Farmakon

(N.B.: in greco antico, farmacon può significare sia farmaco, sia veleno)

Ho appena terminato (dopo una lettura proceduta ad un ritmo non esattamente incessante) il libro di Roberto Ippolito Delitto Neruda, acquistato praticamente per caso a Pienza durante le mie vacanze toscane (quindi meno di due mesi fa, anche se a pensarci adesso pare capitato in un altro tempo, oltre che in un altro luogo). Esso è incentrato su un’ipotesi che non ho paura a definire temeraria: quella secondo cui Pablo Neruda, poeta premio Nobel tra i più noti del ventesimo secolo (nonché probabilmente uno dei pochi che supererà la prova del tempo, essendo ancora adesso letto, commentato e citato, anche a sproposito), sia stato ucciso non dalle conseguenze nefaste di un cancro alla prostata, di cui per altro non aveva mai fatto mistero (anzi è lo stesso Ippolito a ricordare come, durante una festa in casa sua, Neruda disse ad uno dei suoi ospiti di complimentarsi con lui perché, e cito testualmente, era riuscito a pisciare), ma a causa di un’iniezione letale praticatagli nell’addome mentre era degente presso una clinica di Santiago, materialmente eseguita da mano ignota ma ordinata dal regime sanguinario di Augusto Pinochet, che aveva preso il potere con la violenza in Cile appena dodici giorni prima che il poeta morisse. Provvidenzialmente, verrebbe quasi da dire, visto che in quel breve lasso di tempo la dittatura non gli risparmiò un gran numero di dispiaceri, nonché un paio di perquisizioni, certo tutt’altro che cortesi.

Tale ipotesi si basa sulle rivelazioni rilasciate, per la prima volta trentun’anni dopo gli eventi, da Manuel Araya, vittima anch’egli delle torture del regime ed in quegli ultimi, drammatici giorni autista e “guardia del corpo” del poeta per conto del partito comunista del Cile; essa ha per altro originato, nel paese di Neruda, un’inchiesta intesa a stabilire la realtà dei fatti: la quale, stando a quanto riportato nel libro, è riuscita semplicemente a giungere alla conclusione che la causa della morte di Neruda non è quella riportata nel suo certificato di morte, cosa che mi sorprende assai poco, essendomi reso conto personalmente che non serve supporre una frode, per spiegare la superficialità con cui quel documento viene compilato in condizioni normali, figuriamoci mentre è in atto un colpo di stato.

Ad ogni modo, Ippolito, che sembra abbracciare la teoria di Araya completamente ed incondizionatamente, offre comunque al suo lettore, anche al più disattento, tutti gli elementi per confutarla: se da un lato infatti ci descrive più volte, dopo averne narrato il trapasso, il poeta degli ultimi giorni come attivo, ottimista, vitale nonostante la malattia, dall’altro le prime pagine del libro, che ricostruiscono con una dovizia di particolari forse addirittura eccessiva il percorso che portò Neruda alla morte, ce lo presentano invece come un uomo provato, da un certo punto in poi addirittura costretto a letto, impegnato a scrivere le sue memorie e bisognoso delle cure praticamente quotidiane di un’infermiera assunta precisamente con questo scopo. Come se non bastasse, chiunque abbia frequentato anche di sfuggita un ospedale sa bene che non c’è bisogno (come fa Araya e, di conseguenza, Ippolito) di tirare in ballo siringhe ripiene di liquidi misteriosi, maneggiati da personaggi senza volto che allontanano con una scusa puerile tutti i (non pochi) personaggi che gravitavano attorno a Neruda e vegliavano su di lui, per spiegare la morte di un paziente oncologico senza coinvolgere direttamente il cancro da cui è affetto: esistono molte diagnosi (sepsi fulminante, evento tromboembolico, reazione anafilattica: per altro effettivamente esplorate dalla commissione che ha analizzato l’ipotetico “delitto Neruda”, ma solo sommariamente riportate dal volume omonimo) che possono spiegare una morte con il cancro ma non per il cancro, che è un’espressione che ricorre spesso, e che l’autore sembra considerare assai più definitiva di quanto in realtà non sia.

Stante tutto questo, verrebbe da dire, con un briciolo di cinismo, che a chiunque fosse stato interessato ad uccidere Neruda sarebbe venuto più comodo attendere che, in uno dei molti modi possibili, la natura facesse il suo corso, piuttosto che imbarcarsi (in pochi giorni, oltretutto) nella costruzione di un piano a tratti assai farraginoso, che prevedeva la complicità o almeno la collaborazione di una quantità esagerata di persone e che avrebbe potuto lasciarsi dietro un buon manipolo di testimoni: e se potrebbe anche essere vero che la moglie di Neruda ed Araya, come quest’ultimo racconta, furono cacciati con una scusa dalla clinica, è pur vero che la stanza di un premio Nobel, per quanto in un paese appena precipitato in una carneficina, non è luogo da cui sia possibile entrare, compiere qualcosa di losco ed andarsene senza essere notati. Certo, mi rendo conto che queste mie considerazioni perdono gran parte della loro valenza quando si considera che in Cile, nel 1973, prese il potere non una setta di golpisti gentiluomini guidati da un Napoleone del crimine dotato di rara sagacia, ma una giunta militare di fascisti che non aveva altro scopo se non quello di affermare la propria supremazia e sfogare il proprio sadismo attraverso l’assassinio e la tortura; ma il punto, credo, sta proprio qui: se Pinochet ed i suoi complici nel massacro cileno avessero voluto colpire Neruda, lo avrebbero fatto in modo spettacolare (considerando poi che gli avevano piazzato una nave da guerra davanti casa, secondo le parole dello stesso Araya) e, soprattutto, lo avrebbero rivendicato, proprio con lo scopo di comunicare ai loro oppositori, di cui stavano facendo strame, che nessuno poteva considerarsi al sicuro. Per citare un precedente per così dire illustre, che per altro riguarda un amico personale di Neruda, i franchisti certo uccisero Federico Garcia Lorca: ma lo fecero fucilandolo, come avrebbero fatto con un traditore (ma traditore di cosa, poi?), e non imbarcandosi in complotti astrusi degni di Rocambole.

Senza prove più convincenti della testimonianza di una persona (perché le prove “scientifiche”, dopo quasi quarant’anni, lasciano un poco il tempo che trovano), per altro non così vicina a “don Pablo”, quello che posso concludere è che i militari golpisti cileni, criminali contro l’umanità, bontà loro, non vollero uccidere Neruda; e non vollero ucciderlo, aggiungerei, non perché abbiano provato nei confronti di un uomo, grande e malato, un rigurgito di coscienza (non credo che quei macellai in divisa la possedessero, una coscienza), ma perché sapevano che per la riuscita del loro orribile disegno era fondamentale l’appoggio dei paesi del blocco NATO e, soprattutto, del loro “fratello maggiore”, gli Stati Uniti (il cui coinvolgimento nel golpe è provato da documenti desecretati negli anni Novanta, durante la presidenza Clinton), e che questi sarebbero stati al minimo “in imbarazzo” ad ammettere un coinvolgimento o, almeno, a far finta di nulla, mentre i generali cileni non si facevano specie ad ammazzare “uno famoso”: a volere essere polemici, si potrebbe dire che a Giovanni Paolo II i migliaia di morti fatti da Pinochet andavano benissimo, ma non credo si sarebbe fatto fotografare con lui con la stessa leggerezza, se uno di questi si fosse chiamato Pablo Neruda.

Tutto questo, non vuole dire che io ritenga il racconto fatto da Araya (e diluito da Ippolito fino a divenire un libro di oltre duecento pagine, in cui alcuni concetti vengono più volte ribaditi con le stesse, identiche parole), sic et simpliciter, un falso: potrebbe davvero essere accaduto che, nel pomeriggio di sabato ventidue novembre 1973, un dottore (mai identificato con chiarezza) sia entrato nella stanza in cui era degente Neruda e gli abbia praticato un’iniezione nell’addome, in seguito alla quale il poeta si sarebbe aggravato e sarebbe morto; e, benché questa dinamica possa anche essere spiegata col caso o con l’errore umano (che la clinica coinvolta, di cui viene più volte citato il comportamento non esattamente trasparente, avrebbe avuto tutto l’interesse ad insabbiare), non nego neppure che quell’iniezione potrebbe essere stata fatta in nome e per conto dei golpisti: ciò che nego è l’interpretazione che ne danno Ippolito ed Araya, ossia che la siringa introdotta nel venerabile pancione di don Pablo contenesse un veleno inteso ad ammazzarlo: e lo nego, oltre che per le motivazioni già riportate e per altre, ulteriori, che non approfondisco (ad esempio, la considerazione che è ridicolo iniettare un veleno per via sottocutanea), ma perché ritengo che altri fossero i piani della dittatura riguardo quello che era, probabilmente, la figura di maggior lustro del paese, sebbene appartenente all’opposizione (Neruda era membro del comitato centrale del partito comunista ed era stato ambasciatore a Parigi per conto di Salvador Allende, il presidente cileno democraticamente eletto che Pinochet depose e forse uccise): e cioè, trasformarlo in una specie di Gabriele D’Annunzio, il cantore delle glorie del paese (che Neruda aveva già celebrato, a modo suo, in molte poesie) che il regime adulava, coccolava e, addirittura, teneva in vita. Ed in questo senso, mi piace pensare (si fa per dire) che quell’iniezione non contenesse affatto un veleno, bensì, viceversa, un farmaco: un farmaco a cui non saprei dare un nome, ma che fosse stato pensato per curare quel cancro già avanzatissimo che, se non nell’immediato, avrebbe portato, presto o tardi (ma sicuramente prima che i militari avessero potuto spremerlo come volevano) Pablo Neruda a morte, e che non fosse disponibile in Cile, se non per pochi, selezionatissimi pazienti (o forse dovrei dire, piuttosto, clienti?). Un farmaco che, magari, fosse stato sviluppato in quegli Stati Uniti che avevano guardato con preoccupazione, ed ora guardavano con rinnovato interesse, a quel Cile che poteva essere un laboratorio per tutta una serie di esperimenti…

Non ho, ovviamente, alcuna prova per la storia che ho raccontato, che è probabilmente meno plausibile di quella che hanno raccontato a me Ippolito ed Araya. Se l’ho elaborata, tuttavia, è stato per un motivo: e cioè, per dimostrare che non sempre chi salva una vita è più pietoso di chi decide di terminarla o, quanto meno, di non far nulla per impedire che essa termini.

6 thoughts on “Farmakon

  1. chapeau.
    la tua ipotesi non è affatto più plausibile di quella che smonti; se cerchiamo un movente di una possibile liquidazione di Neruda, non facciamo fatica a pensare che lui potesse essere visto come il testimone internazionale troppo scomodo dei delitti dei fascisti cileni e che fosse comunque considerato urgente liberarsene.
    ma è proprio perché resta improbabile la ricostruzione che proponi tu, che la demolizione di quella che propongono altri la trovo ancora più avvincente.
    infatti sono sempre convinto che l’unica verità che abbiamo a disposizione è quella negativa: possiamo essere sicuri che ogni affermazione che si propone come vera è falsa, o tanto o poco, ma oltre non possiamo andare; ogni verità alternativa è soltanto un artificio linguistico per dimostrare la lontananza dalla verità di qualche altra affermazione.

  2. Pingback: la mia settimana virtuale dal 28 novembre al 4 dicembre – 51… – Cor-pus 2020

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