso dal ricordo ossessivo) è ancora il nostro cervello: anche perché, parliamoci chiaro, gli unici a cui interessa qualcosa della nostra memoria siamo noi, e l’unica condizione (a parte la morte, ma comunque lì della memoria non sapremmo più che farcene) in cui la perdiamo è la demenza. E ad un certo punto di questa perdita non siamo mai coscienti.
      4. Certo: la memoria comprende il dimenticare ed il modificare. È un processo dinamico, simile a scrivere un libro, non a costruire una biblioteca.
      5. Possibile.

      • “la memoria comprende il dimenticare”: sì, esattamente come la vita comprende la morte e ne è a sua volta posseduta.
        anche io cercherò di ricordare questa frase, compatibilmente con la crisi anagrafica della mia personale memoria interna, ehehe.
        d’altra è vero che gli unici veramente interessati alla nostra memoria siamo noi, e che la memoria degli altri è rivolta pur sempre a qualcosa che non siamo davvero noi.

      • Forse è per questo che funzionano i social network, ed allora è giusto dire che sono un’espansione della memoria. Dentro quei profilo noi siamo al centro del mondo, come dentro la nostra memoria.

  2. Qui mi distacco dalle associazioni fotografia-social network. Quando viaggio mi piace fotografare, e non con il cellulare ma con una macchina fotografica, di quelle che ormai si vedono poco in giro. E di quelle foto non ne ho mai pubblicata una, anzi, ultimamente le sto facendo stampare un po’ alla volta per tenerle come ricordo. ecco, io credo che questo dovrebbe essere il senso di un certo tipo di fotografia, ovviamente non sto parlando di selfie o foto del cibo, ma di tutti quegli scatti al mondo che abbiamo conosciuto. È un tipo di fotografia per noi stessi, un modo diverso di raccontare un’esperienza 🙂

  3. La vera cattiva idea è quella di affidare ogni nostra memoria, documento o fotografia al “cloud”, grande buco nero intangibile che attinge alle nostre informazioni anche senza che noi ce ne accorgiamo.
    Se, puro caso, domani non fosse più accessibile “google drive”, quanti di noi perderebbero cose preziose? Il fatto è che noi affidiamo ad “altri” il compito di custodire le nostre cose. Ma in realtà a mio parere la cosa più saggia sarebbe quella di conservare “noi” ciò che è nostro. Con cura, e capacità tecnica (salvataggi files).

    Io le foto le faccio, le stampo, e ne faccio un doppio salvataggio, a volte triplo (PC, memoria esterna, cloud).

  4. non sono sicuro che i social network siano un’espansione della memoria; a me paiono piuttosto l’espansione del narcisismo dell’io, che spesso rifugge dalla memoria, dato che potrebbe avere la capacità sgradevole si ridimensionarlo, ricordandogli i suoi errori.
    è il narcisismo immemore che vive nel tempo dell’eterno ritorno dell’uguale massificato.
    acuta l’osservazione del successo dei social per la capacità di creare una realtà alternativa immaginaria centrata su chi li usa. 🙂

  5. Pingback: una intensa settimana blog – 403 – Cor-pus 2020

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