Dolcemente viaggiare

Tokyo lo aveva sorpreso, nella misura in cui era esattamente come l’aveva immaginata.

Alle due e un quarto di quel primo pomeriggio nella capitale giapponese, si era lasciato alle spalle il parco del palazzo imperiale, diretto verso la torre di Tokyo che era appena due chilometri più avanti, alla fine di un viale largo e diritto. Intorno alle quattro aveva rinunciato a trovarla; d’altronde, lui aveva sempre pensato che le sue strutture avrebbero dovuto essere lontanissime, ai capi estremi di quella metropoli che, mentre ne esplorava i vicoli, gli si confermava misteriosa, attraente ed insidiosa come la moglie di un boss della yakuza.

Dietro una fila di ordinate villette a schiera tutte uguali, col balcone tinteggiato di bianco e la porta di bambù con la finestrella di vetro, si era improvvisamente trovato di fronte al Senso-ji, e si era detto che era giusto così, perché, anche se la sua Lonely planet era di opinione diversa, per lui quell’imponente tempio non si trovava al centro di una piazza nella porzione più settentrionale di Tokyo, ma a pochi passi dall’oceano, dove in effetti gli pareva di averlo visto; era rimasto così a lungo ad osservarlo, poi, che le sue pareti alla fine non erano più rosse, ma verdi, come in effetti erano sempre state nella sua fantasia.

Aveva rimirato tutta la città dall’alto del Tokyo Tree (che in quel giorno della settimana, se non ricordava male, avrebbe dovuto essere chiuso), e poi aveva diretto lo sguardo più lontano, verso l’orizzonte; si era dato del turista, quando si era scoperto a cercare il monte Fuji, eppure lo aveva individuato e scoperto più maestoso di quel che sarebbe stato lecito attendersi, ma appena adeguato alle sue aspettative, e gli era sembrato che la sua mole incombesse sopra Tokyo come se si innalzasse nella sua immediata periferia, e non distante più di cento chilometri in linea d’aria.

Si era lasciato alle spalle negozi di abiti che avrebbero dovuto chiudere a metà degli anni Novanta, e forse anche un poco prima; per qualche tempo, aveva meditato di comperare una di quelle giacche nere che, probabilmente, gli studenti giapponesi avevano smesso di indossare prima che lui nascesse, ed infine lo aveva fatto desistere solo il fatto che il proprietario del negozio fosse irreperibile. In praticamente ogni vetrina aveva contemplato la Grande Onda di Hokusai, e si era domandato se i giapponesi davvero obbedivano così pigramente al pregiudizio suo e di, credeva, qualunque altro occidentale; aveva occhieggiato le insegne al neon che sberlucciavano da ogni facciata di grattacielo, e nonostante le promesse di un corso online evidentemente troppo ottimista (impara il giapponese in tre mesi, come no), le aveva trovate tanto incomprensibili quanto affascinanti, e si era fermato a guardarle come un bambino le luminarie di Natale. Era sicuro di essere stato sia ad Akihabara che a Shibuya, ed era impossibile perché non aveva mai preso la metropolitana e tra i due quartieri c’erano quasi dieci chilometri (ma non nella mia testa, si era risposto, mentre apriva un bento e ci trovava dentro quella che era senza alcun dubbio una minuscola porzione di carbonara); aveva comprato un numero decisamente eccessivo di manga che, chissà come, era riuscito anche a leggere. Ad un certo punto, addirittura, gli era parso di vedere il Padiglione d’oro, che pure, ricordava senza possibilità di errore, si trovava a Kyoto.

Fu solo alla sera, mentre attraversava il famoso incrocio di Shinjuku, che se ne rese conto: fino a quel momento, era come se avesse voluto stare da solo con Tokyo, per capire se lui e la città si piacevano (e decise di sì); forse era per quello che, durante quella giornata, non aveva incontrato neppure una persona: ma Tokyo, aveva sempre creduto, doveva essere viva, sempre piena di gente ad ogni ora del giorno e della notte…

Non aveva ancora finito di formulare quel pensiero, che attorno a lui comparve una folla di persone.

(Ringrazio Pina Bertoli che, con un preciso passaggio di uno dei suoi ultimi post, ha ispirato quello che avete appena finito di leggere).

11 thoughts on “Dolcemente viaggiare

  1. ciao. mi hai fatto tornare a Tokyo, ovviamente, con la memoria di sei anni fa.
    nella mia mente non c’è il ricordo del palazzo imperiale e infatti non l’ho visto, in una permanenza troppo fugace nella città. c’erano invece la Sky Tree e il Museo Nazionale, e i due monumenti erano anche molto più lontani fra loro, secondo me; e invece sono proprio solo due km, tra loro, anche se sembravano molti di più, camminando per arrivarci tra mille curiosità: una strada diritta attraversa il quartiere di Taito, a partire dal retro del Museo Nazionale e del parco di Ueno, fiancheggiando anche il tempio Senso-ji, ma non arriva direttamente alla torre; e questa, comunque, è impossibile non vederla, appena ti affacci sul fiume Sumida.
    invece il palazzo imperiale è più distante e in una zona diversa: credo che il tuo viaggio mentale abbia confuso il Museo Nazionale col Palazzo Imperiale. solo in questo caso hai ragione tu e la piantina della Lonely Planet evidentemente: ma poi tutta questa parte di Tokyo è fatta di palazzi, impossibile trovarci villette a schiera.
    e il monte Fuji? non sono riuscito a vederlo, nonostante lo desiderassi con tutte le mie forze e neppure dalla torre: c’era troppa nebbia.
    e la gente di Tokyo? rischiavi di visitare Tokyo senza la sua gente, che è la sua principale bellezza. ci ho perfino ballato con loro, in strada, in una processione religiosa…

    https://maurobort48.wordpress.com/?s=Tokyo

    certo, sono arrivato a Tokyo senza conoscerla prima; l’articolo che hai citato suggerisce un approccio culturale ricchissimo; ma ognuno trova viaggiando quello che cerca, e io ho trovato ingenuamente soprattutto la Tokyo delle feste popolari e degli spettacoli di strada…

    viaggiando con la mente tu me hai fatto conoscere una diversa e riacutizzato il desiderio di tornarci, per scoprire qualche altra Tokyo; ti ringrazio.

    • “ma ognuno trova viaggiando quello che cerca”
      Hai quasi colto il senso del post, con questa frase; io volevo più esattamente dire che ognuno trova viaggiando quello che ha (o che è), ma in fin dei conti non è corretto (come abbiamo detto altre volte) che chi scrive dia un’interpretazione di ciò che scrive.

      (Sei stato anche a Roma oggi? 🙂 )

      • be’ in fondo c’è un legame stretto fra quello che cerchiamo e quello che siamo; anzi forse siamo proprio quello che cerchiamo.
        non sono stato a Roma oggi per tutta la giornata, perché sono stato invaso da figlio e nipotini, che almeno spezzano per 36 ore il mio isolamento; ma ho provato a tornarci poco fa.
        nulla mi restituiva il mio archivio informatico di quel mese che ci ho passato nel 90, fino a che, a sorpresa, ecco uscire da un posto dove non doveva essere un file, che è come uno scartafaccio informatico molto confuso e forse non completato, che però almeno restituisce la parvenza di quelle lontane cronache in versi, che avevo intitolato “uomini che non hanno bisogno del barbiere”.

  2. La solitudine all’interno di una delle metropoli più popolose del mondo.
    Mi hai fatto venire in mente Matteo, il mio amico che ha fatto l’anno scorso il viaggio di nozze proprio a Tokyo. Le sue foto confermano quanto già si sapeva: le indicazioni stradali, così come le informazioni alle stazioni o alle fermate, sono tutte SOLO in giapponese, senza traduzione in inglese. Devi fidarti dell’intuito, o della guida Lonely Planet.

    • ma non è affatto vero! “ho imbroccato senza problemi ogni volta la strada, perche` la segnaletica e` chiara e scritta dappertutto anche in inglese”, dalle cronache mie da Tokyo nel viaggio di sei anni fa, e ci sono anche le mie riprese: non credo che abbiano cambiato questo in sei anni.
      il problema più grave piuttosto è che le piante stradali che trovi dappertutto hanno un orientamento diverso, con l’est in alto; e se non lo sai, impazzisci, perché la Lonely Planet non te lo dice.

      • Haha, non lo metto in dubbio.
        Ma il mio amico Matteo mi ha fatto vedere moltissime fotografie dove la grafia era solo in giapponese, come per esempio alla fermata della metro o quella dei treni.
        Ma io non ci sono mai stato di persona, per cui mi baso su una esperienza non diretta.

    • ahah, è veramente sconcertante; ti mando il link al mio video su Youtube sul mio arrivo a Tokyo; non hai bisogno di sciroppartelo tutto, perché nei primi 15 secondi trovi le immagini dei cartelli del metrò in caratteri giapponesi e occidentali; ma subito dopo vedrai che perfino qualche negozio ha le insegne in inglese.

      poi, ovviamente nel resto delle indicazioni della vita quotidiana le scritte sono quasi esclusivamente in giapponese.
      sai invece quale è il paese tra quelli che ho visto, dove le scritte in caratteri occidentali mancavano COMPLETAMENTE nelle città e dava un senso di straniamento simile? la Siria nel 2003.
      ora, io non dubito della buona fede del tuo amico, ma non arrivo davvero a spiegarmi la sua affermazione, dato che non credo che i cartelli del metrò seguano criteri diversi in stazioni diverse. io poi non sono stato a documentare questo aspetto delle città giapponesi, perché lo trovavo normale – il che non toglie che il Giappone sia un paese tremendamente esotico, anzi il più esotico che io abbia mai visto, ma per altri aspetti.
      una sensazione simile a me la diede Osaka, al mio primo arrivo in Giappone; e tuttavia, anche se questo secondo video descrive appunto soprattutto questo senso di disorientamento simile a quello che ha provato lui a Tokyo, riguardando le immagini, trovo che anche lì c’è una buona presenza di scritte in inglese. in questo video se vai al minuto 0:46 ne trovi addirittura una in italiano.

      ciao!

      • Probabilmente Matteo, il mio amico, avrà trovato alcuni posti dove in effetti c’erano solo caratteri giapponesi, e magari nelle sue foto e nei suoi racconti ha voluto “marcare” un po’ la situazione.
        Per farmi un’idea “mia” devo andarci io di persona. Chissà.

  3. Pingback: la mia settimana virtuale dal 19 al 25 dicembre – 559 – Cor-pus 2020

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