L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori

L’aneddotica sul Covid è ormai piena di racconti sui devastanti effetti che questa patologia è in grado di produrre non solo su chi ne viene colpito in forma grave (e questi sono, lo dico per coloro che ancora non l’hanno compreso, il motivo per cui è in corso un’emergenza sanitaria), ma anche su chi lo contrae in forma lieve; non più tardi di qualche settimana fa, ad esempio, ascoltavo un collega raccontare che, mentre era malato, provava un’incredibile fatica anche solo a fare pochi gradini, e che gli unici spostamenti di cui era capace in quei giorni, tipo andare dal letto al divano, portavano la sua frequenza cardiaca intorno ai centoquaranta battiti al minuto (sì, sono tanti), benché la sua saturazione d’ossigeno (parametro vitale ormai divenuto popolare quanto la temperatura corporea e la pressione arteriosa) non fosse mai scesa sotto il 95%.

Ci si potrebbe chiedere se un paziente in queste condizioni può essere effettivamente definito un “paziente non grave”, ed è verosimile che, in condizioni normali, ad una persona che si fosse presentata in pronto soccorso riferendo tosse e febbre, e che fosse entrato in sala visita tachicardico e col fiatone, avrei proposto non dico il ricovero, ma quanto meno l’osservazione in ospedale, soprattutto se, come in questo caso, e lo dico con colpevole vergogna, si fosse trattato di un collega: e così probabilmente tornerò a comportarmi, quando l’attuale “sbornia dimissiva” sarà passata, ed io ed i miei colleghi non saremo più costretti a chiederci se, occupando un posto letto per un paziente che sta “così e così”, non lo stiamo togliendo ad uno che sta molto peggio, forse per giorni, forse per sempre.

Su quest’ultimo punto, per altro, l’amico Ivan Cenzi durante una conversazione mi ha detto che immagina essere stato tremendo dover gestire, in questi ormai dodici mesi di pandemia, tutte le scelte riguardanti il fine vita di persone che, in altri momenti, avrebbero avuto almeno qualche possibilità, sia pur flebile, di portare a casa la pelle; e, più in generale, del gran numero di persone che noi medici abbiamo visto morire. Del tutto onestamente, gli ho risposto che credevo che questo problema avesse riguardato più che altro quelle categorie di colleghi che non sono abituate a queste situazioni (gli infettivologi, ad esempio, che prima della pandemia ben di rado avevano a che fare con pazienti moribondi) e che, per quello che mi riguardava, ciò che davvero mi aveva ferito era che la morte delle persone col Covid mi sembrava ancora meno dignitosa di quella degli altri pazienti che, come diciamo con un eufemismo noi conciaossa, avevo accompagnato in pronto soccorso, posto che credevo e credo ancora essere pessimo per morire (senza calma, senza privacy, senza il necessario supporto): come si fa a sostenere che è stata indolore (come ritengo dovrebbero essere tutti i decessi che comprendo di non poter impedire) una morte avvenuta su una barella scomoda, lontano dai propri cari, circondati da persone che non si possono guardare in viso e che possono stringerti la mano solo attraverso due strati di guanti? Io ed Ivan parlavamo di questo tema ad ottobre, poco prima che scoppiasse la seconda ondata pandemica, che ha colpito più duro della prima in tutta Italia e, soprattutto, nella zona in cui lavoro io; e forse è questo il motivo per cui ora sono meno sensibile di quanto ero appena tre mesi fa, riguardo questo argomento. Ho citato più volte il dialogo, che ritengo toccante, tra Albus Silente e Severus Piton che avviene in Harry Potter e i Doni della Morte, col preside di Hogwarts che dice al professore di pozioni “Quante persone hai visto morire ultimamente, Severus?”, e quest’ultimo che risponde: “Ultimamente, solo quelle che non sono riuscito a salvare”, ed in modo forse stucchevole mi sono sempre identificato nell’uomo che da questa risposta. Adesso, probabilmente, quello che sento dentro è piuttosto il rassegnato distacco di Silente.

A pensarci bene, è incredibile (ed in certo senso spaventoso) il grado di desensibilizzazione a cui sono riuscito ad arrivare, da quando lo scorso marzo è divenuto evidente che non solo la classe medica, ma tutto il mondo aveva, e qui mi scuserete se uso un’espressione un poco colorita, pestato una merda; già da qualche settimana, a quel punto, circolavano storie non molto diverse da quella raccontata dal mio collega e riportata ad inizio post, ed io ne ero completamente atterrito: quel coronavirus, che (mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa) avevo creduto sarebbe rimasto, come sempre, un problema di qualcun altro, minacciava di cadermi addosso e, anzi, forse mi era già caduto addosso nella forma di un paziente che non avevo riconosciuto (rubo un’espressione bellissima al professor S. di cui ho parlato qui). Oggi come oggi, invece, e non credo c’entri il fatto che ormai chiunque sarebbe in grado di riconoscere il maledetto virus (quando, per tutt’altro motivo, chiedo ad un paziente se ha avuto la febbre, novanta volte su cento mi sento rispondere: “Dottore, mica crederà che abbia il Covid, vero?”), quelle storie mi lasciano sostanzialmente indifferente: e forse è questa indifferenza che mi ha portato, l’altra sera, mentre guidavo verso casa e ripensavo al brutto momento vissuto dal mio collega, ad elaborare la riflessione che sto per proporvi.

È ormai un luogo comune che il novel coronavirus ci abbia costretto a modificare tutte le nostre abitudini di vita; ciò vale per il “macrocosmo”, ma anche per il “microcosmo” delle decisioni che noi medici, e soprattutto noi medici che lavoriamo in ambienti caotici ed affollati, prendiamo affidandoci all’euristica, cioè alle “scorciatoie” del pensiero ed alle consuetudini consolidate: e così, dicevo, abbiamo smesso di ricoverare quelli che prima avremmo ricoverato di riflesso; ma di questo, ovviamente, abbiamo avuto paura e, per conservare una parvenza di controllo su una situazione che ci stava evidentemente sfuggendo di mano, abbiamo fornito a molti più pazienti (forse, anzi, a tutti i pazienti) degli strumenti per tenere costantemente traccia della propria condizione di salute: mai, prima (quanto sta diventando frequente, questa parola…) non mi sarei mai sognato di consigliare ad un paziente che stavo dimettendo con una diagnosi di sindrome influenzale, o anche di polmonite non complicata, di comprarsi un saturi metro; mai, a mia memoria, erano esistiti mezzi di controllo del territorio capillari come le USCA che, dove esistono, sono gruppi di medici che girano tra i pazienti che hanno ricevuto una diagnosi di infezione da SARS-CoV-2 e sono stati mandati a casa. Stante questo, possiamo davvero sostenere che il Covid, nella sua forma lieve, fa stare i pazienti peggio di una normale influenza (cosa che, lo dico a scanso di equivoci, il Covid non è e non è mai stato)? Sulla base di cosa? Come facciamo a fare un confronto, se l’influenza, prima di quest’anno in cui, grazie alle mascherine, pare non si sia nemmeno presentata, era per noi una seccatura da scansare e poco di più? Quante volte, nel 2019, un collega ci ha chiamato dicendoci: “Sto visitando un paziente con l’influenza a cui avete prescritto l’ossigeno a casa (!) e l’ho trovato con una saturazione del 86% nonostante questo”? A me è successo non più tardi di due giorni fa.

Mi rendo conto mentre lo scrivo, tuttavia, che il paragrafo precedente può essere utilizzato sia per confermare, che per smentire la mia tesi: perché sì, è vero, non avevamo mai avuto così tanto controllo sui pazienti con una patologia probabilmente banale, e quindi magari sentiamo così tanti “racconti dell’orrore” sul Covid un po’ perché è il tema del momento, ed un po’ perché sappiamo sui contagiati molte cose che sugli altri non avremmo mai saputo; d’altro canto, prima di questi giorni mai qualcuno aveva prescritto l’ossigenoterapia domiciliare per una malattia acuta, e questo dimostra che, effettivamente, la situazione è più grave di qualunque altra che i medici della mia generazione e di quella precedente abbiamo mai affrontato. Questa contraddizione “dialettica” deriva probabilmente da una contraddizione “ontologica” di SARS-CoV-2, che ha due facce: una è quella di cui ho parlato fin qui, il paziente “poco malato con sintomi gravi”; l’altra è il suo esatto opposto, il paziente che entra in area Covid camminando sulle sue gambe e lamentando solo tosse e che dieci minuti dopo ti stai chiedendo se è il caso di ricoverare in terapia intensiva, quello che non fa fatica a respirare ma che nel sangue ha un valore così basso di ossigeno che ti domandi come faccia ad essere ancora vivo. Questa seconda faccia è per altro quella che credo abbia determinato il successo riproduttivo del virus.

Come medici, siamo abituati a valutare determinate caratteristiche del paziente, per capire se e quanto sia “critico”; una di queste caratteristiche, tra le preferite da chi lavora nell’ambito dell’emergenza, è il quick look, il colpo d’occhio che ci consente (o, almeno, che speriamo ci consenta) di capire “come sta il paziente”: un collega americano, ironizzando sulla nostra abitudine di costruire “punteggi” per determinare il rischio di qualunque cosa possa succedere a chi visitiamo, ha voluto elaborare il Looks like shit score, il quale stabilisce essenzialmente che, se ti sembra che il paziente stia di merda, ecco, probabilmente sta davvero di merda. Il Covid è arrivato, e ci ha tolto questa possibilità; dirò di più: probabilmente è arrivato fin dove è arrivato perché è stato capace di toglierci questa possibilità. Per gli agenti patogeni, la medicina moderna (imperfetta, cinica, a volte vergognosa… ma spesso efficace) rappresenta una pressione selettiva, e questa non è costituita solo dagli antibiotici e dal supporto vitale: per trattare una patologia, dobbiamo riconoscerla; per riconoscerla, dobbiamo avere degli indizi della sua presenza. Finora, per tutte le patologie che abbiamo trattato, l’auscultazione toracica e la radiografia ed il Looks like shit score ci hanno consentito di capire come stava il paziente e di cosa aveva bisogno; ora, almeno in parte, non è più così. Nel tempo i microbiologi hanno parlato delle proteine Spike e del tasso di mutagenicità del SARS-CoV-2 come determinanti della sua ampia diffusione, ma io credo che il punto non sia solo questo: soprattutto all’inizio, ma anche adesso, il Covid si diffonde (anche) perché è capace di sfuggire sotto il naso dei medici, i quali con tutta la loro tecnologia e la loro esperienza non sono in grado di riconoscerlo quando si manifesta.

D’altronde, non diceva Oscar Wilde che esperienza è solo il nome che diamo ai nostri errori? Forse, sarebbe il caso di farci venire il dubbio che gli errori da cui stiamo imparando sul coronavirus potrebbero essere quelli sbagliati.

11 thoughts on “L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori

  1. ciao, ti segnalo questo lapsus di battitura, così bello che è quasi un peccato toglierlo: capire coma stava il paziente.
    ho ribloggato: testimonianze e riflessioni troppo preziose.

  2. Riesco a leggere solo ora, giorni pieni. Aggiungerei che non solo, con il CoV, non abbiamo imparato dagli errori, ma temo abbiamo anche disimparato quello che sapevamo. Penso al vaccino e ritorno a discorsi già fatti: come possiamo pensare che questo virus a RNA si comporti in maniera diversa da qualunque altro virus a RNA, ovvero che mutando continui a restare ugualmente sensibile agli anticorpi sviluppati su una logica prevalentemente monoclonale? Ancora peggio: perché vedo dei colleghi medici che si vaccinano nonostante abbiano contratto l’infezione e abbiano un titolo anticorpale rilevante? (e, cosa curiosa ma forse non del tutto illogica, sono anche quelli che sviluppano maggiori effetti collaterali in sede linfonodale?) È come se avessimo annichilito decenni di conoscenze immunologiche. Vorrei capire cosa ci sia di sbagliato nel mio pensiero, perché finora anche la letteratura sembra darmi ragione…

  3. Pingback: la mia settimana virtuale dal 23 al 29 gennaio 2021 – 24 – Cor-pus 2020

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