Al novantacinque per cento

Credo che la domanda che mi sono sentito rivolgere più spesso, negli ultimi mesi, da parte di chi mi conosce abbastanza bene da sapere che sono un medico (che, ahimè, è di solito una delle prime cose che le persone scoprono sul mio conto), sia stata: ma tu, che ne dici di questi vaccini contro il Covid? Lo ha fatto anche, nei commenti ad un mio post di qualche tempo fa, il mio amico ammennicolidipensiero, con un intento vagamente polemico che, devo essere sincero, non mi sento di condannare.

Fino a questo punto, infatti, avevamo ricevuto dalle varie aziende farmaceutiche che, certo nel superiore interesse dell’umanità, si sono applicate nella ricerca di un vaccino contro il Covid-19 (e forse prima o poi toccherà discutere del fatto che un compito di tale importanza sia stato lasciato nelle mani di soggetti privati, coi vari stati che, al più, hanno messo in piedi un’asta al rialzo per essere sicuri di accaparrarsi per primi il magico elisir), non dati scientifici su cui fare considerazioni di tipo medico, bensì veri e propri annunci pubblicitari, che venivano propalati a mezzo stampa e di cui non si poteva parlare se non con sarcasmo (d’altronde, non credo si possa parlare della pubblicità in tono diverso); questo è il motivo principale per cui, a chiunque mi ponesse quella domanda, rispondevo che non avevo ancora in mano le pubblicazioni che avevano (o avrebbero) portato all’approvazione di questa o quella molecola e che, quando fossero uscite ed io le avessi lette, avrei potuto offrire un’opinione più circostanziata, sempre tenendo conto che nella vita faccio il medico dell’emergenza, non l’epidemiologo o l’infettivologo (la penuria di esperti, di cui pure abbiamo sentito un bisogno spasmodico fin dall’inizio della pandemia, ha infatti fatto giungere molti alla conclusione errata che qualunque medico sia qualificato per parlare di malattie virali o ventilazione non invasiva). Si trattava di una promessa da marinaio, lo confesso: con tutti gli “aggiornamenti” cui tener dietro nel mio lavoro, ancora di più adesso che ogni giorno qualcuno annuncia con gran pompa di aver trovato l’arma-fine-di-mondo contro il Covid (e di questo ho già parlato qui), sapevo benissimo che non avrei mai avuto il tempo e/o la voglia di andarmi volontariamente a cercare degli articoli scientifici su questo tema; piuttosto, avrei aspettato che esso mi riguardasse da vicino (perché lo so che prima o poi arriverà il momento in cui sarò costretto a vaccinarmi) o che quegli articoli mi capitassero casualmente per le mani, sottraendomi alla fatica (a volte esasperante) di trovarli.

La seconda ipotesi si è realizzata per prima e, alcuni giorni fa, da ben due fonti diverse, ho ricevuto la pubblicazione (che ha come primi firmatari Fernando Polack e Stephen Thomas) mediante la quale le aziende BioNTech e  Pfizer avrebbero dimostrato, sulle pagine del prestigioso New England Journal of Medicine, l’efficacia del loro vaccino, che per ora porta il nome ben poco user friendly di BNT162b2 (ma, vista la posta in gioco, sono sicuro che i rispettivi uffici marketing siano stati messi alacremente al lavoro per risolvere questo problema): è dunque giunto assai prima di quanto credessi, il momento di offrire una risposta (che sto cercando di elaborare in queste righe) a quell’interrogativo. Ma, quindi, io che ne dico, di questo vaccino contro il Covid?

Ne dico che è certo che a breve vivremo una nuova campagna di vaccinazioni di massa come non se ne vedevano dai tempi dell’introduzione dell’antipolio e dell’antivaiolosa. Perché ci sono molte cose che si possono pensare, dello studio finanziato dai due colossi farmaceutici (ad esempio, che dovremmo smetterla di concedere a chi vende un farmaco l’organizzazione degli studi che sono la prova della loro efficacia), ma ciò che è certo è che esso ha dimostrato, con una sicurezza abbastanza solida, che a breve termine BNT162b2 ha pochi e trascurabili effetti collaterali; il che lo qualifica perfettamente come la soluzione di cui tutti i governi avevano bisogno, in questo momento di grande difficoltà: basti pensare che in Italia la compagine di governo è letteralmente affamata di un deus ex machina che possa far dimenticare all’opinione pubblica che nei mesi scorsi si è occupata assai di perseguitare i comportamenti individuali non preoccupandosi minimamente di luoghi di aggregazione (avete visto l’esercito impiegato per verificare che nelle fabbriche si rispettassero le misure per il distanziamento sociale?) che possono divenire floride centrali di contagio, e che non si è trovato il tempo per potenziare un sistema sanitario nazionale che decenni di tagli, per altro sostenuti anche da uno dei due partiti che attualmente risiede a palazzo Chigi, avevano messo in difficoltà già prima che giungesse il Covid.

Ad ogni modo, credo che questo dato sulla sicurezza di BNT162b2 sia importante, probabilmente è anzi il più importante tra tutti quelli evidenziati dall’articolo del New England, anche e soprattutto per considerazioni non prettamente “politiche” (ricordiamo che il vecchio adagio primum non nocere va ancora di moda); d’altro canto, ritengo che chi ha chiesto e chiederà, a me ed ai miei colleghi, un’opinione nei suoi confronti voglia sentirsi rispondere qualcosa di più di “stia tranquillo, lo faccia e non morirà”. Vorrà sapere, pure, se BNT162b2 funziona.

A leggere l’abstract (il breve testo che riassume i risultati di tutti gli studi scientifici) e le conclusioni a cui sono giunti Pollack e Thomas, sembra che sì, funzioni, o almeno, a voler utilizzare una frase abusata, che funzioni “oltre ogni ragionevole dubbio”: gli sperimentatori (della cui onestà non ho motivo di dubitare) riportano infatti un’efficacia del vaccino, quando confrontato con un placebo (una sostanza priva di effetto farmacologico) pari al 95%, il che significa che ci si può attendere che nella popolazione che non si vaccina l’incidenza dell’infezione sarà superiore del 95%; questo risultato, piuttosto impressionante, è stato ottenuto, da quello che è possibile ricostruire, in maniera trasparente, senza fare ricorso ai vari “trucchetti” di cui ci si può servire per forzare un determinato esito (la comunità scientifica non è composta solo da francescani di fanciullesco candore, duole ammetterlo): gli sperimentatori ed i soggetti studiati non sapevano se stavano somministrando o ricevendo il vaccino o il placebo; la popolazione studiata è vasta (si parla di oltre trentamila persone); le sue caratteristiche sono varie, ed anzi tra i suoi componenti non mancano persone con patologie anche gravi (alcuni dei partecipanti allo studio erano sieropositivi). Insomma, tutto fa pensare che ci siamo, che Pfizer e BioNTech siano arrivate prime nella corsa (grottesca e non esattamente edificante, va detto) al titolo di “eroi che hanno salvato il mondo dal Covid-19”. Ed allora, se le cose stanno così, perché finora di questo vaccino ho parlato in termini dubitativi? Cosa mi fa pensare che BNT162b2 potrebbe non essere la panacea che tutti, e soprattutto i giornali, sembrano pensare che sia?

Ciò che mi fa essere pessimista è che sospetto che Pollack, Thomas ed i loro colleghi abbiano commesso un bias di selezione.

Un “bias di selezione” è quell’errore che si compie quando in uno studio scientifico si sceglie (inconsciamente) una popolazione che non rappresenta la totalità della popolazione su cui si andrà ad utilizzare un certo farmaco: e si può immaginare che quella che decide di partecipare ad uno studio sul Covid-19 sia composta da persone che hanno ben compreso quali sono i rischi connessi con l’infezione da parte di questo virus. Di conseguenza, è verosimile che esse osservino con attenzione tutte le misure che, se non proprio gli esperti ed i governi (dei quali è lecito e forse salutare dubitare, come ho già scritto in questo post), ma almeno il buonsenso suggerisce; in altri termini, è verosimile che siano persone che già, per così dire, “allo stato di base” sono meno esposte delle altre al rischio di essere contagiate. Si può davvero scorporare la protezione a loro offerta dal vaccino rispetto a quella offerta dalle loro abitudini?

Sia chiaro, questa è solo una mia ipotesi, e sarei ben felice di essere smentito, perché non sono così cinico da sperare che continui una pandemia che ha dimostrato (e continua a dimostrare) che avevo ragione, quando dicevo che è il sistema in cui viviamo ad essere malato; i numeri, per altro, sembrano smentirmi, visto che l’incidenza in una settimana dell’infezione, nei soggetti studiati, è superiore a quella registrata in Italia nell’ultima settimana (ma credo che i due “numeri” non possano essere confrontati… ed anzi uno dei due potrebbe essere spiegato da ragioni non esattamente epidemiologiche). Ma bisogna anche dire che, seppure i partecipanti allo studio del New England Journal of Medicine fossero tutti ninfomani intenzionati a battere il record del maggior numero di relazioni casuali avute in una settimana, la ricerca è stata comunque effettuata in un momento in cui la pandemia c’è, ed in cui incontrare gente è difficile anche per chi lo vuole: non abbiamo studiato BNT162b2, né avremmo potuto farlo, nelle condizioni che vogliamo che esso ripristini con la sua azione salvifica. Non siamo sicuri che possa funzionare nel mondo consumista e fondato sullo spreco che c’era prima, e che tutte le forze politiche, ad ogni latitudine, stanno tentando ad ogni costo di preservare.

Ed a questo punto torniamo alla domanda che ci perseguita fin da quando il Covid si è fatto rumorosamente spazio nelle nostre vite: ma non è che il problema è proprio quello che c’era prima?

(Chi volesse leggere l’articolo di Pollack e Thomas lo trova qui.

Ringrazio il mio collega Giovanni, che probabilmente non mi leggerà mai, che a questo post ha fornito molto materiale)

17 thoughts on “Al novantacinque per cento

  1. Reblogged this on ammennicolidipensiero and commented:
    “Ma tu, che ne dici di questi vaccini contro il Covid?”. Come a Gaberricci, anche a me capita assai spesso sentirmi rivolgere questa domanda, ultimamente (e non perché sia un medico ma perché, ancora peggio, sono ricercatore).
    Allora, siccome il mio amico Gaber riesce a fare ciò che io ormai ho abbandonato da tempo (scrivere sul blog, e scrivere di cose sensate, e farlo bene), mi affido alle sue parole per rispondere a questa domanda che, assai prima che una semplice querelle da salotto televisivo, è, non dimentichiamolo, una questione scientifica.
    Ora, alle parole di Gaber – che sottoscrivo, ça va sans dire, dalla prima all’ultima – vorrei aggiungere solo due o tre piccole considerazioni.
    La prima: non un vaccino contro il CoV-19, ma questo vaccino nello specifico, a mio modo di vedere, rappresenta nel settore una rivoluzione epocale pari a quella che si ebbe quando comparvero i vaccini per la prima volta. È un cambio di paradigma unico, da un certo punto di vista potrebbe essere definito il “prodotto perfetto” di un ricerca lunga anni e di fortunate intuizioni: si chiede al nostro organismo di produrre le stesse molecole da cui il sistema immunitario deve (o meglio, dovrebbe) andare a proteggerci – diversamente da quanto è stato concepito finora, ovvero che il sistema immuntario dovesse essere stimolato da fattori esterni. La riserva che tutto questo funzioni, e funzioni bene, effettivamente è d’obbligo, non foss’altro per il fatto che è, appunto, il primo test su popolazione (e su larga scala), ma ciò non ne sminuisce il valore scientifico – scevro da interessi commerciali, ma questo è un altro discorso.
    Al tempo stesso, vorrei sottolineare con ugual forza due parole usate da Gaber nel suo post, che non vorrei passassero inosservate: a breve termine BNT162b2 ha pochi e trascurabili effetti collaterali. A breve termine non è un dettaglio di poco conto, per quanto i margini di sicurezza siano, sulla carta, ampi.
    Sulla reale efficacia del vaccino peseranno svariati fattori: oltre al ragionevole dubbio sollevato da Gaber sul bias di selezione, a me ne rimane uno altrettanto grande sul rate di mutazione del virus che, per quanto inferiore rispetto ad altri “cugini” (un buon articolo di Natire lo spiega qui), è pur sempre alto, trattandosi di virus a RNA.
    Buona lettura.

  2. Per uno come me, laureato in Statistica, questo tuo post è pura bellezza, con “panel” e “bias” che si propongono come attori non protagonisti, ma non per questo meno importanti.
    Vedremo poi cosa accadrà: è davvero assodato che, nonostante il vaccino, ci si possa ammalare comunque?

  3. 1. Sul lasciare a privati queste ricerche: e’ il capitalismo contemporaneo. Inutile ripetercelo, certo. Molto piu’ utile cominciare a capire come poterlo superare (suggerimento: il covid-19 non e’ parte della risposta)
    2. Sugli annunci pubblicitari – rimando al libro di Nick Davies (PR & giornalismo)
    3. Sulle specializzazioni: non sarebbe ora di superare (abbandonare?) la concezione per cui le professioni liberali (medici, avvocati), ma non solo, hanno (ciascuna per conto suo) un nucleo comune? In fin dei conti non ci si aspetta che un antropologo sia anche un sociologo, politologo o etnologo. Queste discipline hanno subito un processo “genealogico” di differenziazione che in altri campi ancora manca. Forse questa mancanza contribuisce ad alimentare la confusione (puo’ un chirurgo plastico andare in tv e parlare di covid?)

    4. Sulle vaccinazioni di massa – ancora non riesco a capire (meglio: ad accettare) come per il covid-19 si sia riusciti a procedere a questa velocita’ e per altre malattie (che in base agli ultimi dati a me disponibili uccidono di piu’) si attenda decenni (es. TBC).
    Una risposta la azzardo: la velocita’. Viviamo, in effetti, in un’epoca in cui la velocita’ e’ forse il tratto dominante per eccellenza (quanto e’ veloce la tua connessione?). E il covid-19 e’ stato il virus piu’ veloce che ricordi (smentite bene accette). Forse non il piu’ letale, ma talmente veloce da diventare -nella percezione- estremamente letale, perche’ in grado di sopraffarre le nostre risposte strutturali. Al contrario, TBC, ma anche HIV, impiegano anni per uccidere una persona (mediamente, chiaro).

    • sottoscrivo l’aspetto velocità. è strattamente legato al concetto di rischio percepito e rischio reale.
      p.s. devo ancora rispnderti sulla questione letteratura, non ho fatto in tempo. il concetto che volevo passare è che leggendo non sempre si attivano i centri neuronali che scatenano reazioni emotive – perché si tratta di apssare da un circuito (riferiemnto all’ amigdala di cui parlavo) che è biologicamnte preposto alla risposta “rapida” agli stimoli, non “ragionata”. ci sono poi eccezioni, ne cito una che forse incuriosirà gaber, per cui alcuni tesi sono comqunue in grado di attivare pathway alternativi che portano alla medesima risposat fisiologica, esmpio https://academic.oup.com/scan/article-abstract/4/1/35/1608566

    • 1. A me anzi pare che il Covid stia rafforzando il capitalismo.
      2. Ricordo che ne hai parlato.
      3. Dipende. Su certe cose ovviamente un’infarinatura ce l’abbiamo tutti. Il problema semmai è riuscire a comprendere che per un virus appena scoperto, forse, anche le competenze di un infettivologo sono insufficienti.
      4. Secondo me invece il punto è l’opposto: il Covid non è stato informitavamente veloce. Non possiamo negare che un poco tutti, quando è arrivato, ci siamo detti che sarebbe stata la solita pestilenza usa e getta, che in capo ad una settimana ci saremmo dimenticati come del litigio Bugo-Morgan a Sanremo; credo anzi che gran parte della nostra difficoltà a rapportarci col Covid derivi dal fatto che non ci è bastato far finta di nulla e continuare le nostre vite, per farlo sparire. Per i vaccini… be’, abbiamo già detto tutto al punto 1, no?

  4. Pingback: la mia settimana virtuale dal 12 al 18 dicembre – 549 – Cor-pus 2020

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