L’assedio

Il mio collega ed amico Marco, l’altro giorno, mi ha detto che non ha ancora deciso se ha meno senso il Decreto Natale, che il governo Conte è finalmente riuscito a varare lo scorso diciotto dicembre, oppure l’ordinanza con cui il giorno prima Luca Zaia, presidente di quella regione Veneto in cui ahinoi tutti e due viviamo e lavoriamo, ha istituito il divieto (inizialmente previsto fino al sei gennaio, adesso pare in scadenza domani) di uscire dal proprio comune di residenza o dimora dopo le ore quattordici.

Condivido l’incertezza di Marco, ed anzi inizio a chiedermi se per caso “le dirigenze” di ogni ordine e grado non abbiano deciso di lanciarsi in una specie di gara al ribasso a chi fa peggio; aggiungo per altro che tra il presidente del consiglio ed “il doge” (come Zaia viene affettuosamente chiamato dai suoi corregionali i quali, nonostante già nella prima ondata avesse avuto modo di dimostrare ampiamente la sua faciloneria, gli hanno garantito a settembre una rielezione con percentuali bulgare) è intercorso nelle ultime settimane un indegno gioco del pollo: già da prima che alcune “talpe” andassero a raccontarlo a giornali e televisioni, infatti, si sapeva che la situazione Covid stava sfuggendo di mano, con il Veneto costantemente in testa nella ferale classifica dei contagi giornalieri, con i pazienti alle porte degli ospedali in continuo aumento e con il numero di posti letto a cui destinarli in continua riduzione (e tale emergenza, almeno per la mia esperienza, non riguardava soltanto i reparti Covid); e nonostante ciò, ad ogni rivalutazione del suo “codice colore”, restava stabilmente in zona gialla (posizione che per altro occupa anche ora), prima con la soddisfazione, poi con la preoccupazione, infine con la risoluzione a “far qualcosa” del suo presidente: il quale, però, nonostante potesse istituire misure più stringenti per il contenimento dell’infezione (glielo concede uno dei troppi DPCM partoriti in questi mesi, quello del sette ottobre scorso), si è ben guardato dal farlo, attendendo fino all’ultimo, ed ecco dove sta il gioco del pollo, che fosse il governo, storicamente inviso ai veneti, a prendersi la responsabilità di una decisione che un’ampia fetta della popolazione vede con insofferenza, per la possibilità che essa possa risolversi in un “danno all’economia” (vero e proprio spauracchio per chi si considera “la locomotiva d’Italia”: ma avevo scritto già a marzo che una parte della colpa, nella diffusione dell’epidemia, era da imputarsi ad una religione del lavoro che sarebbe il caso di abbattere).

È questo cinismo che, infine, mi ha portato a decidere: certo il calo di popolarità che Conte sta soffrendo negli ultimi tempi è più che giustificato, anche se sospetto che ad alimentarlo sia più la percezione che il presidente del consiglio stia tentando di rubarci il Natale (e qui temo di star citando letteralmente qualcuno, anche se non ho il coraggio di controllare se ho ragione) che non la costante dimostrazione della sua incapacità di fare quel che ci si aspetta da un presidente del consiglio in un momento come questo, ossia prendere decisioni sgradite a qualcuno (a qualcuno di potente, possibilmente, ossia, in questo momento, a tutti coloro che chiedono che siano limitate tutte le attività non connesse alla produzione e/o al consumo); ma, tra i due, è senza dubbio Zaia che merita la quota maggiore di disprezzo. Anzi, ritengo che questa sua ultima “fatica” richieda un’analisi approfondita, perché mi pare che essa sia l’esempio paradigmatico di un vizio non solo scientifico, ma anche politico e psicologico, che sta dietro il continuo fallimento a cui sono andate incontro praticamente tutte le strategie messe in atto per contrastare il Covid-19 fin dai tempi di quella che, ormai, dovremmo esserci abituati a chiamare la prima ondata pandemica (sperando che l’attuale plateau della curva dei contagi non sia la “quiete” che preclude una terza ondata, e di non dover iniziare ad usare numeri a tre cifre).

La prima caratteristica che salta all’occhio, a leggere l’ordinanza di Zaia, è senza dubbio la sua ipocrisia, che teme, credo, pochi confronti; forse solo la famosa Legge 194, emanata dopo che gli italiani avevano chiesto di consentire l’aborto, ma che dichiara nel suo articolo uno che il suo scopo è impedirlo (ed in effetti in molte zone d’Italia l’aborto è sostanzialmente impedito) può starle al pari: Zaia, di fatti, al punto A del testo esordisce in gran pompa scrivendo:

dopo le ore 14 non è ammesso lo spostamento in un comune veneto diverso da quello di residenza o dimora

ma subito dopo si premura di enunciare tutta una serie di condizioni che giustificano l’infrazione di questa disposizione: ci sono ovviamente i motivi di necessità e lavoro (ed è interessante notare come quest’ultimo venga citato prima delle esigenze di salute), ma anche i servizi alla persona (“lavanderia, acconciatura, estetista, ecc.”), i matrimoni ed i funerali, tutto il vasto mondo che orbita intorno ai minori (che è, mi informa il testo, sempre possibile “recarsi a riprendere”, e francamente mi fa un po’ specie che negli uffici di una regione non ci sia qualcuno capace di suggerire un sinonimo di un termine così colloquiale); non è vietato neppure fare i turisti, categoria che nel corso dell’estate sembrava fosse degna della fustigazione sulla pubblica piazza, se è vero com’è vero che nel testo si concede (in un apposito paragrafo intitolato Spostamenti dei soggetti in soggiorno turistico) di raggiungere alberghi e seconde case, che anzi vengono a divenire le dimore effettive di chi si sta godendo le ferie (godendo si fa per dire, visto che molte aziende hanno imposto le ferie forzate ai propri dipendenti… ma non credo che molti di questi abbiano seconde case o possibilità di alloggiare in un albergo).

Proprio questa sostanziale “liberalità” dell’ordinanza, che pure era stata presentata ai giornalisti (i quali, per quanto ho potuto appurare, non hanno l’abitudine di fare molte domande, durante le conferenze stampa di Zaia) come una forma di coprifuoco assai più duro di quello imposto dal governo (come se ci si dovesse vantare di affrontare un’epidemia come una guerra) dimostra che essa è stata emanata non tanto nella speranza di ottenere un risultato concreto, bensì per rinforzare una mentalità che si è fatta viepiù solida man mano che la pandemia andava avanti: quella che mi piace chiamare mentalità dell’assedio. Quest’ultima ha certo attecchito in Veneto con più facilità, visto il sostrato politico (la Lega sono trent’anni che va ripetendo “verrà qualcuno da fuori e cercherà di distruggere tutto ciò che avete”), ma le altre zone di Italia non se ne sono certo dimostrate immuni: basta ricordare De Luca che, a marzo, con un certo compiacimento parlava di chiudere i confini della sua regione ai lombardi. Questa mentalità ci ha portati a pensare (lo stesso Zaia aveva fatto la proposta, a febbraio) che bastasse chiudere i voli diretti dalla Cina (che intanto l’epidemia l’ha brillantemente superata) per impedire al Covid di raggiungerci, e ci induce, oggi, a guardare paranoicamente alla Gran Bretagna ed alla sua variante di SARS-CoV-2 come a “ciò che ci impedirà di uscirne”: ma l’errore è credere che il Covid sia nell’altra nazione, nell’altra regione o, come in questo caso, nell’altro comune. L’unica cosa che sappiamo del Covid è che è ovunque (se si chiama pandemia, d’altronde, ci sarà un motivo), e dovremmo impegnarci ad affrontarlo qui e adesso, piuttosto che agitare lo specchietto delle allodole “dell’altrove”: il Covid non ci arriva da fuori e, anzi, spiace dirlo ai molti razzisti di questa nazione, in questo momento non c’è alcun fuori. Il Covid, che vi siete impegnati a non contrastare perché troppo preoccupati che la nostra economia si fermasse (come se invece, con un’epidemia che colpisce sedicimila persone al giorno, si potesse continuare tutto come prima), ha davvero trasformato questo pianeta, almeno da questo punto di vista, nel mondo senza confini che tanto temete.

E la cosa che mi sorprende non è tanto che ai governi questa mentalità vada bene (d’altronde è dai tempi dei romani che sappiamo che esiste il divide et impera), ma che sia accettata supinamente anche dai cittadini, i quali sembrano non aver problemi ad essere sottoposti ad un’ordinanza che impone una sorveglianza armata (privata, visto che “il presente provvedimento non comporta spesa a carico del bilancio regionale”) ai mercati rionali, ma non prevede alcuna misura di contenimento per quelle che ancora nessuno ha avuto il coraggio di indicare come possibili serbatoi di infezione, e cioè le fabbriche.

Che d’altronde sono il vero elemento caratterizzante del paesaggio veneto.

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16 thoughts on “L’assedio

  1. trovo interessante il parallelismo con il messaggio che ci siamo scritti ieri: l’ammissione che “il nemico siamo noi”. rispetto alle normative, ho tirato i remi in barca rispetto al cercare di capire quale sia peggio (per l’occasione il metaforico “sparare sulla croce rossa”, per altro, si addice alla perfezione), ma l’aspetto che mi duole di più, come abbiamo già avuto modo di dire, è che abbiamo ancor più che in altre occasioni declassato la scienza a mero corollario dell’economia: si usa e si prende in prestito quando fa comodo, ci se ne dimentica altrimenti. sarei ad esempio curioso di capire cosa passi nella testa di un “immunologo di fama interenazionale” quando con sicumera afferma che la “variante inglese” (sette sostituzioni aa e 2 delezioni, e sticazzi al folding) non avrà verosimilmente effetti sull’efficacia vaccinale. io ringrazio chi, oggi, 2020, conserva il beneficio del dubbio e resta nelle domande, anziché sparare frasi ad minchiam: lo inserisco d’ufficio tra i giusti di borges.

  2. Io credo che sia tutta una questione di responsabilità che nessuno si vuole prendere, così si finisce a perdere il controllo della situazione, e il “furto del Natale” non è che una conseguenza. Basterebbe averne coscienza

  3. in una “Storia della confusione al tempo della peste”, che prima o poi qualche nuovo Tucidide o Camus dovranno pure scrivere, non so più neppure se – Conte o Zaia che siano – sono poi questi davvero i protagonisti peggiori.

      • effettivamente, per scrivere qualcosa di simile, servirebbe qualcuno che sia contemporaneamente Tucidide (Storia della guerra del Peloponneso), Camus (La peste) e Garcia Marquez (L’amore al tempo del colera): personaggi abbastanza incompatibili fra loro, direi, e soprattutto gli ultimi due…
        forse si potrebbe farcela solo con una scrittura a più mani. 🙂

          • penso di no, o quanto meno non mi vedo capace di esserne co-autore; lascio la realizzazione ad altri.
            potrei soltanto suggerire ad eventuali volontari l’inizio dell’Introduzione:
            Non sappiamo neppure se durante i milioni di anni della preistoria le pestilenze esistevano oppure no: la dispersione delle popolazioni pre-umane o umane nel territorio fa propendere per il no (anche se anche nelle scimmie antropomorfe residue ogni tanto si diffonde qualche nuova malattia, e questo dovrebbe pur dirci qualcosa); l’ipotesi più probabile, considerando i tassi altissimi di mortalità infantile, è che gli uomini o gli umanoidi di allora vivessero in uno stato di pandemia strisciante permanente, cioè che la malattia fosse la condizione pressoché costante della vita umana. in ogni caso non potevano darsi epidemie a diffusione rapida e massiccia, per la mancanza di forti agglomerati umani.
            La peste è dunque, come la guerra e la carestia, una delle innovazioni della civiltà. e da quando le civiltà esistono, periodicamente appaiono le pestilenze, la cui sede preferita sono le città o comunque i territori urbanizzati.
            Ci sono periodi nei quali gli uomini ritengono di conoscere benissimo le loro cause e i loro rimedi; altri nei quali ammettono di saperne poco. Una regola empirica ricavabile dall’esperienza dice che quando gli uomini credono di conoscere la causa della peste, la peste miete più vittime.
            Anche Omero sapeva benissimo da che cosa era stata provocata la pestilenza che al decimo anno di guerra aveva colpito l’esercito greco accampato attorno alle mura di Troia: Apollo, il figlio di Zeus e Latona, irato col re, / fece nascere una peste maligna nel campo: / la gente moriva,
            perché Agamennone, il figlio di Atreo aveva trattato malamente / Crise, il sacerdote; costui era venuto alle navi rapide degli Achei / per liberare la figlia, con un riscatto infinito,/ e aveva tra le mani le bende sacre ad Apollo che saetta lontano,/ intorno allo scettro d’oro, e pregava tutti gli Achei / ma soprattutto i due figli di Atreo, ordinatori d’eserciti: / “Figli di Atreo, e voi tutti, Achei schinieri robusti,/ […] liberate la mia creatura, accettate il riscatto, / venerando il figlio di Zeus, Apollo che saetta lontano”. / Allora gli altri Achei tutti acclamarono, / che fosse onorato quel sacerdote, accolto quel ricco riscatto. / Ma questo non piaceva in cuore al figlio d’Atreo, Agamennone, / e lo cacciò malamente, aggiungendo un comando brutale: / ” Che io mai ti colga, vecchio, presso le navi concave, / non adesso a indugiare, non in futuro a tornare, / che non dovesse servirti più nulla lo scettro o la benda del dio! / Io non la libererò: prima la coglierà vecchiaia / nella mia casa, in Argo, lontano dalla patria, / mentre va e viene al telaio e accorre al mio letto. / Ma vattene, non mi irritare, perché sano e salvo tu parta”. / Disse così, tremò il vecchio, obbedì al comando, / e si avviò in silenzio lungo la riva del mare urlante; / ma poi, venuto in disparte, molto pregò / il signore Apollo, che partorì Latona bella chioma: / “Ascoltami, Arco d’argento, / […[ se mai qualche volta ti ho eretto un tempio gradito, / e se mai ti ho bruciato nei sacrifici cosce grasse / di tori o capre, compimi questo voto: / paghino i Danai le lacrime mie con le tue frecce”. / Disse così pregando: e Febo Apollo l’udì, / e scese giù dalle cime d’Olimpo, irato in cuore: / aveva l’arco in spalla, e la faretra chiusa sopra e sotto: / le frecce sonavano sulle spalle dell’irato / al suo muoversi; egli scendeva come la notte. / Si postò dunque lontano dalle navi, lanciò una freccia, / e fu pauroso il ronzίo dell’arco d’argento. / Al principio colpiva i muli colpiva e i cani veloci, / ma poi mirando sugli uomini lanciava / la freccia acuta e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte.
            noi siamo abituati a pensare che queste siano metafore letterarie; e invece no: al tempo di Omero era questa la spiegazione “scientifica” di una epidemia: l’ira degli dei. e infatti come si pone rimedio alla peste? al decimo giorno della strage Achille convoca l’assemblea dei soldati e propone di consultare “un indovino, un sacerdote o un interprete dei sogni” perché spieghi la causa dell’ira di Apollo contro i Greci: ma nell’assemblea stessa c’è un indovino, Calcante, che subito prende la parola e prima si fa garantire la sua protezione; Achille gliela concede, “fosse anche contro Agamennone”, che è il capo della spedizione. Allora Calcante rivela che la vera causa non sono sacrifici ad Apollo trascurati, ma l’oltraggio fatto a Crise, il suo sacerdote; per provare a placare Apollo e fermare la peste bisogna restituirgli la figlia, senza riscatto, e sacrificare cento buoi al dio. Agamennone si piega alla rinuncia, molto dolorosa, perché Crisa gli è più cara, nel letto, della moglie Clitennestra, dice all’assemblea, ma pretende in cambio Briseide, la schiava di Achille; e questa è la premessa di tutta la storia successiva e del ritiro di Achille dalla guerra, che mette a rischio di sconfitto i Greci.
            ma per quel che ci interessa qui, ecco una chiara e convincente spiegazione, in voga a quei tempi, dell’origine divina della peste; per la cronaca, una volta che Criseide è restituita al padre, in una piccola spedizione guidata da Ulisse, e questi prega Apollo di porre fine all’epidemia, ecco che il dio lo accontenta. interventi efficaci, dunque, visto che al dodicesimo giorno, la pestilenza che prima ha colpito gli animali e poi gli uomini, finisce. o almeno di questo è perfettamente convinto Omero e gli uomini del suo tempo, che lo ascoltano e accettano le sue spiegazioni.

            ma poi si dovrebbero analizzare Tucidide, il Virgilio delle Georgiche che descrive la peste fra gli animali, qualche storico romano della decadenza che ci parli della peste antonina, Boccaccio che ci descrive la Peste Nera del 1348-49, e via dicendo…
            ma ovviamente questa sarebbe soltanto una premessa: ma vale la pena di scriverla, se non ci sarà mai il testo vero e proprio?

            (ovviamente, mi sono soltanto divertito, e chiedo scusa per l’invasione del tuo spazio… 😉 )

  4. Pingback: la mia settimana virtuale dal 19 al 25 dicembre – 559 – Cor-pus 2020

  5. Molto sensato. Non c’è alcun fuori, là fuori, e la “nostra” economia risulta seriamente danneggiata dai problemi delle economie altrui, e i presidenti di regione si sono rivelati una vera iattura (tranne il nostro che se non altro ha il pregio di non starnazzare su e giù per tutte le reti televisive del paese).
    E nel fondo del mio cuore alberga un sospetto: Conte è diventato presidente del consiglio perché politicamente non era nessuno e non rischiava di dar ombra a nessuno. Ma oroprio per lo stesso motivo, cioè che politicamente non abbia base, al momento si ritrova in difficoltà non tanto a prendere decisioni, quanto di farle applicare.
    Ma non so se si tratta di un’idea provvista di un qualche fondamento.
    Intanto buone feste, se ne fai 🎄

  6. L’unica cosa di cui non sono convinto nel post e’ che la pandemia abbia reso il mondo senza confini.
    Anzi, direi semmai che in forme diverse i confini siano tornati assai piu’ d’attualita’

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