Ma colpisco un po’ a casaccio, perché non ho più memoria

Alcuni giorni fa (che saranno divenuti settimane nel momento in cui leggerete queste righe, visti i tempi geologici che abitualmente mi sono necessari per elaborare e poi scrivere un post) il mio amico bortocal ha pubblicato sul suo blog un articolo, molto interessante e che vi invito a leggere nella sua interezza, a proposito del mito di Atlantide: in esso, in particolare, Mauro si è concentrato sulla descrizione dei disastri naturali che potrebbero averlo ispirato e sulle motivazioni che spinsero Platone, che è il primo a farne menzione, ad elaborarlo; o, dovrei dire piuttosto, sulle motivazioni che spinsero Platone, che è il primo tra le fonti giunte fino a noi a farne menzione, a riportarlo.

La tesi centrale dello scritto di Mauro, che spero mi perdonerà se riassumo in poche parole le sue approfondite analisi ed a cui concedo senza condizioni la sezione commenti per correggere miei eventuali, marchiani errori, è infatti che, contrariamente a quanto sostiene la porzione maggioritaria della critica letteraria e filosofica, Platone non abbia inventato il mito di Atlantide, ma che si sia limitato a riferire, magari in una versione un poco “romanzata”, eventi reali il cui ricordo era ancora vivo al tempo dei suoi antenati, e che invece erano divenuti oscuri ai tempi suoi; lo scopo di questa sua opera “archeologica” sarebbe quello di dimostrare come la storia umana sia un susseguirsi di immani catastrofi che, ogni volta, ci portano ad un passo dall’estinzione, e di rendere palese che ciò che ci consente, di fronte ad una violenza della natura così soverchiante, di continuare tranquilli nelle nostre esistenze, per di più convinti di star correndo incontro alle “magnifiche sorti e progressive” (per usare delle parole rese famose da un poeta che avrebbe certamente sottoscritto senza riserve questa visione del mondo), è una sorta di censura (forse involontaria, forse no) che attuiamo sulla nostra memoria.

Questo articolo non discuterà le conclusioni di bortocal, né sottoporrà ad analisi critica le evidenze da lui portate per sostenerle: non ho le conoscenze né gli strumenti per imbarcarmi in una simile impresa; quelli che ho sono anzi appena sufficienti per dire che, almeno su uno specifico punto, non posso che essere totalmente d’accordo: è infatti certamente vero che esiste, all’interno della nostra memoria, una continua ed implacabile censura, ed essa riguarda non solo i disastri che sono stati fedeli compagni dell’uomo fin dalla sua comparsa su questa Terra, ma ogni evento della vita; anzi, dirò di più: questa censura è probabilmente l’essenza stessa della memoria. Studi condotti in ambito neuropsicologico, e divenuti noti anche al grande pubblico grazie all’opera meritoria di alcuni divulgatori (io stesso ne sono venuto a conoscenza leggendo il mio adorato Oliver Sacks), hanno infatti dimostrato che è una visione ingenua della memoria, quella che la considera una specie di magazzino in cui accumuliamo i ricordi puri ed incorrotti di ciò che ci è capitato via via che invecchiamo; viceversa, nelle aree del nostro cervello deputate alla rimembranza avvengono a cadenza quotidiana (letteralmente: succede con ogni probabilità ogni volta che ci addormentiamo) cancellazioni ed alterazioni dei contenuti di memoria, ad una profondità tale che taluni psicologi forensi sono giunti a mettere in dubbio non l’affidabilità di singole testimonianze in particolari casi giudiziari, ma la stessa idea che la testimonianza, soprattutto se resa a distanza di tempo, possa davvero aiutarci a ricostruire “come sono andate le cose”. In effetti, le interpolazioni sono tali e tante che per quella specifica funzione della nostra mente dovremmo parlare non di memoria, quanto piuttosto di dimenticanza (ed è tutto sommato un bene che sia così: basta leggere Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla, del grande neurologo sovietico Aleksandr Lurija, nonché il Funes di Borges, per rendersene conto), e di questa sua natura paradossale dovettero rendersi conto anche i nostri antenati, se è vero com’è vero che le mnemotecniche sono state inventate per ricordare e non per dimenticare meglio.

In questo contesto, intendo ovviamente riferirmi alle mnemotecniche in senso ampio e non specifico; nel senso, per comprenderci, che mi permetta di far rientrare in questa categoria anche la scrittura e la letteratura (a cui per altro è dedicata una digressione del post di bortocal, che è la vera “responsabile” dell’articolo che state leggendo); questa potrebbe sembrare una forzatura, ma a me personalmente pare evidente (pur non avendo, neppure qui, conoscenze specifiche in merito) che sia proprio la capacità di rendere interessante ciò che è importante ricordare e, se possibile, ricordare bene, ad aver determinato prima la nascita e, successivamente, il successo della narrazione e della letteratura, coi primi miti che gli uomini si raccontavano attorno al fuoco (e, chissà, forse addirittura prima) intesi a compendiare, a tentare di sistematizzare, a rendere memorabile quel poco che sapevano a proposito del mondo misterioso (che col tempo, forse per riuscire a maneggiarlo meglio, avrebbero addirittura reso misterico) che avevano intorno: chi non ricordava di essere mai stato vittima o, almeno, di aver assistito ad un “quasi annegamento” poteva non rendersi conto del perché la fonte a cui si abbeverava poteva essere causa di un pericolo mortale, ma certo avrebbe serbato in mente la storia delle ninfe che rapiscono ed uccidono Ila che va ad attingere acqua per gli argonauti; e di converso, molti di noi non avrebbero timore dei boschi, se Cappuccetto Rosso non ci avesse testimoniato che al suo interno si nascondono lupi non solo feroci, ma anche così infingardi da fingere di essere delle innocue nonnine (e se qualcuno avesse raccontato storie simili ai lupi, chissà, forse questi ultimi si sarebbero risparmiati molti dei guai che hanno avuto). Questo potere della letteratura, di influenzare, attraverso la memoria, il passato percepito e dunque anche il futuro (tema di cui ho parlato anche qui) è il motivo per cui, fin dalla nascita della civiltà, il potere, qualunque forma abbia assunto, ha sempre cercato di assumere il controllo della particolare categoria che “racconta le storie”: gli italiani che, criminalmente, occuparono l’Etiopia negli anni Trenta perseguitarono con singolare ferocia i cantastorie, di cui venne fatta strage; ed è rivelatore che nel nostro paese negli ultimi anni da più parti si sia avvertita la necessità, tutta da dimostrare, di giungere su alcuni temi ad una “memoria condivisa”, che è un modo come un altro di dire una memoria imposta.

Ad ogni modo, apparirà forse contraddittorio che, quando la letteratura era più vicina al suo “momento originario”, cioè alle sue radici di “aiuto della memoria” per interpretare il reale, essa fosse apparentemente una letteratura fantastica, che parlava di un mondo popolato di spiriti, fate, dei; e che, man mano che diveniva autonoma da questa funzione, si sia avvicinata a quei “fatti di tutti i giorni” che, fino a quando non è nata, con Defoe e la sua generazione, che è quella che ha inventato il romanzo come lo consideriamo oggi, il realismo letterario, venivano considerati indegni di finire sulle pagine dei libri. Un’analisi del genere sarebbe tuttavia superficiale: intanto, per gli uomini che inventarono i “miti delle origini” l’animismo ad essi sotteso era molto reale e, in secondo luogo, il realismo non è affatto più realista di quel “fantastico”, nella misura in cui esso, proprio per la necessità di renderlo interessante, deve essere una schematizzazione della realtà (Hitchcock disse che il cinema è la vita, tranne le parti noiose), che a volte si spinge così in là da rendere le storie che narra addirittura più inverosimili (ed evidentemente inverosimili, proprio in considerazione dell’ambiente quotidiano in cui sono immerse) di quelle che riguardano Callisto trasformata in orsa o Sun Wukong, lo scimmiotto di pietra, ed il suo viaggio all’Occidente; e la vera contraddizione è forse che si debba rendere incredibile, in senso lato, una storia, pur di renderla credibile: ma ci si accorge che questa contraddizione è forse insita nella stessa natura umana o, quanto meno, nella cultura occidentale quando ci si ferma a riflettere sul fatto che quelli che sono considerati i fondatori delle due componenti della nostra cultura (quella greca e quella ebraico-cristiana), e cioè Socrate e Gesù di Nazareth, sono giunti a noi non attraverso le loro opere di persone reali, ma come personaggi letterari. D’altronde, è probabile che, se quest’opera di letterarizzazione non fosse stata compiuta da un manipolo di abili ed interessanti discepoli, dei due insigni pensatori non avremmo mai sentito parlare nei termini in cui siamo abituati o, forse, non avremmo sentito parlare affatto: perché, a leggere la altre, poche fonti coeve che ci sono rimaste, Gesù era probabilmente un agitatore politico il cui messaggio era assai meno universalistico e potente di quello che riportano gli autori dei Vangeli (nonché San Paolo, di cui pure non abbiamo che un’immagine per speculum et in aenigmate, tanto per usare le sue stesse parole), e che sarebbe forse scomparso nella selva di suoi simili che pullulavano, ai tempi in cui egli visse, in Galilea e dintorni; e Socrate, basta leggere Aristofane per rendersene conto (certo, Aristofane è un autore di teatro: ma se “valgono” i dialoghi di Platone, perché non le commedie di Aristofane?), a sua volta non era così diverso da quei sofisti che egli avrebbe combattuto con ogni mezzo a sua disposizione. Insomma, se la letteratura non li avesse resi, appunto, interessanti, alcuni anni fa non avremmo parlato, e per mesi, dell’opportunità di riconoscere che l’Europa ha “radici cristiane”, e tutti gli studenti liceali di questo paese non avrebbero trascorso alcuni dei mesi più belli della loro vita chinati su un libro di filosofia a leggere delle battute salaci rivolte da Socrate ai suoi avversari; con ogni probabilità, anzi, non sarebbe proprio esistito, il concetto di Europa.

Avremmo potuto farne a meno? Può darsi. Ma dovremmo forse ricordarci, quando tentiamo di sbattere in faccia a qualcuno la nostra superiorità culturale, che essa si regge sulle parole di due personaggi che, per quello che possiamo saperne, sono poco più reali, si parva licet componere magnis, di Harry Potter.

(Considero fondamentale, sul tema del rapporto tra memoria e letteratura, anche questo articolo, scritto non molto tempo fa dal mio amico redpoz).

20 thoughts on “Ma colpisco un po’ a casaccio, perché non ho più memoria

  1. grazie prima di tutto non soltanto della citazione, ma della sintesi che migliora di molto la comprensibilità del mio post (un poco anche a me stesso); non ci sono errori marchiani da correggere, ma piuttosto una analisi da approfondire, soprattutto da parte mia. e tu scrivi post talmente densi che non solo tu devi impiegare molto tempo a scriverli, ma ne serve anche parecchio per meditarli.

    quello che mi viene in mente adesso è che Platone, ovviamente, aveva in mente una catastrofe sola tra quelle candidate ad essere quella giusta dai vari ricercatori e anche fantasiosi sognatori che si sbattono per identificarla, quando raccontava quello che viene universalmente chiamato “il mito di Atlantide”, ed era invece, secondo lui, inequivocabilmente la storia di Atlantide. e già questa trasformazione di una storia vera secondo Platone in un mito la dice lunga sulla voglia umana di dimenticarla.
    ma il nodo della situazione sta nel fatto che Platone pensava ad una storia in particolare, ma noi ne abbiamo diverse a disposizione tra le quali scegliere, per il semplice fatto che una sola è stata trasmessa dalla memoria letteraria (permettimi di chiamare così anche i dialoghi di Platone, quantomeno per la forma nella quale sono scritti): cioè in ultima analisi dalla scrittura.
    Platone ricorda fatti di secoli o millenni prima (io penso addirittura che sia vera la distanza di 9mila anni che lui pone tra l’accaduto e sé, il che ci riporta a quella immane catastrofe di quell’altro riscaldamento globale che fu la fine dell’età glaciale e che innalzò le temperature in pochi decenni di quasi dieci gradi, determinando sconvolgimenti ambientali brutali che ci siamo abituati a diluire mentalmente in diversi millenni, per cancellare dalla nostra mente il terrore che il solo pensarli scatena in noi: un ghiacciaio spesso duemila metri che scompare nel giro di non più di un secolo, come quello che sovrastava il Garda, vicino al quale abitiamo io e te, su lati opposti).
    ma Platone può ricordare questi fatti perché ne parlano le cronache SCRITTE egizie.
    naturalmente è davvero inquietante che testi scritti abbiano potuto attraversare indenni un periodo di tempo tanto lungo; e questo credo che sia il vero motivo per cui la critica ufficiale (anche se non proprio dominante) rifiuta di considerare la cosa possibile. dovrebbe essere confortante per noi pensare che anche alla catastrofe climatica in corso possa sopravvivere qualche memoria della nostra civiltà; ma poi guardiamo meglio e capiamo che una sola notizia è sopravvissuta alla catastrofe climatica del 12mila avanti Cristo, ed è uno spezzone quasi senza senso della catastrofe climatica stessa; e non è molto confortante per noi pensare che tra qualche secolo di tutta la nostra cultura sopravviverà soltanto forse qualcosa di simile in qualche sperduto nuovo Egitto sotto forma di Lapponia o arcipelago artico.
    ma quello che capisco ora, con una illuminazione improvvisa, è che forse il rifiuto della scrittura che paradossalmente Platone attribuisce agli egizi stessi ha molto a che fare proprio col rifiuto della memoria delle catastrofi.

    con questo mi sto rendendo conto che sto scrivendo un altro post, e nel luogo sbagliato, visto che sto intasando il tuo blog – ma è colpa tua!
    già, perché come tu hai colto benissimo, la civiltà e perfino la vita psicologica individuale si basano non sull’arte della memoria, ma sull’arte di dimenticare: oblio selettivo, certamente, perché finalizzato a trasmetterci un’idea positiva, cioè artistica, cioè falsa, dell’esistenza individuale e collettiva. tanto che possiamo dire che l’arte è soltanto una forma di oblio ben riuscita; e faccio un esempio a me caro: che cos’è l’arte della fotografia se non primariamente arte dell’inquadratura? e che cos’è l’inquadratura se non una forma di ritaglio della realtà, cioè di esclusione dall’immagine, cioè di oblio di una parte di quello che abbiamo davanti? abbelliamo il mondo dimenticando quello che ha di brutto; Wilde toccò le vette del genio quando definì l’opera d’arte una forma di menzogna; noi possiamo umilmente aggiungere che questa menzogna si basa sull’oblio.
    di qui una domanda che accenno, sul significato di internet, che cancella la dimenticanza, e sulle possibili contraddizioni di una cosa che chiamiamo intelligenza artificiale solo perché si fonda su una quasi illimitata capacità di RICORDARE, classificare e utilizzare dati.
    ma possiamo evitare di approfondire troppo il discorso, se tra una generazione o due tutto questo sarà finito.

    tu hai toccato in modo approfondito questi problemi che ci fanno interrogare sull’arte e sul funzionamento della mente come due aspetti dello stesso problema: già Freud aveva scoperto che la memoria è selettiva, e ricorda prevalentemente tutto quello che ha un ruolo positivo per la costruzione dell’identità; tanto che la nevrosi stessa potrebbe essere spiegata come una incapacità strutturale di dimenticare il negativo nel modo corretto, trasferendolo invece nell’inconscio, dove continuerà a ribollire determinando sintomi, semplicemente perché il ricordo traumatico non è stato eliminato e risolto.
    (dunque una società che ricorda tutto diventa inevitabilmente nevrotica? tutto lo fa pensare. e lo conferma, mi pare, il ruolo onnipresente degli hater nei media, quelli che sanno e ricordano tutto di tutti e lo rinfacciano ai loro nemici continuamente ossessivamente nevroticamente: ecco, i social media sono diventati il sintomo della nostra nevrosi sociale.
    e la riscoperta della letteratura fantastica nella cultura di massa, l’Harry Potter dei ragazzini, è forse la ricerca di una terapia contro l’opprimente dominio di un vero completamente memorizzato e indistruttibile? ecco un’ipotesi).

    mi rimane da aggiungere una cosa sola, ma è ancora piuttosto confusa nella mia mente, non mi è chiaro il rapporto con quello che ho detto finora ed ha a che fare con alcune recenti letture che adesso mi sfuggono (perché evidentemente sto cercando di dimenticarle 🙂 ) e con la mia convinzione che “mente, pensiero, parola e cose sono soltanto modi diversi di chiamare la stessa realtà”.
    l’uomo crea il mondo, gli uomini creano il mondo. gli antichi vivevano davvero i miti come reali: gli dei ESISTEVANO al loro tempo; essi vivevano davvero in mezzo a loro, loro li SENTIVANO e li VEDEVANO esattamente come noi vediamo il mondo tecnologico nel quale siamo immersi.
    se non lo conosci, dovresti assolutamente leggere Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, che descrive i processi addirittura di tipo fisiologico cerebrale che portarono alla MORTE degli dei, come la chiamarono coloro che la vissero, cioè ad una radicale reimpostazione del modo di funzionare della mente umana collettiva ed individuale ed alla scomparsa delle voci interiori che erano allora una normale esperienza comune e che oggi noi abbiamo ridotto al rango di sintomo schizoide di una “malattia” mentale: ma questa “guarigione” moderna non ha cambiato soltanto il modo umano di percepire il mondo, ha cambiato il mondo stesso.
    questo per dire che quella non era fantasia, era realtà; è fantasia soltanto per noi.

    • Mi pare però che se consideriamo “la storia di Atlantide” una storia vera, cadiamo in contraddizione: se al tempo di Platone (o almeno a quello di Solone) ne era giunta la memoria precisa, allora perché Platone se ne serve per lamentare che “gli uomini dimenticano tutto”? E d’altro canto, se diamo per scontato che la memoria umana sia selettiva, come mi pare che tutti crediamo… allora la polemica egiziana sulla scrittura non diviene improvvisamente futile, perché è evidente che la scrittura è davvero il modo migliore di uccidere la memoria (o, per meglio dire, quello che crediamo che sia la memoria), visto che fissa anche per gli altri, e come se fosse verità, le bugie che alcuni uomini credono di ricordare? Ma se è così, allora come ha fatto la “storia vera” a giungere fino a Platone (o a Solone)?

      (Mi inquieta la storia che hai raccontato sul Garda… ma vorrei saperne di più. Hai qualche riferimento?).

      Senza dubbio l’arte è una menzogna (e Pasolini, purtroppo non ricordo dove, ha scritto qualcosa del genere sull’inquadratura cinematografica, ed in particolare sul fatto che l’inquadratura crea una bellezza artefatta): ma in fin dei conti l’arte è un linguaggio, e la memoria è un linguaggio, e (seconda volta in pochi giorni che qui cito questa frase) cos’è il linguaggio se non, teste Umberto Eco, qualunque cosa che consenta di mentire?

      Io non sono affatto socuro che Internet consenta di ricordare tutto: memoria non significa ricordare tutto, significa ricordare dove andare a trovare tutto, in questo senso. Ed Internet rischia di divenire talmente sconfinato da diventare inutile, a questo scopo (che è poi il motivo per cui la nostra memoria è selettiva). E già ora si vede che non evolverà in questo modo, visto che il core del mezzo è costituito da pochi servizi, su cui spiccano pochi contenuti.

      Be’, non ho letto Jaynes (di cui ho solo sentito parlare) ma mi sembra un’ipotesi condivisibile.

      (Una mia curiosità: ma secondo te, la/le catastrofe/i che hanno dato origine al mito di Atlantide, è/sono la/le stessa/e che hanno originato il diluvio universale? Tutto è collegato con la fine dell’era glaciale?).

      • parto dal fondo:
        se la catastrofe di Atlantide va identificata con l’immersione del Doggerland alla fine dell’era glaciale, 11mila anni fa, non può esserci una relazione diretta col crollo del Bosforo avvenuto in un momento imprecisato tra l’8500 e il 7150 a.C. – anche se mi pare di ricordare che ne dava una data diversa e più recente il museo di Istanbul sulla storia della città, dove appresi per la prima volta di questa storia straordinaria; però anche questo fenomeno, avvenuto dai 3mila ai 6mila anni dopo è certamente legato a variazioni climatiche ed innalzamento del livello del mare.
        niente a che fare, comunque, con le fasi ben più antiche di 5 o 6 milioni di anni fa in cui il Mediterraneo venne alternativamente prosciugato quasi completamente e invaso dalle acque dallo stretto di Gibilterra in inondazioni inaudite.
        e il Garda, allora? è noto che le cime del monte Baldo sono un unico botanico perché conservano ancora specie di piante estinte altrove del periodo interglaciale precedente, perché durante l’era glaciale, per decine di migliaia di anni, rimasero isolate e totalmente circondate dai ghiacciai.
        senza risalire così indietro il Garda ghiacciò nella cosiddetta piccola era glaciale nel 1709, come del resto la laguna di Venezia, e ci poteva passare sopra con i carri.
        https://www.stilearte.it/la-pittura-testimonia-il-ghiaccio-del-1709-quando-si-pattinava-in-laguna-e-il-garda-era-una-piazza/#:~:text=la%20superficie%20del%20Garda%20ghiacciava,e%20conclusasi%20nel%20XIX%20secolo.
        “Sul Monte Baldo si possono ancora constatare le solcature e le striature dovute all’azione della esarazione glaciale”.
        https://www.comunitadelgarda.it/Le-origini-del-Lago-di-Garda/1079-1.html
        quanto alla rapidità della fine dell’ultima era glaciale ci sono vari studi. qui c’è una ipotesi, un po’ diversa da quanto si sapeva finora: https://www.focus.it/scienza/scienze/come-e-perche-e-finita-ultima-era-glaciale

        . . .
        ottima la citazione di Pasolini, non la conoscevo.

        su internet e la memoria servirebbe un altro post, ma mi trattengo: mi ritrovo in quel che dici, ma non sull’idea che internet non stia cambiando il nostro modo di ricordare, anche fisicamente.

        Platone…, ma dirò meglio, gli antichi sacerdoti egizi del tempo di Solone, di cui lui parla, non si lamentano che gli UOMINI dimenticano tutto, ma che i Greci sono senza memoria, e contrappongono la loro cultura, che invece conserva il ricordo del passato.
        che questo racconto sia in contraddizione con la critica della scrittura che Platone attribuisce a Thamus non c’è dubbio. però è evidente che questa critica antepone come memoria vera il ricordo personale diretto alla memoria esterna dove conta più ricordare che una informazione c’è e come ritrovarla; che è poi la critica che fai anche tu alla memoria scritta.
        ma la memoria soggettiva è selettiva – questo Platone non lo sapeva, ma noi sì.
        pertanto da questo punto di vista rifiutare la memoria estrinseca o scritta, o comunque oggettivata, significa anteporre la soggettività all’oggettivo.
        significa uccidere la storia e la scienza a favore della letteratura e del mito.

      • Non mi sento di entrare in una discussione cosi dotta se non per dire la mia su un’argomento di cui mi ritengo un po’ piu esperto della media, se non altro per anzianità di frequentazione, che sarebbe la memoria condivisa su Internet.
        La pretesa che su internet venga tutto conservato è un’illusione; i siti nascono e muoiono come le persone. Tanto si crea e tanto viene . Di quello che era on line 20 anni fa oggi non ne rimane quasi nulla, “cancellato” o “dimeticato”. Provate a consultare le pagine dei primi blog degli anni 90.. Le porzioni conservate sono salvate negli anni da pochi appassionati che, come vecchi bibliotecari, mettono via le informazioni per passione personale e lo fanno contro la tendenza comune che smania per nuove informazioni a discapito delle vecchie.
        E’ si vero che internet cresce ad un ritmo esponenziale e che le informazioni generate oggi in un giorno forse equivalgono a quelle di un’anno di 20 anni fa (stimo ad occhio ma non credo di sbagliarmi di molto). Però è anche vero che esistono limiti alle capacitò di ripescare queste informazioni e che di fatto siamo legati per questo alla nostra fallace memoria umana e agli algoritmi dei motori di ricerca. Sono Google e Bing per noi occidentali e Yandex o Baidoo per altri a stabilire la linea d’ombra fra quello che esiste e non esiste in internet. E questi motori sono ormai le nostre protesi mnemoniche.

  2. Credo che la memoria dentro ognuno di noi si sia modificata molto nel corso dei secoli e dei millenni, non solo come capacità di “ricordare” in modo più nitido le esperienze passate, ma specialmente per la possibilità di aiutare la memoria stessa attraverso dapprima la scrittura, ed in seguito anche con il ricordo visivo dato dalla fotografia.
    Io stesso posso ricordare come “gialla” la mia casa d’infanzia (di cui non ho alcuna fotografia) e potrei sbagliarmi perché forse non lo era, ma mio figlio potrà certamente ricordare che la sua era “rossa” anche perché ne abbiamo una foto.

  3. Giustissima, e fondamentale, la precisazione sulla memoria. Per essere didascalici, potremmo dire che tutta la memoria e’ selettiva.
    Ricordo in particolare uno studio (che non saprei indicare con esattezza) che suggeriva come il nostro cervello riservi piu’ spazio (piu’ memoria, quindi piu’ dettagli) al ricordo di esperienze gradevoli che di quelle sgradevoli. Parrebbe logico concludere quindi che eventi come i disastri sono praticamente strutturalmente portati ad essere dimenticati. Il che, mi pare, contribuirebbe a spiegare perche’ gli eventi traumatici sono cosi’ difficili da narrare e ricordare.

    Volendo cercare un ipotetico punto di contatto fra quanto sopra e quello che scrivi tu sul ruolo della letteratura nel rendere interessanti le cose ritenute da ricordare, non potremmo azzardare un legame interesse-gradevolezza-memoria (o gradevolezza-interesse-memoria)? Ovvero, non potremmo dire che la letteratura svolge un ruolo edulcorante, addolcisce gli eventi per renderli “appetibili” alla memoria?
    Occorrerebbe approfondire il processo creativo e interpretativo delle opere letterarie che riportano eventi e fatti “sgradevoli” (es. Verga, Levi, Sebald): l’intento dell’autore, i meccanismi e le tecniche che adopera e l’effetto che producono.
    Andando ancora un passo oltre, forse uno di troppo, non potremmo dire che certe tendenze psichiatriche (es. sadismo) derivano proprio da questo processo? Ovvero da uno sforzo della mente per rendere “gradevoli” ed “integrabili” nel sistema mnemonico eventi altrimenti difficilmente accettabili?

    • la memoria selettiva è alla base dello stesso meccanismo per cui cerchiamo conforto nelle opinioni altrui che sono più simili alle nostre e rafforziamo le nostre convinzioni “vedendo solo quello che vogliamo vedere”.
      la letteratura addolcisce intrinsecamente, a mio modo di vedere perché separa nettamente almeno tre dei sensi principali (ma in parte, probabilmente, tutti) nella percezione del pericolo/angoscia/etc etc (ehm… e si ritorna all’amigdala…) e quindi sposta il piano dalle emozioni primarie a quelle elaborate.
      p.s. su san paolo, non mi ricordo se ne avevamo parlato, ma stra-condivido in pieno: gesù cristo senza san paolo sarebbe probabilmente rimasto rubricato come “un vagabondo con tendenze megalomani, potenziale sobillatore, poco istruito e con scarsa dialettica, capace di parlare sono nel dialetto triviale d’origine”.

    • Interessante lettura, faccio un’ipotesi traendola dalla letteratura sulla percezione e l’accoppiamento: naturalmente, siamo tutti portati a vedere come “belle” le cose (che percepiamo) simmetriche. Tuttavia, alcune persone sono maggiormente attratte dai “brutti”: ciò viene spiegato dalla necessità di mantenere un pool genetico più ampio, onde evitare il “restringimento” delle possibilità di sopravvivenza (e questo credo funzioni sia se si “crede” alla selezione per specie che alla selezione per individui, caro il mio Richard Dawkins che stai per commentare e che comunque hai influenzato significativamente questo commento). Penso che questo stesso concetto possa essere esteso anche a livello culturale, riguardo i romanzi “sgradevoli”.

      • Mi piace assai la direzione in cui sviluppi il ragionamento. Ti propongo una digressione e due provocazioni.
        Non ricordo la fonte esatta, ma in una qualche intervista della Zeit, una fotografa diceva (riporto sintetizzando) che il bello alla fine “annoia”, cioe’ che a guardare una bellezza senza imperfezioni dopo un po’ si perde interesse (incidentalmente, ho sempre pensato, leggendo quel testo, proprio all’idea della simmetria dei volti… e a Michelle Pfeiffer, la quale secondo alcune analisi avrebbe uno fra i volti piu’ simmetrici fra le star). Fine (?) della digressione.

        Provocazione 1: che sia per questo motivo che si cerca, negli eventi o perlomeno nella loro narrazione, una qualche simmetria? (simmetrico = bello/gradevole = interessante)
        E, andando ancora oltre, che la nostra idea di giusto derivi proprio da questa ricerca di una simmetria (il contrappasso dantesco)? Simmetrico = bello/gradevole = giusto?
        Provocazione 2: se, come suggerisci, esiste per alcuni una preferenza per romanzi (narrazioni) su temi “sgradevoli”, quale sarebbe la ragione evolutiva? Proponi forse che cerchiamo di tenere “in vita” la disposizione ad affrontare temi che altrimenti ci ripugnerebbero, magari proprio perche’ questo ci offre maggiori possibilita’ di sopravvivenza? Magari, addirittura, tramite un pool genetico?

      • Il mio professore di chirurgia plastica (uno che se intendeva, insomma) diceva che il bello è la quintessenza della normalità: se il normale annoia, il bello effettivamente dovrebbe farlo in maniera “quintessenziale”…

        Sulla provocazione 1 non ho molto da dire.
        Sulla 2, penso che c’entri anche il fatto che vederlo affrontato in senso narrativo aiuto da un lato ad introiettarlo e dall’altro a tenerlo lontano. Non ti saprei però dare una motivazione “genetica”.

      • Direi che concordo con le risposte alla seconda provocazione. Tirando in ballo Wrangham, tuttavia, azzarderei che “ogni” meccanismo psicologico ha un fondamento evolutivo (quindi genetico).

  4. Pingback: la mia settimana virtuale dal 5 all’11 dicembre – 538 – Cor-pus 2020

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