Toscani (Domande toscane)

Nell’introduzione a questa rubrica raccontavo che già in passato una gita in Toscana aveva prodotto un (lungo, com’è ovvio) articolo di “riflessioni”: ed una delle (molte, chiaramente) cose che scrivevo lì era che in quel viaggio molti dei luoghi comuni che avevo sui toscani erano stati confermati; addirittura, ricordo una frase che iniziava con le parole i toscani sono davvero, a cui seguiva un’imbarazzante sequela di luoghi comuni a proposito degli abitanti di quella regione.

Dato che io ero giovane, e che i tempi erano diversi (un toscano di nome Matteo Renzi sembrava nella peggiore delle ipotesi un’innocua macchietta da commedia dell’arte, e non un pericoloso egomaniaco), quei pregiudizi erano tutti positivi. Tra le altre cose, trovavo il loro senso dell’umorismo straordinariamente divertente: non avevo ancora conosciuto Boris, una delle serie televisive più intelligenti degli ultimi trent’anni, ed uno dei suoi personaggi, Stannis La Rochelle, non mi aveva ancora illuminato con questa battuta fulminante: “i toscani sono la rovina della commedia italiana”.

Oggi come oggi (ma forse è colpa di Renzi) ritengo che La Rochelle avesse largamente ragione, ma che il suo giudizio avrebbe dovuto essere più clemente, se non altro per questo motivo: possiamo essere d’accordo che i toscani “moderni” abbiano rovinato la commedia italiana, ma dobbiamo pur riconoscere che, senza un toscano, la commedia italiana come la conosciamo oggi non esisterebbe.

Un toscano di nome Mario Monicelli (lo so: anagraficamente, in realtà, Monicelli era nato a Roma. C’è da dire tuttavia che lui non ha mai negato, e volontariamente, la voce che lo voleva nato invece a Viareggio: a detta dell’ultima sua compagna di vita, perché a quella città si sentiva molto legato. Penso che questo voglia dire qualcosa, visto che tutto sommato l’identità è qualcosa che si sceglie).

Non mi ero mai reso conto di quanto la sua “toscanità” (sempre che esista questo concetto: concedetemelo, vi prego, per amor di discussione) fosse importante nella nascita del genere della “commedia all’italiana” finché, complice anche una visita al Palazzo Pfanner di Lucca, in cui è stato girato, il mio compagno di viaggio non mi ha raccontato a sommi capi la trama de Il marchese del grillo (film che, benché ami molto Monicelli, non ho mai visto per intero): ed il mio commento non ha potuto che essere “sembra un film molto divertente, ma molto amaro”. Come, d’altronde, ho imparato essere tutti i film di Monicelli, anche i più solari: e ciò in ragione della sua crudeltà, del suo desiderio di non celare mai nulla, neppure la verità più dolorosa. Anche quando si tratta di far ridere, soprattutto quando si tratta di far ridere.

Ecco, da quello che ho potuto appurare perfino io in questo breve viaggio, questa è la caratteristica più toscana della poetica di Monicelli: l’umorismo toscano e, più in generale, l’interazione toscana mi sembrano improntati alla stessa, spietata sincerità. Credo tuttavia che questa loro peculiarità mi sarebbe risultata più evidente qualche anno fa visto che, mi pare, ormai tutti (soprattutto su Internet) sembrano aver bisogno di umiliare qualcuno, con la scusa della sincerità, per far ridere. E questo, francamente, non mi piace neanche un po’.

Il mio amico bortocal potrebbe a questo punto obiettare che tempo fa, durante una conversazione, rimproverò proprio questo difetto alla satira, genere da me molto amato e che allora difesi: ma non credo che in ciò ci sia contraddizione. Per come la penso io la satira deve sì essere spietata, ma esserlo non con un “bersaglio facile”, che si mortifica solo perché è piacevole farlo, bensì con il potere e con chi si dimostra essere spregevole: altrimenti non è satira, è bullismo (Daniele Luttazzi, tecnicamente, lo chiama anzi sfottò fascistoide), messo in atto talvolta anche senza intenti umoristici, ma al solo scopo di soddisfare il proprio ego, che riluce in contrasto con l’umiliato.

Non penso che coloro che si comportano in tal modo lo facciano per imitare i toscani, ma supponendo che lo facessero: siamo sicuri, allora, che l’unica cosa che i toscani hanno rovinato sia la commedia italiana?

6 thoughts on “Toscani (Domande toscane)

  1. Stavolta sono solo parzialmente d’accordo con La Rochelle. Potrei esserlo se penso a Pieraccioni o Benigni, meno se penso appunto a Monicelli, Virzì, Taviani (anche se sono meno “commediografi” e più “tragediografi”) o, in minor parte, Benvenuti (che non mi convince fino in fondo ma non al punto di dire che ha ucciso la commedia). Sul re Mida Matteobe, invece, c’è poco da darti torto, ha trasformato in m*** tutto ciò che ha toccato.

  2. a me viene in mente – un po’ da vecchio professore in pensione – che la caratteristica della comunicazione toscana che metti in evidenza, cioè la spietata sincerità, ha un precedente illustre, forse in parte espressione di quel modo di esprimersi, ma a sua volta rafforzativo di questa caratteristica: ed è Machiavelli, a volte perfino cinico in questa lucidità di analisi.
    questo potrebbe aiutarci a coglierne la grandezza.

    non ricordo ora nei dettagli la nostra discussione sulla satira, che però ricordo che abbiamo fatto: a me pare che la tua sintesi potesse essere anche la mia: la satira (come la spietata sincerità di sopra, con cui la satira è a sua volta imparentata) funziona soltanto se rivolta contro chi sta in alto, al di sopra, nella gerarchia sociale, dell’osservatore critico.
    se la satira o la spietata sincerità vengono esercitate contro i socialmente o individualmente deboli, si chiama bullismo.

  3. Pingback: una intensa settimana blog – 403 – Cor-pus 2020

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