Non ho avuto bisogno di quell’ipotesi

Napoleone Bonaparte, la cui mole di apparizioni su questo blog inizia a diventare preoccupante, aveva studiato al Politecnico ed era, pare, un grande appassionato di matematica e scienza (esiste perfino un “teorema di Napoleone”, che Napoleone probabilmente non ha scoperto): gli capitava dunque di ricevere i più insigni scienziati del suo tempo e di discutere con loro di ciò su cui stavano lavorando.

Al tempo in cui era ancora Primo Console, uno di questi scienziati (il fisico Pierre-Simon Laplace, se non vado errato) volle, ovvero fu costretto a, fargli dono di un suo scritto, che riguardava una teoria a proposito della nascita dell’universo; Napoleone se la sciroppò tutta e dovette piacergli assai, visto che mandò a chiamare Laplace per discuterne di persona con lui: ed alcune fonti riportano che, quando Laplace si presentò da lui, la prima cosa che Napoleone gli disse fu “Cittadino Laplace, ho letto la vostra memoria e l’ho trovata molto interessante. Ma, nella vostra elaborazione, dov’è Dio?” (ricordiamoci che era già “successa” la reazione termidoriana e che la Rivoluzione francese era, dunque, morta e sepolta da un pezzo). Laplace non si scompose minimamente e, senza colpo ferire, replicò: “Cittadino Primo Console, non ho avuto bisogno di quell’ipotesi”. Il Bonaparte non dovette offendersi particolarmente per quella risposta, visto che in seguito volle Laplace al suo ministero degli interni e che, divenuto imperatore, lo nominò marchese.

Come molti degli aneddoti che ho riportato su queste pagine, ritengo che anche questo (che ho sentito raccontare da Piergiorgio Odifreddi in un momento oscuro della mia vita: talmente oscuro, in effetti, che andavo a sentire le conferenze di Odifreddi) sia troppo bello, per preoccuparmi della sua veridicità. Questo, inoltre, ha un merito ulteriore: quello di essere esemplare. E vi spiegherò perché, con un’altra storia, tratta dalla mia esperienza personale (si parva licet eccetera).

Alcuni anni fa, mi capitò di commettere l’imperdonabile errore di intavolare con un paio di credenti una discussione riguardo scopi, metodi e, santo cielo, limiti della scienza; come sempre accade durante simili discussioni, ben presto sia io sia i miei interlocutori trascendemmo, e ci trovammo a dibattere di temi solo apparentemente prossimi a quelli che avevano originato il nostro scambio di opinioni: in particolare, ad un certo punto mi venne rimproverata (e con una certa veemenza) l’aridità con cui mi rapportavo al mondo, vedendolo fatto solo di atomi e molecole e senza essere capace di cogliere nelle mille cose che avevo intorno (i fiumi e il cielo e i fiori e presumo pure le zanzare che d’estate ti ronzano vicino alle orecchie mentre cerchi di dormire) le scintille dell’attività del Creatore che le aveva messe lì, e proprio lì, affinché io ne godessi. Si tratta di un’accusa piuttosto maldiretta e convenzionale (a cui per altro ho più volte risposto a queste coordinate, facendo mie parole stupende scritte da Richard Feynman ed Italo Calvino), motivo per cui non ne fui particolarmente ferito; non lo fece neppure (non eccessivamente, almeno) lo scherno con cui quella stessa persona che aveva riciclato, in maniera così pigra, uno degli “argomenti” più triti della polemistica religiosa sulla scienza, suggerì che, nonostante questo nostro continuo spezzettare, in fin dei conti delle cose del mondo non ne sappiamo niente perché, e qui riporto più o meno testualmente: “State sempre a studiare, però poi come lo spiegate che dal nulla nasce un bambino, eh?”. Anzi, fu col sorriso sulle labbra che ribattei che, se cercava un esempio di un fenomeno che la scienza non conosce, allora aveva scelto proprio quello sbagliato, visto che, dell’embriologia, la medicina e la biologia sanno praticamente tutto; e comunque, continuai, se Dio gli serviva solo e soltanto per colmare le sue ignoranze, allora innanzitutto la sua fede poggiava su basi esilissime (perché man mano che la scienza scopre cose, che è quello che fa per contratto, essa diveniva sempre meno necessaria), ed in secondo luogo non aveva una grande opinione di Dio. Ed io credo che, se Dio esiste, tenga conto delle opinioni che gli uomini hanno su di Lui, per farsi una sua opinione su di loro.

Ecco, sono accadimenti come questi che spiegano in che senso la storiella di Napoleone e Laplace è esemplare: perché getta luce sul perché alcuni, ad un certo punto (la persona con cui ebbi quella disputa era un uomo di quasi sessant’anni, che non si era mai interessato di “cose di chiesa” prima di avere un problema di salute piuttosto serio, da cui uscì fortunatamente illeso), si gettano nelle braccia di Dio; ad un certo punto si scopre che il mondo è caotico, complesso, illogico, per molti aspetti completamente inspiegabile, e di conseguenza si inizia a provare la necessità di trovare qualcosa (o qualcuno, o perfino Qualcuno) che possa rimettere ordine e dare un senso a questo confuso marasma. È un bisogno umano, visto che il nostro cervello è una macchina atta a “generare senso”; e, come ho detto altrove, è la capacità di rispondervi (in maniera illusoria ma convincente) ciò che porta al successo le destre sovraniste e le teorie del complotto, che hanno una risposta unica e semplice per tutto (non per caso, alcune dei complottismi più estremi sono per me, ed anche per alcuni autori che si occupano del tema, veri e propri culti settari): ma siamo sicuri che la risposta passepartout “l’ha fatto Dio” sia davvero capace di fare altrettanto? Siamo sicuri che Dio sia davvero una spiegazione?

Domande come questa hanno, credo, un problema di fondo: danno per scontato che sia chiaro a tutti cosa (o al limite chi) sia Dio e cosa sia una spiegazione. Ma di questi enti esiste più o meno una definizione diversa per ogni essere umano che si è posto il quesito e, anzi, per uno dei due termini in questione con ogni probabilità una definizione universalmente valida o, quanto meno, soddisfacente, non può proprio essere trovata.

Mi sto riferendo a Dio, ovviamente; e devo dire che personalmente ho sempre ritenuto piuttosto interessante il fatto che, di tutti i filosofi ed i teologi che hanno alacremente lavorato per dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio (prima che Kant venisse a spazzar via queste loro chimere), nessuno fosse riuscito a definirne l’essenza senza ricorrere ad un argomento negativo (tratteggiando i contorni di Dio attraverso l’enunciazione di quello che non è), facendolo coincidere con qualcos’altro (“Deus sive Natura”) o ponendolo come “il massimo” di una qualche caratteristica (in questo senso fanno scuola i musulmani, o anche Sant’Anselmo per cui Dio è “ciò di cui non si può pensare nulla di più eccellente”): tutte astuzie retoriche per non ammettere che il concetto di Dio è immaneggiabile perfino per il cervello che l’ha elaborato, e che non sa come “farlo funzionare“. Realtà che, per altro, un poeta come Dante Alighieri aveva già candidamente ammesso nell’ultimo canto della Commedia, quando scrive di non poter riferire, a parole, la visione che ha avuto di Dio nel più alto dei cieli: un modo come un altro per dire che il linguaggio, ossia il ragionamento, non è in grado di parlare di Dio.

Ora: com’è possibile che un essere di cui non sappiamo nulla, e di cui anzi ammettiamo di non poter sapere nulla (viceversa, non diremmo che abbiamo bisogno della fede per giungere a Dio), ed a cui per di più attribuiamo il dono dell’onnipotenza, cioè di poter cambiare le leggi da Lui stesso fissate, possa spiegare una qualunque cosa? Di atomi e fotoni non capiamo molto e, in effetti, non li abbiamo né potremo vederli mai… ma c’è una legge fisica (il principio di indeterminazione di Heisenberg) che afferma che è così, segno che atomi e fotoni possono dare un qualche segno di se e dirci qualcosa. Dio, invece, è e sempre sarà sfuggente: e se non riusciamo a spiegarci la spiegazione, cosa ce ne facciamo di essa?

Credo sia questa sostanziale incommensurabilità di Dio a chiarire perché, ad Esso, ci si è sempre potuti riferire solo e soltanto in termini assoluti; da ciò deriva per altro che le spiegazioni che si “appoggiano” a Lui (ed ecco che veniamo al secondo punto) non sono modelli per interpretare il mondo e guidare le azioni umane (come invece sono, almeno per me, la scienza e, devo ammetterlo, anche l’ideologia politica), quanto piuttosto Verità. Ed è per questo che, io credo, pensiero “scientifico” e pensiero “religioso” non potranno mai venire a nessuna “tregua”: essi usano le stesse parole, per dire cose diverse. Uno scienziato che afferma che l’uomo e la scimmia hanno “antenati” comuni, ed un sacerdote che controbatte che nella Genesi è scritto che Dio ha creato l’uomo all’inizio dei tempi così come esso è adesso, non stanno affatto rispondendo alla stessa domanda: il primo si chiede perché anche la scimmia, come l’uomo, abbia un cuore, due polmoni, un encefalo, due occhi, due arti superiori e due inferiori; il secondo, si chiede piuttosto: ma visto che la mia vita conta per questo mondo come un battito di ciglia, e che entro tre generazioni probabilmente sarò dimenticato, allora cosa ci sto a fare qui?

E forse dovremmo smettere di tentare di rispondere al primo quesito aprendo la Bibbia, ed anche di rispondere al secondo tenendo in mano L’origine delle specie. Per parte mia, ho accettato da tempo che il senso della vita è che la vita non ha senso; ma non posso pretendere che tutti la pensano come me: ed è per questo che, quando odo la seconda domanda, di solito quel che mi riempie non è la rabbia, ma la pietà

22 thoughts on “Non ho avuto bisogno di quell’ipotesi

  1. non mi preoccuperei troppo se parli spesso di Napoleone, almeno fino a che non pensi di esserlo, ahaha.
    in compenso hai tutti i titoli per pensare di essere Kant 🙂
    la battuta è naturalmente affettuosa per un post lucido ed esemplare, da condividere completamente.

    • Kant? Perché?

      È un filosofo che ho odiato con tutto me stesso quando lo studiavo e di cui solo in seguito (e di questo devo onestamente ringraziare Odifreddi) ho capito la grandezza, soprattutto della Critica della ragion pura.

      • appunto, no? vedi che ti sei risposto da solo. 🙂
        neppure io ho particolarmente amato Kant al tempo del liceo, ma credo che fosse perché lì non si studia la filosofia, ma quell’oggetto misterioso che è la storia delle filosofia, ossia le mistificazioni costruite da una cricca di mandarini per svuotare la filosofia di ogni significato.
        anche io ho scoperto Kant più tardi, finita l’ubriacatura marxista, ma per fortuna mai leninista, ma per fortuna per mio conto e senza nessun Odifreddi di mezzo.
        a me è parso il più rigoroso dei filosofi; non condivisibile in tutto quello che dice, ma fondamentale sul piano del metodo.
        peccato solo che non abbia capito che anche l’essere è soltanto una categoria del pensiero umano; ma a qualcosa di simile arrivò Schopenauer, quando lo vide come il velo di Maya, che ci nasconde la vera natura del mondo.

      • NO. Nelle Confessioni Agostino cita la domanda e la risposta che fu data da un qualche santo o devoto o sacerdote criticandola come superficiale, e sforna pagine su pagine per spiegare di come il tempo non esisteva quando dio era da solo ma solo da quando è avvenuta la creazione. È l’unico passo del manuale di filosofia che abbia mai parlato al mio cuore, tanto che mi andai a cercare le Confessioni per leggere l’originale e mi piacque assai. Da allora l’idea della creazione che è avvenuta non NEL tempo ma COL tempo non ha mai cessato di affascinarmi 💙

  2. Spesso si cerca Dio nel modo sbagliato.
    Oppure non ci si rende conto di averlo già trovato.
    E se Dio fosse solo “bellezza ed armonia”? Basterebbe un fiore, per averlo davanti agli occhi.

  3. Pingback: la mia settimana virtuale dal 28 novembre al 4 dicembre – 519 – Cor-pus 2020

  4. In una puntata dei Simpson (che a volte offrono spunti che Kant scansati!) Homer si trova a guardare un quadro astratto per tantissimo tempo fino a che ad un certo punto qualcosa scatta nella sua mente. Da quel momento, diventa un vero e proprio appassionato d’arte e comincia ad accompagnare Lisa in ogni museo della città.
    Succede poi che il quadro che aveva fatto scattare in Homer l’amore per l’arte debba essere spedito lontano da Springfield. Homer finisce così col rubare il quadro perché pensa che senza di esso perderebbe anche l’appena scoperta passione per l’arte.

    Cogliere in maniera così concisa ed efficace tutti gli apetti della questione fede vs ateismo è un capolavoro: Homer, la persona che non capisce l’arte ed ha sempre preso in giro chi trovava rifugio in essa (Lisa), ad un certo punto, a seguito di uno sforzo enorme, riceve l’illuminazione* per mezzo di un quadro, un simbolo. La persona immatura nella sua fede (Homer illuminato) si attacca in maniera spasmodica ai simboli in cui si è imbattuta ed arriva a compiere atti non accettabili per la società per difendere tali simboli piuttosto che la grande verità a cui essi conducono (rubare il quadro, considerare la genesi come un libro scientifico, …).
    La perla nascosta poi è che la persona matura nell’arte (quindi, nel paragone, la persona di fede) è Lisa, conosciuta per le sue idee razionali e quasi anti-religiose.

    Quel qualcosa che scatta nella mente di Homer osservando il quadro esiste. Penso che tutti gli adulti ne abbiano fatto esperienza almeno una volta nella vita. Senza voler dire che tutto ha un fine (chiaro che le zanzare non hanno un fine! Maledette!!), non possiamo neanche bollare il “click nella mente” ad un’inezia che un giorno verrà totalmente compresa dalla scienza e potrà essere controllata a piacere tramite un comodo bottone posto dietro l’orecchio 🙂

    *illuminazione, illuminismo: parole molto simili nel loro contenuto, quando le usiamo ci riferiamo alla stessa cosa anche se a prima vista potrebbe non sembrare.

    • Già… che è quello che ho detto parlando di usare il libro giusto per rispondere alle domande giuste :-). Ma il fatto è che, credo, non esista nessun libro e nessuna spiegazione per domande come “chi sono, da dove vengo, quanto tempo mi resra” (cit.).

      • Ma non si può negare che quel qualcosa che ci scatta nella mente sia una risposta o, se vogliamo, tante risposte. Sono piuttosto le domande “chi sono, da dove vengo, quanto tempo mi resta, dio può spiegarmi le cose?” ad essere inadatte per la risposta.

        “Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda” cit.

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