Posizione laterale (di sicurezza)

Alcuni giorni fa io ed una mia collega siamo andati a conoscere il primario del pronto soccorso in cui, se tutto va bene (ma essendoci di mezzo parecchia burocrazia, ci sono parecchie probabilità che almeno qualcosa vada storto), dal mese prossimo inizieremo entrambi a lavorare. Nel caso ve lo steste chiedendo sì, ci siamo andati insieme, nella stessa automobile: perché ci conosciamo da tempo e sarebbe stato stupido non fare così, ed anche perché, avendo io e lei condiviso tempi e spazi in uno dei luoghi più pericolosi al mondo, e cioè l’ospedale, e dovendone anzi condividere ancora parecchio, abbiamo convenuto che non ci stavamo macchiando di alcun crimine o, comunque, non di un crimine particolarmente grave.

Da qualche parte sotto il limite della nostra coscienza, tuttavia, il tarlo del rimorso doveva essere al lavoro, se è vero, com’è vero, che ad un certo punto, mentre stavamo tornando nella città in cui tutti e due viviamo, ho seccamente interrotto la frase che stavo pronunciando ed esclamato: “Però vedi, alla fine arriviamo sempre a parlare di questo cazzo di Covid”.

A molti di voi, e soprattutto a coloro che hanno conosciuto dei medici in situazioni estranee alla loro professione, questa mia affermazione sembrerà al minimo curiosa: è infatti praticamente un luogo comune che i medici (perfino quando sono gli unici rappresentanti della categoria seduti attorno ad un tavolo, figurarsi quando sono “in branco” tra di loro) parlano sempre di lavoro e parlano solo di lavoro; e non credo che questa vostra opinione subirebbe dei significativi mutamenti, anche qualora vi portassi a conoscenza del fatto che, prima di partire, io e la mia collega avessimo stretto una specie di tacito accordo: quanto meno per gli ottanta chilometri che avremmo dovuto percorrere tra andata e ritorno, avremmo cercato di non fare neppure cenno a quello che è tornato ad essere “l’elefante nella stanza” di quasi ogni discorso (comunque, di ogni discorso che voglia occuparsi di futuro). È infatti ben noto pure che tutti i monologhi tenuti dai medici in luoghi diversi dagli ambulatori in cui esercitano la loro professione iniziano con le parole “giuro che questa sera non voglio parlare di lavoro”.

Devo ammettere con vergogna che ubbidisco pedissequamente allo stereotipo del dottore autoreferenziale, come per altro qualcuno mi ha rimproverato non troppo tempo fa; pure, quella mia promessa era sincera. Anche perché, a ben vedere, non sono affatto sicuro che il Covid sia davvero il mio lavoro, ed anzi l’unica certezza che possiedo a questo riguardo è che non vorrei che lo fosse.

Dire una cosa del genere, me ne rendo conto, è peccare di ingratitudine, soprattutto in questo periodo: quasi nessuno può permettersi il lusso di fare il lavoro che ama, ed anzi negli ultimi mesi più di qualcuno avrà visto sfumare questa possibilità proprio in ragione dell’epidemia e delle sue nefaste conseguenze (e non mi riferisco solo a quelle economiche, di cui si sta discutendo secondo me troppo e male, ma anche e soprattutto a quelle sanitarie, psicologiche, umane); ed anche chi, grazie ad un fortunato allineamento degli astri, riesce infine ad accedere proprio a quella posizione che desiderava occupare, deve ben presto rendersi conto che essa possiede, pure, degli aspetti che non lo soddisfano in pieno, e che preferirebbe non esistessero.

Io stesso ho più volte lamentato che una buona quota del lavoro che si svolge in pronto soccorso non ha nulla a che fare con la medicina d’emergenza, ed anzi a ben vedere neppure con la medicina in senso largo: molte delle persone che entrano dalla porta dei nostri ambulatori, infatti, si rivolgono a me ed ai miei colleghi non perché stiano male, ma perché (come scrivevo qui) noi siamo gli unici che sono aperti anche quando tutti gli altri sono chiusi, gli unici che possono fornire loro un aiuto che il sistema non può o non vuole dargli (spesso, anzi, il sistema non è neppure in grado di comprendere che quelle persone abbiano un bisogno che deve essere soddisfatto): e, forse, anche il fatto che così tante persone si siano presentate al bancone del triage degli ospedali in cui ho lavorato da marzo ad oggi al solo scopo di farsi fare un tampone nasofaringeo, perché il loro medico di base si era reso irreperibile appena era venuto a sapere che tossivano o che avevano la febbre (mi spiace dirlo, ma sì, è successo), si inserisce in questo contesto. Ma questa mia funzione precipua, quella di essere una valvola di sfogo per un sistema che non funziona come dovrebbe, è qualcosa con cui ormai ho fatto pace (nonostante borbotti e nomini invano svariate divinità ogni volta che un paziente candidamente ammette di essere venuto da me perché “devo fare una radiografia del torace ma il primo appuntamento me l’hanno dato tra tre mesi”), ed è un’altra, la motivazione per cui non voglio che il Covid sia il mio lavoro.

Alcuni mesi fa, quando con cauto ottimismo iniziavo a pensare che, forse, eravamo davvero usciti dalla “fase uno” (e, intendiamoci, avevo ragione: quello che non sapevo era che stavamo iniziando una gloriosa cavalcata che ci avrebbe infine condotti alla “fase zero” in cui ci troviamo ora), lamentavo il fatto che, a leggere la letteratura scientifica prodotta dal momento in cui la pandemia era esplosa, si aveva l’impressione che le sindromi coronariche acute, le ulcere peptiche e le infezioni a trasmissione sessuale fossero improvvisamente scomparse, e che la medicina fosse ormai pronta a trasformarsi nella covidologia, un’affascinante disciplina in cui tutte le diagnosi sono uguali ed un solo, miracoloso farmaco è in grado di salvare tutti i pazienti venuti a bussare alle porte degli ospedali, a prescindere da quali sono le condizioni in cui versano, le patologie croniche da cui sono affetti, il punto della storia naturale in cui abbiamo avuto la ventura di incontrarli: tutte queste panacee erano curiosamente molto care, e nessuna di esse aveva un’efficacia dimostrata superiore a quella dell’oscillococcinum tanto caro ai cultori dell’omeopatia. È per altro poi venuto fuori che probabilmente buona parte di quella letteratura scientifica era piuttosto letteratura fantascientifica, e che pare che la cosa migliore che possiamo fare per i pazienti colpiti da questo maledetto SARS-CoV-2 è dargli un farmaco da pochi euro, il buon vecchio cortisone, che comunque ha un’efficacia limitata e solo in certi stadi della malattia. Insomma, è venuto fuori che il Covid è una cosa complessa, e che purtroppo non basterà trovare una formula magica, per accedere al ruolo di “eroe salvatore del mondo dalla più grande catastrofe che su di esso si sia abbattuta dal tempo dell’asteroide che fece estinguere i dinosauri”.

In questo, come in molti altri casi, ho dovuto rendermi conto che il mondo della medicina è un microcosmo che riflette in modo abbastanza fedele ciò che accade nel macrocosmo che gli sta intorno: come tra noi conciaossa, anche fuori dagli ospedali, soprattutto ora che il numero giornaliero di contagi cavalca trionfalmente verso i ventimila, chiunque vuole dire la sua sul coronavirus (sia mai per fortuna dica la cosa giusta); come tra noi spacciatori di principi attivi, anche tra gli altri sembra essere radicata la convinzione che le cose siano semplici, e che tutto possa essere facilmente compreso, interpretato e risolto: ciò ha portato ad una polarizzazione del discorso tale che il discorso stesso, in effetti, non è possibile, e tutto ciò che si può fare parlando di Covid è fare monologhi, a meno che non ci si voglia andare ad infilare in tutta una serie di distinguo e precisazioni che finiscono per rendere sterile e/o futile quello che si voleva dire.

Mi sono reso conto che questa era la situazione alcuni giorni fa, rispondendo a questo articolo del mio amico Mauro, il quale muoveva ai “filosofi” (si scusi il termine) nostrani la giusta critica di essersi messi a parlare dei massimi sistemi e della liceità di andare in giro ad infettare tutti quelli che conosciamo nel momento in cui il sistema sanitario nazionale era (ed è) messo sotto un tale livello di stress che non si sapeva (e non si sa) se avrebbe retto il colpo (e, lo dico per coloro che non capiscono cosa ciò significhi, un sistema sanitario che non regge il colpo è quello in cui stai avendo un infarto, chiami il 118 e nessuno ti risponde). Testimoniando candidamente nei commenti la stessa intenzione che mi ha spinto a scrivere questo articolo, e cioè quella di smettere di parlare di Covid, scrivevo tuttavia che bisognava fare attenzione, nel momento in cui si attacca chi sminuisce la gravità della situazione, a non cadere nell’errore opposto, che è quello che stanno facendo, in malafede e sotto le mentite spoglie di un irreparabile scontro ideologico, governo ed opposizione: ossia, quello di credere che il contagio avvenga solo in quelle forme di socializzazione che non portano né a consumare, né a produrre. Per spiegare meglio questo mio pensiero, linkavo questo articolo dei Wu Ming, che lo sintetizzava, credevo, più o meno bene.

Mauro non ha apprezzato quell’articolo quanto me, ed anzi mi ha scritto che lo riteneva proprio l’esempio perfetto della tendenza che stigmatizzava, quella racchiusa nella famosa storiella di Talete che, mentre osserva pensoso le stelle, cade in una buca scavata sulla spiaggia: ecco, per Mauro parlare di attacco agli spazi pubblici nel momento in cui le persone rischiano seriamente di morire fuori dalle porte degli ospedali perché quelle porte non possono loro essere aperte, significa guardarsi l’ombelico e darsi pacche sulle spalle per la propria sagacia e far finta che in fin dei conti non sia così pericoloso, il coronavirus, quando invece dovremmo affrontarlo con una disciplina quasi militaresca (ed ecco che inevitabilmente si finisce ad usare il linguaggio guerresco per parlare di un’emergenza sanitaria), impensabile per noi occidentali individualisti. Per parte mia, ad una prima lettura, ho semplicemente creduto che i Wu Ming dessero per scontato che il Covid-19 sia qualcosa di assai pericoloso, e che dobbiamo fare il possibile per stare al sicuro e, soprattutto, per tenere al sicuro gli altri; questo, in fin dei conti, è il mio pensiero, e quello che mi limito a dire è che il governo sta sfruttando questa occasione per imporre un maggior grado di controllo sociale e per favorire il capitale, che è poi quello che fanno tutti i governi, in ogni situazione. A rileggere, dopo le critiche di Mauro (che, amicus Plato, magis amica veritas, a questo difetto è tutt’altro che immune), quel post, tuttavia, mi rendo conto che effettivamente anche i Wu Ming, nel loro “bisogno” di non dare alcun riconoscimento al governo, cadono nel “bipolarismo virale”, che colpisce qualunque cosa si occupi del “tema del momento”: è impossibile parlarne senza finire in una delle uniche due posizioni esistenti, senza essere o “negazionisti” o “catastrofisti”, apocalittici o integrati. Con me o contro di me, coi No-Mask o coi Burioni. Non c’è nessuna posizione laterale da cui guardare al Covid.

Ecco, di argomenti del genere non ho voglia di parlare, lo dico sinceramente; ed è per questo che, anche se sembrerà assurdo, nei prossimi, lunghi, difficili mesi, tenterò di tenere questo blog il più possibile “Covid-free”. D’altronde, è vero, non posso scegliere che il Covid non sia il mio lavoro: sarà almeno mio diritto decidere che non diventi la mia vita.

9 thoughts on “Posizione laterale (di sicurezza)

  1. ciao. ho letto con molto interesse e anche piacere nella lettura questo post, ricco di una appassionante dimensione autobiografica che diventa testimonianza sociale molto utile a capire il presente; e lo condivido ampiamente, soprattutto là dove dice credere che le varie forme di espressione dei poteri reali (della politica e dell’informazione) ci vogliono far credere che il contagio da Covid “avvenga solo in quelle forme di socializzazione che non portano né a consumare, né a produrre”. spero che questo mi eviti di cadere nel bipolarismo virale che mi rimproveri, non so quanto giustamente – e qui un certo dissenso è inevitabile, ma tutto sommato mi pare anche marginale.

    per un uomo della mia generazione viene naturale ricordarsi della fase atroce del terrorismo rosso degli anni Settanta, che distrusse l’egemonia, culturale almeno se non anche politica, della autentica sinistra e ogni sua influenza futura grazie alla ampia diffusione al suo interno dello slogan suicida Né con lo Stato né con le Brigate Rosse, che suonava come una abdicazione pura e semplice dalla presenza politica.
    non vorrei che qualcuno oggi lo attualizzasse in qualche modo dicendo né con lo Stato né col Covid.
    io penso di sfuggire alla polarizzazione semplicistica che giustamente critichi e un poco ingiustamente (credo) mi rimproveri, proprio perché penso che si potesse allora essere contro le Brigate Rosse senza essere per questo acriticamente a favore dello Stato e penso oggi che si possa sostenere il dovere di proteggere se stessi e gli altri dall’epidemia col rispetto delle forme di distanziamento sociale che sono le uniche che possono aiutarci a contenere l’epidemia (ma non certo a risolverla, a meno di non farle diventare drastiche e assolute come in Cina o in Vietnam).
    ma essere a favore di queste forme di auto-tutela sociale significa forse essere a favore dello Stato o del governo che è comunque lo strumento in grado di cercare di imporle?
    non mi pare proprio, considerando le numerose critiche che vado facendo agli errori gravissimi e ripetuti che nascono nello Stato e nel governo proprio dalle concessioni alle pressioni anti-sicurezza che vengono dal mondo dell’economia.

    una di queste forme di pressione economica e in assoluto la meno nobile (a mio parere) è quella che viene dal mondo della cosiddetta movida, cioè da locali, discoteche e quant’altro, che si unisce rafforzandola a quella delle aziende turistiche e cosiddette sportive; avrei preferito e preferirei tuttora forme di assistenza al reddito dei gestori e una chiusura drastica che ci avrebbe ridotto i guai di oggi.
    spero, dicendo queste cose, di non passare per un servo del sistema, come si diceva una volta, o per un militarista da Covid fuori tempo, come si potrebbe sospettare oggi; questo secondo rischio lo avverto di più, perché so bene di avere ricevuto una educazione di tipo militare come figlio appunto di un ufficiale e questo induce in me a sottovalutare le sofferenze individuali (anche la mia) nel nome di obiettivi collettivi più nobili. e tuttavia – spero che non sia una deformazione mentale del tutto soggettiva – è proprio di una disciplina di ferro che avremmo bisogno in questo momento per contrastare il virus, e la Cina insegna – ma non a noi che abbiamo una cultura e una storia fondate sul culto dell’individuo e dei suoi diritti.
    questo culto tipicamente occidentale, anzi addirittura anglosassone nella sua origine, si chiama in ultima analisi capitalismo, ma è difficile riconoscerlo al volo in chi pretende di andare in giro senza mascherina o rivendica il suo diritto di ubriacarsi e drogarsi nelle piazze, epidemia o no.
    costoro rischiano di essere soltanto la versione aggiornata, solo apparentemente meno sanguinaria, dei terroristi degli anni Settanta che si dicevano rossi ed era come se fossero stati neri? la pongo come domanda, ma non mi sottraggo ad una risposta: io credo di sì.
    anzi, trovo l’analogia impropriamente nobilitante per loro: concretamente questi non sono affatto neutrali tra Stato e virus: sono a favore del virus, senza se e senza ma, e per esserlo utilizzano le critiche giuste allo Stato e al governo, ma applicandole praticamente in modo sbagliato e sostanzialmente criminale. l’analogia con le Brigate Rosse finisce qui, su questo aggettivo.
    naturalmente i Wung Mi soggettivamente sono lontanissimi da tutto questo, però credo che abbiano fatto un passo falso in una direzione sbagliata.

    • Forse avreati dovuto scrivere anche tu un post a parte :-).

      Comincio col dire che cadere nel “bipolarismo virale”, tutto sommato, non è un difetto, come invece scrivo nel post: è semplicemente inevitabile, e qualche volta avviene “a targhe alterne”. Se parlo con un negazionista probabilmente sono un catastrofista, e viceversa. Anche a me capita di saltare spesso alle conclusioni affrettate.

      Noto due cose da questa tua risposta: una certa contraddizione quando dici che è stato lo slogan “né con lo stato né con le BR” ad uccidere la sinistra, e poi che si poteva essere contro le BR senza essere per lo stato; e che la scelta di questo esempio mi sembra esemplificativa del fatto che tu stai effettivamente considerando il Covid come un problema “militare”, o quanto meno di ordine pubblico, come per Cossiga lo era qualunque manifestazione di quei giorni (e dico questo sapendo di pungerti nel vivo… lo faccio solo per amore di discussione, credimi). Ecco, il problema dello stato attuale, secondo me, è che vuole “risolvere” il Covid come Cossiga voleva risolvere il terrorismo: sparando a chi non era terrorista.

      Lungi da me l’idea di difendere la movida: ma è un dato di fatto che fin dall’inizio il governo ha tentato di “spostare” la socializzazione dai luoghi “gratuiti” a quelli “a pagamento”. Lo stesso fatto che le discoteche ad un certo punto fossero state riaperte lo dimostra. Il punto secondo me è che è ridicolo fare cose come il coprifuoco e le sei persone in casa, lasciando però alle persone la possibilità di andare al ristorante. Il governo ha colto l’occasione per dichiarare guerra alla socialità, non agli assembramenti.

      Per altro, io credo che il comportamento tutto sommato “assolutistico” delle istituzioni abbia portato molti a non auto-tutelarsi: l’assurdo palliativo delle mascherine all’aperto, per dirne una, ha portato molti a far quello che facevano prima, ignari del fatto che le mascherine chirurgiche proteggono poco, o forse nulla. Sono comunque d’accordo sull’assunto di fondo, ricorderai che io stesso ho espresso perplessità riguardo l’insistenza sulla “libertà individuale” tanto spesso richiamata a sproposito da sinistra.

      Questa tua insistenza (non parlo di questo commento, dico in generale) sul drogarsi ed ubbriacarsi è, secondo me, ingenerosa. Non è solo quello che si può fare in piazza.

      (Mi scuso per il disordine nella risposta).

      • farne un post, dici? ci penserò. di recente ho ripreso l’abitudine di trascrivere una volta la settimana i miei commenti su altri blog, e la mia risposta finirà certamente lì. però forse la soluzione è effettivamente inadeguata, ci penserò.
        poi, come forse hai già capito, considero i dialoghi attraverso i commenti più importanti dei post, che sono spesso soltanto dei pretesti per svilupparli; in questo sono ancora socratico, amo la filosofia parlata e dialogante, più di quella irrigidita dalla scrittura.

        tu dici che l’analogia con gli atteggiamenti da tenere col terrorismo degli anni Settanta riconduce ad una visione militare del problema covid. questo problema non è affatto militare, hai ragione, però la gestione degli atteggiamenti umani rispetto alle regole sul Covid lo sta diventando; non insisto su questo punto citandoti gli scontri di Napoli di stanotte perché non voglio avere l’aria di quello che si vanta di avere avuto ragione; preferirei che i fatti mi dessero torto.
        la citazione di Kossiga è però quanto mai inopportuna e direi anche sbagliata storicamente: Kossiga fu l’artefice principale della liquidazione di Moro da parte della CIA attraverso l’uso scientifico delle Brigate Rosse. quindi agiva nella stessa direzione del terrorismo. ricordo che aiutò a fuggire dall’Italia il figlio terrorista del ministro democristiano Donat Cattin (cosa che non gli impedì di diventare il presidente della repubblica più plebiscitato della nostra storia, anzi fu un fattore decisivo probabilmente del suo successo politico dopo la farsa delle dimissioni daministro dell’Interno alla morte dell’amico Moro che aveva tradito). Kossiga usò la repressione poliziesca e le infiltrazioni contro i movimenti veri: agiva d’accordo col terrorismo e non contro.

        la movida è chiaramente una delle forme che assume la socializzazione a pagamento; non mi risulta che ci sia una movida sobria e con gli alcoolici prodotti in casa.

        sul problema della diffusione della droga in Italia effettivamente sono in debito di un post; sto pensando di scriverlo da tempo e mettendo da parte del materiale, ma poi rinvio sempre, per altri argomenti meno dolorosi e forse per il ribrezzo che a me stesso fanno le cose che dovrò dire a riguardo: anticipando l’essenziale, dovrei dire che l’Italia è da anni oramai in balia di una lobby nascosta di trafficanti che ha oramai il controllo pieno della politica e delle stesse forze dell’ordine, che agiscono a protezione del traffico, e non per contrastarlo, salvo che con qualche piccola azione su figure marginali, fatte per ingannare l’opinione pubblica.
        l’Italia è il paese dove la droga governa da anni, protetta da una feroce censura sul tema nell’informazione, ed è anche molto pericoloso dirlo.
        a queste tesi estreme arrivo peraltro anche attraverso esperienze personali e non per sentito dire.

  2. Un tema complesso, che forse tocca ognuno di noi in maniera diversa. Chi con il covid ci lavora e chi no, chi quando ha un problema si lamenta con gli altri e chi no, e via dicendo. Credo sia innegabile che ormai gran parte delle conversazioni sono incentrate su questo, lo vedo anche io, in tutti gli ambiti: dalla cena in famiglia alle chiacchiere tra amici e perfino alle lezioni all’ università. Alcuni con la pretesa di avere la verità in tasca e altri solo bisognosi di confrontarsi. Credo che a piccole dosi possa fare bene, ma non deve sfociare in un’ossessione catalizzatrice di tutte le attenzioni altrimenti davvero non ne usciamo più, ma dalla paura

  3. concordo pienamente che non ci sia più alcuna posizione laterale da cui osservare ciò che sta accadendo: siamo ufficialmente usciti dalla comfort zone. se c’è però una cosa di cui sono convinto è che esiste un modo per stare a galla, in questo momento, ed è la creatività (termine forse un po’ abusato per altre ragioni, in questo periodo storico, ma che non per questo perde le mie simpatie).

    Il giorno ven 23 ott 2020 alle ore 08:03 Suprasaturalanx ha scritto:

    > gaberricci posted: ” Alcuni giorni fa io ed una mia collega siamo andati a > conoscere il primario del pronto soccorso in cui, se tutto va bene (ma > essendoci di mezzo parecchia burocrazia, ci sono parecchie probabilità che > almeno qualcosa vada storto), dal mese prossimo inizie” >

  4. Credo sia abbastanza normale che tra colleghi si parli di lavoro, anche fuori dagli orari consueti, o dall’edificio in cui si lavora. Capita un po’ a tutti, anche a me, non solo ai “medici”.
    E’ altrettanto vero, tuttavia, che se oltre ad essere colleghi si è anche un po’ “amici” poi si finisce anche a parlare d’altro. Quando esco per lavoro con Alex, per esempio, partiamo parlando della “rete” e del “terminal server”, ma alla fine – senza accorgerci – finiamo per discutere di donne e calcio.

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