A kind of magic

Su questo sito ho più volte illustrato quale sia la mia posizione sul “paranormale” (intendendo questo termine in senso assai ampio), ed ho anche raccontato il curioso percorso che, grazie soprattutto all’azione “salvifica” di Mariano Tomatis, mi ha condotto dall’integralismo razionalista che manifestavo a vent’anni, quando meditavo di iscrivermi all’UAAR e ritenevo fosse una buona idea andare a dire ad un malato terminale che era stupido che andasse in chiesa a pregare, e che doveva rassegnarsi all’idea che presto sarebbe diventato nulla piuttosto che sognare che sarebbe andato a stare in un posto migliore in cui non avrebbe più sofferto e, forse, avrebbe rivisto tutti coloro che aveva amato, alla posizione “possibilista” che professo ora; in particolare, ho sovente espresso la convinzione che il magico possa (ed anzi debba) far parte della vita di ciascuno di noi. Questo, ovviamente, non mi ha condotto nelle schiere degli adepti del culto di gente come Roberto Giacobbo, a cui per altro credo manchi una componente fondamentale per divenire dei rispettabili autori di discorsi magici: una buona narrativa.

A guardarla in retrospettiva, comunque, l’evoluzione del mio pensiero è meno radicale di quanto potrebbe sembrare; in fin dei conti, come dicevo nei commenti a questo articolo di goatwolf, io resto sempre dell’idea che tutto ciò che accade accade qui ed ora, e sono ancora disposto a tornare a vestire i panni del rigido materialista che nega qualunque forma di compromesso con la realtà, soprattutto quando mi accorgo che c’è qualcuno che sta usando la magia, che per me è una cosa seria ed anzi liberatoria, allo scopo di tenere qualcun altro in uno stato di minorità (di cui quel qualcun altro è spesso in parte responsabile: ma non è questo il punto). Per il resto, quello che mi differenzia dallo spocchioso adolescente che davvero riteneva che a qualcuno potesse interessare ascoltare le sue opinioni sull’esistenza di Dio, a parte una maggiore umanità, è solo che oggi ritengo il campo del reale assai più ampio di quanto non lo ritenessi dieci anni fa; in altri termini, ho fissato più in là i confini del qui ed ora in cui avvengono le cose. In questo articolo, ad esempio, scrivevo che sono ormai intimamente convinto che i fenomeni paranormali (quando non sono il prodotto di una truffa, chiaramente… ma a ben pensarci in quel caso è ancora più difficile negare che ci siano stati) avvengano realmente: solo, nella mente di chi li vive, e non nel mondo fisico che chi dichiara (in maniera perfettamente sincera) di aver visto un fantasma condivide con i suoi simili; ma in fin dei conti sappiamo bene che esiste un mondo esperenziale diverso per ogni persona che lo percepisce, e d’altronde almeno dai tempi di Planck sappiamo pure che anche i dati oggettivi su cui tutti siamo d’accordo potrebbero riservarci, in tempi e condizioni particolari, delle sorprese. In effetti, in un mondo relativista e quantistico bisognerebbe forse essere meno propensi ad attribuire con eccessiva facilità l’etichetta di folle, ma non è di questo che voglio parlare in questo articolo.

Ad ogni modo, sono ancora certo del fatto che una realtà fisica e condivisa esista, e rivendico con forza la convinzione che il pensiero magico, che a volte so essere provvidenzialmente consolatorio, non dovrebbe mai essere usato per negare che talune cose effettivamente accadono, e che noi non possiamo far nulla per impedirle o annullarle: posso accettare senza problemi, come scrivevo nell’articolo linkato più su, che il fantasma che qualcuno mi dice di aver visto in certo qual modo esista; questo, tuttavia, non dovrebbe spingere quel qualcuno a pensare che l’entità con cui ritiene di aver parlato sia davvero il trapassato cui sembrava assomigliare, o a cui ha voluto dare un certo nome: in altri termini, credere nei fantasmi (o giocare a crederci) non dovrebbe portarci a pensare che qualcuno che si sta decomponendo in una bara (mi si scusi per la brutalità) non sia davvero morto, che la sua individualità (che è quello che la morte distrugge) sia ancora, per noi, in qualche modo raggiungibile. È importante tenere fermo questo punto perché esistono delle situazioni in cui affidarsi in tutto e per tutto al pensiero magico costituisce un pericolo reale; e se certo ormai ho imparato che esso è fondamentale per vivere, ho pure scoperto, col tempo, ed abbandonando l’ingenuo idealismo della mia gioventù, che è inutile affannarsi a vivere, se non si riesce a sopravvivere: e, a questo fine, un pensiero schiettamente realista o, se vogliamo, scientifico, torna assai più utile di uno magico. Se non altro perché le azioni intraprese in un’ottica “scientifica” hanno delle conseguenze che sono più prevedibili di quelle intraprese in un’ottica “magica”: è infatti significativamente diverso interpretare il mondo tenendo conto che, evidentemente, in esso esiste qualcosa di magico, e pretendere di utilizzare quella magia per realizzare qualcosa; e la differenza fondamentale tra la magia e la scienza sta appunto qui, nel fatto che la prima non sempre funziona o, per meglio dire, nel fatto che non possiamo dire se funzionerà e, se non lo farà, non possiamo sapere con certezza perché non l’ha fatto. A volte gli oroscopi hanno ragione, e sono il primo ad esserne sorpreso e deliziato; ma, quando non ce l’hanno, nessun astrologo è capace di spiegare perché. Se un antibiotico, o un cocktail di antibiotici, non fa migliorare un paziente, un antibiogramma è probabilmente in grado di dimostrarci che il batterio su cui lo stiamo utilizzando è resistente a quella o a quelle molecole (notate che ho scritto probabilmente: so bene che un certo grado di incertezza permane anche nei rimedi “scientifici”, anzi ritengo che proprio ricordarsi di questa sua limitatezza sia ciò che separa la buona dalla cattiva scienza: e chi va in televisione a pontificare, forte della sua laurea, dovrebbe ricordarsi che non sta facendo la figura dello scienziato, ma dello stregone. Oltre che dello stronzo).

Mi rendo conto benissimo di aver trattato l’argomento, fin qui, in termini molto astratti; ciò perché, se volessi fare un esempio concreto, dovrei forzatamente trarlo dall’argomento medico che ultimamente monopolizza le conversazioni e le prime pagine dei giornali: la pandemia da Covid-19 e, soprattutto, i supposti rimedi per avversarla, di cui dicevo qui di non voler diventare (di nuovo) succube. Mi sembra infatti evidente che praticamente tutte le soluzioni fin qui proposte e/o messe in atto condividano un retroterra spiccatamente magico, e magico nel senso sbagliato; ed in questo senso è paradigmatica la posizione di quelli che potremmo chiamare negazionisti in senso stretto, che non solo rifiutano di accettare che il SARS-CoV-2 esista, ma spesso e volentieri non lo chiamano neppure per nome: una sacra reverenza della parola che è un po’ la “forma negativa” di quei rituali magici che si basano sul fatto che basta conoscere una parola, quella giusta, per far succedere qualcosa; qui, invece, abbiamo l’inverso: basta non nominare qualcosa, per far sì che esso non esista. Ma, d’altro canto, se Sparta piange, Atene non ride: ne è dimostrazione che un atteggiamento parimenti “magico” sembra regnare pure in quello che dovrebbe essere il regno del pensiero scientifico, e cioè in quel Comitato Tecnico-Scientifico cui il governo si affida per prendere decisioni riguardo la gestione dell’epidemia.

Alcuni giorni fa, su un gruppo Whatsapp che condivido con alcuni colleghi, un mio amico che lavora in una rianimazione di una regione all’epoca “gialla” ed ora “passata di grado”, lamentava delle proporzioni assolutamente soverchianti che il contagio sta assumendo in quei luoghi; e, alla domanda ironica di uno di noi, “ma non siete zona gialla?”, ha risposto dicendo che le valutazioni del Comitato Tecnico-Scientifico (i cui parametri di decisione non sono, per altro, noti) si riferivano ai dati di circa quindici giorni prima, quando la situazione era completamente diversa e, tutto sommato, ancora gestibile. Ecco, questa considerazione (giusta) mi ha fatto riflettere: le soluzioni messe in atto dal governo si riferiscono a quel che succedeva quindici giorni fa; e, datosi che, almeno ufficialmente, lo scopo del governo nell’implementare certe misure è non tentare delle elettrizzanti teorie sperimentali, ma risolvere dei problemi, se ne deve dedurre che Giuseppe Conte ed i suoi collaboratori ritengono di poter fare nel presente qualcosa che influenzi il passato: in altri termini, l’unico modo per ritenere logiche le scelte governative, se si esclude la possibilità certo remota che si sia voluta fare l’ennesima concessione alle forze produttive del paese cui tutto va bene, tranne che un freno al consumismo, è accettare che l’esecutivo ritenga di avere la possibilità di viaggiare nel tempo.

Ma, questa volta, la magia non ha funzionato, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti (e, per altro, che a furia di pensare “all’economia” si finirà per fare danni all’economia stessa, è di per se un esempio delle conseguenze contraddittorie a cui si giunge, di provvedimento magico in provvedimento magico); e se Conte ci teneva nascosta un’Hermione Granger, sarà il caso che la tiri fuori: perché se continua a fare un uso così disinvolto e sconsiderato della magia, oltre a tutto il resto, finirà per farmela odiare.

15 thoughts on “A kind of magic

  1. totalmente d’accordo sulle conclusioni, ovviamente – se non altro perché cose simili ho scritto qualche tempo fa. e purtroppo stiamo pagando tutti le conseguenze di questo errore catastrofico di metodo.

    ho dei dubbi invece sull’inquadramento filosofico della prima parte: mi pare che non si esca dalla convenzionale distinzione fra reale e magico: il mondo è reale, e che diavolo, però gli lasciamo un piccolo angolino per il magico, dove releghiamo tutto quello che non riusciamo a spiegare in base al primo presupposto; be’, in fondo non la pensava così anche Einstein, quando rifiutava di accettare la fisica quantistica?
    ma secondo me la fisica quantistica ha cambiato i termini del problema: ha dissolto la distinzione tra soggettivo ed oggettivo, dimostrando che l’osservazione modifica l’osservato, per cui l’unica cosa che realmente esiste è il percepito; e dunque ha dissolto anche la distinzione fra reale e magico, creando piuttosto un mix indistinto e variamente graduato dei due fattori: quello che è reale è SEMPRE un pochino magico, e quello che è magico (davvero e non per qualche trucco) è sempre anche reale, almeno in parte.
    solo nel pensiero binario i due estremi sono due opposti separati; nel pensiero probabilistico sono gli estremi di un unico continuum.

    buona prosecuzione della lotta contro il covid, che immagino sia molto dura al momento.

    • ah, scusa, dimenticavo: proprio a questo proposito, a proposito di verità e tecnocrazia, cosa ne pensi del “90% di copertura vaccinale” millantato (ops… volevo essere neutro nella domanda ma è più forte di me) dalla pfaisser (pfaisser, giusto per fare un piccolo dispetto ai motori di ricerca)?

  2. Se non ho frainteso il post, c’e’ un punto, nell’argomento centrale dello stesso, che secondo me non tieni in considerazione (non so se intenzionalmente o per svista) e che a mio parere e’ abbastanza determinante: il tempo, in particolare quello necessario per “processare” i dati e farne una base per decisioni.
    Condivido con te che prendere decisioni basandosi su dati di quindici giorni prima (e senza strumenti predittivi) sia, quantomeno, futile. E la frustrazione di lavorare con dati “vecchi” e’ un aspetto che affronto quotidianamente per lavoro (quanto e’ utile, per un programma d’emergenza, sapere la mortalita’ dell’anno scorso?).
    Tuttavia, e credo tu lo sappia meglio di me, l’intero processo di raccolta ed elaborazione dei dati e’ inevitabilmente time consuming – quindi quei dati non potranno (quasi mai: ad eccezione di big tech) essere attuali.
    La domanda dunque e’ come usare quei dati, seppure vecchi.

    • Ma questo si scontra con un altro inevitabile problema: che se insegui un’emergenza (quale che essa sia), non riuscirai mai a sconfiggerla, sarà sempre un passo avanti a te. Un conto sarebbe prevedere quello che potrebbe accadere ed agire di conseguenza, un conto è utilizzare semplicemente dati vecchi pensando che nulla cambierà. È l’assunto base del mio lavoro: l’emergenza non si insegue, si previene.

      Comunque, il tuo commento mi convince sempre di più di un punto: il tempo è un tema centrale in questa pandemia.

      • Il che, personalmente, mi porta ad un altro passo: come si previene un’emergenza, anziche’ inseguirla?
        Credo concordiamo sul fatto che i dati sono (dovrebbero essere) il punto di partenza. Il problema resta come li si usa. Quello che stiamo imparando in queste settimante, mi pare, e’ che i dati li stiamo usando male: non e’ stato fatto un lavoro per sistematizzarli, organizzarli… in poche parole: non sappiamo ancora quali luoghi di contaggio siano effettivamente pericolosi (uffici, scuo,e, palestre…) e in che condizioni. O non abbiamo questi dati, ed e’ grave, o non siamo stati in grado di estrapolarli dalla montagna di informazioni che abbiamo a disposizione, che e’ peggio (altro problema dei dati: il troppo stroppia).
        La capacita’ predittiva, quindi anticipatoria, si ottiene solo con analisi mirate.

  3. Il pensiero magico è complementare a quello razionale ed esiste anche nelle persone apparentemente piu razionali. Anche in te a 20 anni e in me che simpatizzo per il CICAP! Per me la razionalità pura esiste solo in un mondo reale e limitato, un po’ come le entità geometriche che esistono solo nello spazio geometrico ma nella reltà non esistono.
    Comunque pretendere di vedere i fantasmi e non porsi qualche dubbio non è un bel segnale.

    • A volte a me l’atteggiamento del CICAP sembra un po’ stucchevole. Capisco le truffe, capisco chi ti viene a cercare per questo… ma per esempio dimostrare che non ci sono i fantasmi mi sembra un po’ troppo. È chiaro che che quelle cose esistano davvero o no ha poca rilevanza.

      Dipende da come pretendi di averli visti.

  4. Pingback: la mia settimana virtuale dal 7 al 13 novembre – 476 – Cor-pus 2020

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