… e questa canzone si chiama “Politicamente scorretto”

Sui giornali, presumo, è lecito parlare anche di cose che non esistono; d’altronde, è impossibile scrivere alcunché senza fare ricorso ad un linguaggio, ed il linguaggio, insegnava Umberto Eco, è lo strumento che consente agli esseri umani di mentire. Con ciò, non voglio dire che tutte le grandi firme dei vari quotidiani e periodici che riempiono le edicole si guadagnino da vivere dicendoci bugie: magari si limitano a far finta; che, teste sempre Eco, è qualcosa di molto simile e molto diverso, rispetto ad essere menzogneri.

Come se non bastasse, non mancano le testate che si occupano, o pretendono di occuparsi, in maniera preponderante o addirittura esclusiva, di Dio, che pure è un’entità che molti (me compreso) considerano priva di qualunque realtà fisica. Io anzi credo che Dio non esista neppure in senso metafisico, ma d’altronde è facile pensarla così, quando sei convinto che nulla di metafisico esista.

Se accetto che le cose stiano così, comunque, allora non posso, per coerenza, lamentarmi del fatto che sui giornali, e con una frequenza preoccupante, molti, insigni commentatori abbiano voluto occuparsi della dittatura del politicamente corretto; ritengo tuttavia mi sia concesso esprimere il mio stupore riguardo il modo in cui lo hanno fatto, e cioè adottando il tono di chi crede che essa sia un problema reale, e non una formuletta retorica inventata da un gruppuscolo di maschi(listi) reazionari (più o meno gli stessi che hanno inventato la teoria del gender, per capirci) che vedono minacciato il loro sacro diritto di urlare ai bambini festanti che escono da scuola: “ricordate ragazzi, donna schiava zitta e chiava!”: per altro, di questo non si può fare una colpa eccessiva ai molti, insigni commentatori, visto che essi spesso dividono palchi e tavoli da conferenza con gli esponenti più in vista di quel gruppuscolo di maschilisti reazionari. Ad ogni modo, è sorprendente che, pur essendo le occasioni in cui ci si è sentiti in dovere di rappresentare la “libertà di parola” come una verginale fanciulla minacciata dall’avanzare di un’orda di barbare certo lesbiche e forse perfino juventine, nessuno dei molti, insigni commentatori abbia mai trovato il tempo di affrontare l’unica questione in qualche modo attinente al tema del politicamente corretto che lo rende davvero odioso: e cioè, il fatto che molte grandi aziende abbiano cercato di sfruttare la maggiore attenzione che, grazie al cielo, riserviamo oggi alle questioni di genere per “ricostruirsi una verginità” (tutta mediatica, ovviamente) riguardo la parità tra sessi e che, così facendo, abbiano finito per creare per davvero le condizioni per una censura non solo odiosa, ma ad un certo punto divenuta anche assurda. In questo senso, è esemplare quanto accaduto dopo la cosiddetta “Adpocalypse”.

Un paio di anni fa Google, che è proprietaria di YouTube, si trovò a dover fronteggiare una “rivolta” dei suoi inserzionisti, i quali minacciarono di smettere in blocco di versare denari nelle casse dell’azienda di Mountain View, qualora questa non avesse fatto qualcosa per rimuovere dai suoi servizi i contenuti potenzialmente “controversi” (su cui era scoppiata allora non ricordo che polemica specifica); questi, argomentavano gli inserzionisti, avrebbero potuto compromettere l’immagine di chi comprava spazi pubblicitari all’interno dei video. La Grande G, con una mossa che dimostrò ancora una volta, semmai ce ne fosse stato bisogno, in che conto essa tenga l’immagine propagandistica di Internet come “luogo della libertà e della democrazia”, obbedì, e non solo privò i suoi utenti dei proventi dai contenuti che loro avevano creato, ma decise addirittura che in certi casi avrebbe potuto proprio rimuoverli, se questi non si fossero adattati a determinati standard, fissati per prevenire il più possibile i riferimenti a temi “sensibili”. Ciliegina sulla torta, Google affidò il compito di decidere sull’effettiva “pericolosità” di un tema non ad un team di persone in carne ed ossa, bensì al suo algoritmo, scelta in cui venne ben presto seguita anche da tutte le altre “Big Tech”: ed è così che si è giunti al punto, francamente paradossale, in cui ci si ritrova con un post rimosso da Facebook per “razzismo”, benché esso parlasse in tono elogiativo di uno scienziato che si era opposto al razzismo (storia vera capitata alcuni giorni fa al mio amico Ivan Cenzi).

Non so dire se, da quel giorno, Google e compagnucci abbiano più cambiato le proprie politiche; sta di fatto, però, che nella “socialsfera” o, almeno, nella “socialsfera che conta” (ossia, quella che raggiunge la più larga fetta di pubblico: cosa che è impossibile fare, senza la “collaborazione” dei servizi su cui ci si muove) si è diffuso un “sacro terrore” verso tutto ciò che riguarda argomenti “problematici”, i quali possono essere trattati soltanto con estrema cautela e misurando attentamente ogni parola, per non rischiare di finire in un territorio considerato “vietato” dall’algoritmo. Precauzioni inutili, come abbiamo visto poco più su, perché l’algoritmo opera in modo automatico secondo una regola che noi possiamo solo immaginare, ed è proprio questo il problema di questo modo di intendere il politicamente corretto (oltre al fatto che svende delle tematiche molto serie al culto del guadagno): esso consente di parlare di temi importanti e delicati solo in modo automatico e rispettando delle regole.

Vi faccio un esempio: qualche giorno fa, mentre facevo le pulizie, tenevo in sottofondo la registrazione di questa puntata di 3 metri sopra Twitch, un divertente format che un gruppo di ragazzi trasmette, appunto, su Twitch, la piattaforma di live streaming di Amazon, e che si presenta come una specie di “aggiornamento digitale” dei programmi radiofonici per nottambuli degli anni Novanta: le persone chiamano, confidano i propri guai sentimentali, e poi si fanno dare dei consigli, spesso ironici, dai padroni di casa. Durante la puntata in oggetto, una delle “telespettatrici” intervenute ha confidato di essere stata picchiata e violentata da un suo ex: e, sebbene in seguito i ragazzi abbiano tentato di aggiustare il tiro, la reazione iniziale, immediata, di pancia è risultata, almeno a me, tutt’altro che empatica; anzi, mi è sembrato che i ragazzi volessero prendere le distanze rispetto a quello che la spettatrice stava raccontando (per altro, en passant e senza dargli troppo peso), riportandolo nell’ambito di un discorso che è possibile affrontare: ed infatti, quasi subito, uno dei suoi interlocutori ha ricordato (a lei, ed alle circa duemila persone in ascolto) che quello di cui era stata vittima era un crimine, e che era suo diritto (e, in un certo senso, suo dovere) denunciare il colpevole.

Sia chiaro: non voglio certo chiedere a degli intrattenitori di affrontare ponderose questioni come questa; d’altronde, mi sembra chiaro che nel breve scambio di battute tra la ragazza e loro si comprenda benissimo qual è il massimo che si possa dire sullo stupro e sulla violenza contro le donne sui social network: lo stupro è un dramma per chi lo subisce ed un problema per chi lo agisce, e ad occuparsene devono essere le forze dell’ordine ed i tribunali; il fatto che esista una legge che punisce chi costringe una persona ad un atto sessuale contro la sua volontà, apparentemente, è per molti abbastanza per non affrontare ulteriormente il problema e, anzi, per dichiarare che chi prova a portare la discussione un poco più in là sta esagerando; in fin dei conti (ed attenzione, perché qui sto per dire parole che sono sicuro che tutti avete sentito e forse detto almeno una volta) “mica tutti gli uomini picchiano le donne e le violentano, io per esempio non lo faccio mai e mi fa schifo”. Ma questo significa considerare lo stupro un problema di ordine pubblico, e non un problema profondamente radicato nella natura stessa dell’uomo (inteso proprio come maschio) e nella sua cultura: se ci sono tanti casi di uomini che agiscono violenza (di qualunque tipo) sulle donne, e molti meno di donne che agiscono violenza sugli uomini, questo è legato (rassegniamoci) anzitutto alla nostra anatomia, in secondo luogo alla nostra fisiologia, e quindi alla cultura millenaria che ci ha insegnato (anche se noi abbiamo cercato di rifiutare questa tradizione) che, scusate l’apparente boutade, l’uomo sta sopra e la donna sotto. E questo stato di cose non verrà minimamente scalfito, se crediamo che per metterci a posto con la coscienza non serva un esame profondo di quel che pensiamo e proviamo tutte le volte che sentiamo parlare di stupro, ma basti consigliare a chi racconta di essere stata vittima di una violenza sessuale di andare dai carabinieri e denunciare chi è stato.

Eppure, questo sembra essere quello che ritengono sufficiente Google, Facebook, Amazon. E, curiosamente, questo è anche quello che ritengono sufficiente quei molti, insigni commentatori, che domani dalla prima pagina di chissà quale quotatissimo quotidiano ci diranno che ci sono le leggi per punire chi abusa, e tanto basta.

12 thoughts on “… e questa canzone si chiama “Politicamente scorretto”

  1. “basti consigliare a chi racconta di essere stata vittima di una violenza sessuale”

    Secondo me dipende da chi ci racconta questa esperienza.
    Se sono un semplice “intrattenitore radiofonico” non posso che consigliare. Non è un “pulirsi la coscienza”, ma dare il proprio piccolo contributo al meglio, senza girare lo sguardo altrove.
    Diverso se questa esperienza ti viene raccontata a quattrocchi, diverso ancora se la persona la conosci bene.
    IMHO

  2. è un po’ come quando si parla di morti bianche, no? “la legge c’è, basta solo farla rispettare”.
    rispetto a ciò che scrivi, comunque, il grande lavoro da fare (ma forse avevamo già avuto modo di commentare in passato la cosa) è proprio da parte dell’XY: il machismo, che cosa significa essere uomo, che cosa significa fare i conti con la parte femminile di ciascuno, etc

  3. Gli uomini non sono esattamente vittime del maschilismo, quanto di un modello culturale maschile che in questo momento è andato in crisi (perché inadeguato alla società contemporanea), che è davvero molto scomodo ma che non può essere rifiutato troppo apertamente per il Gran Problema di ritrovarsi accusati di essere gay. Una femmina che rifiuta il modello culturale femminile (oggi molto più pervasivo perché molto più debole) viene tutto sommato approvata e apprezzata (e si dice allegramente e come grande apprezzamento che “ha le palle”, e vabbé), un maschio che rifiuta il modello culturale in quanto, oltre che scomodo e costrittivo, anche sommamente ridicolo e idiota viene guardato con sospetto e tacciato di debolezza, e solo con una salda autostima (cioè qualcosa che i ragazzini ambosessi assai raramente possiedono) può venirne a capo fregandosene alla grande. In pratica si pretende che un maschio abbia in sé forza d’animo, scarso o nullo sentimentalismo, saldo equilibrio (gli sbalzi d’umore sono riservate alle donne che hanno il ciclo), nessun cedimento emotivo e nessuna ombra di maschilismo pur se gli vien costantemente spiegato che le donne sono più fragili, deboli e animocangianti nonché abbastanza irragionevoli. Che qualcuno sbarelli e cerchi di rimediare al fatto che si sente debole e insicuro picchiando la ragazza ci sta, ma purtroppo picchiare la ragazza NON è una soluzione e non gli semplifica affatto la vita – in pratica ci ritroviamo con una ragazza pesta e dolorante e un ragazzo che di solito non è affatto contento di sé o soddisfatto di come ha sistemato la questione, ma non ha nessuna capacità di sistemarla in altro modo. E tutto ciò è molto triste.

      • E d’altra parte, come si fa a controllare centinaia di migliaia di video? Più in generale, milioni di contenuti gironalieri? Anche se sono d’accordo con la tua preoccupazione, mi pare difficile concepire una squadra di controllori che operi su tutto il traffico di una piattaforma globale, qualunque essa sia. Al momento è una soluzione in fin dei conti priva di alternative.
        Che poi l’algoritmo e più in generale l’I.A. pongano problemi enormi è non solo chiaro, ma persino “roba vecchia”: Asimov ne ha tratto le Leggi della Robotica già negli anni ’50, tanto che il problema del comportamento di macchine autonome (dalle auto Tesla ai sistemi di controllo e sicurezza) può essere letto a partire da “Io, robot” come se fosse ormai uno studio sul tema.
        Sul “politicamente corretto”, se ti interessa, pubblicherò nella prossima settimana un lungo dibattito che ho avuto poco tempo fa sui social network con un’attivista contraria a quella famosa lettera dei 150 intellettuali americani contro il pericolo di censura, firmata tra gli altri da Chomsky, Rushdie, Atwood e Rowling. Ci siamo scontrati parecchio 😀

      • Il problema è che cosa deve valutare l’algoritmo: chi giustifica gli stupri, o quello che non piace a chi paga le pubblicità? Perché non è affatto la stessa cosa. Ed anche sulla libertà di parola… per tutti noi la libertà di parola deve avere dei limiti, non nascondiamoci dietro un dito. Il punto è che accettiamo sempre e soltanto i limiti che ci sono comodi.

      • L’ultima frase è una grande verità; d’altro canto è su questo che si costruisce il moralismo: delineare il comportamento altrui, in modo che “quadri” con i limiti del nostro. In ogni caso, io di certo non difendo un relativismo irresponsabile, quel che non sopporto è il rischio di reintroduzione a sinistra di discutibili forme di autocensura.
        Sull’algoritmo, bisogna vedere chi lo programma, senza dubbio, ma diamo per scontato che si tratti di persone di buon senso – giochiamo con la fantasia, dai – resta comunque il dato abnorme di cose da controllare, e non è un aspetto secondario neanche questo.

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